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Tag: femminismo

Femonazionalismo, il razzismo nel nome delle donne copertina
sestanti

Femonazionalismo, Il razzismo nel nome delle donne – Sara R. Farris – cit.

Il femonazionalismo, ancora sul corpo delle donne in nome delle donne. […] Marianne in Francia; una donna con una corona di mura cittadine in Italia; una vergine (Stedemaagd) a rappresentate la città di Amsterdam nei Paesi Bassi: in tutti e tre i paesi le donne incarnano o simboleggiano la nazione. Ma quali donne e a quale scopo? Secondo Massimo Leone il declino dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia sono coincisi con la rappresentazione della nazione moderna attraverso il corpo di una donna “del popolo”, al posto delle figure tradizionali di dee o regine. Con la perdita dell’aura sacra che un tempo circondava la monarchia i cittadini dello stato moderno non potevano più identificarsi con l’autorità regale ma avevano bisogno di simboli più terreni e popolari. Questa tuttavia non è l’unica ragione: rappresentare la nazione con le sembianze di una donna ha permesso di naturalizzare il progetto politico nazionalista. A differenza dello stato moderno, concepito come «prodotto artificiale di un patto tra individui razionali a tutela dei loro diritti, la nazione è intesa e vissuta come prodotto storico, se non addirittura naturale». Anche se la nazione è un prodotto storico e sociale – o una comunità immaginaria, nella potente definizione di Benedict Anderson – naturalizzarlo ne permette e rinforza la legittimità poiché la sua presunta naturalezza implica la sua necessità, immutabilità e il diritto alla lealtà. […] Femonazionalismo, il razzismo nel nome delle donneSara R. Farrised. Alegre Altri post su donne e femminismo Contro i figli – Lina MeruaneKing Kong Theory – Virginie Despentes

le ragazze elettriche
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Ragazze elettriche – Naomi Alderman – (non) recensione

Una frase, tra le tante evidenziate durante la lettura di Ragazze elettriche, mi ha particolarmente colpita. È questa, Quand’è che il potere esiste? Solo nel momento in cui viene esercitato. Non che non ci avessi mai pensato, ma sapete cosa fanno i libri al volte, no?, racchiudono una frase che ti si svela come la perfetta traduzione per un pensiero che avevi sempre avuto dentro, a galleggiare nella mente, ma che non avevi mai formulato davvero sotto forma di frase strutturata e di senso compiuto. Quand’è che il potere esiste? Solo nel momento in cui viene esercitato. Il potere esiste, non è possibile farlo scomparire negandone l’esistenza come possibile forma, tra le tante possibili forme, dell’agire umano. Ma possiamo disinnescarlo. Possiamo non esercitarlo. Come una forma di obiezione di coscienza. Il titolo originale di questo libro, l’ho scoperto dopo averlo finito, è “The Power”. E tutte le pagine lette hanno trovato una loro collocazione. Ragazze elettriche parla del potere nel momento in cui si sceglie di esercitarlo. Se si sceglie di esercitarlo. E di come si sceglie di esercitarlo. La forma del potere è sempre la stessa; è la forma di un albero. Dalle radici fino alla cima, un tronco centrale che si ramifica e ramifica all’infinito, aprendosi in dita sempre più sottili, protese in avanti. La forma del potere è il disegno di una cosa viva che tende verso l’esterno, e manda i suoi sottili filamenti un po’ oltre, e ancora un po’ più oltre. Sempre un po’ più oltre. Il potere che nutre se stesso, che riproduce e si riproduce. Che corrompe e infetta. Che ubriaca.  Una scena mi ha colpita in particolare, tra le tante di questo romanzo che mi hanno lasciato un piccolo o grande segno. Mi ha colpita e fatta commuovere. Ê arrivata lì, a toccare una corda sempre vibrante della mia sensibilità. È questa,  A Manfouha, a ovest della città, un’anziana etiope esce da un edificio fatiscente, sorretto dalle impalcature, e va in mezzo alla strada per salutarle, con le mani rivolte verso l’alto, gridando qualcosa che nessuna di loro riesce a capire. Ha la schiena curva, le spalle richiuse in avanti, e una gobba lungo la spina dorsale all’altezza delle scapole. Noor le prende una mano e la chiude tra le sue, mentre la vecchia la guarda come una paziente che osservi il trattamento di un dottore. Noor le appoggia due dita sul palmo e le mostra come usare quella cosa che deve essere sempre stata in lei, che per emergere deve aver atteso tutti quegli anni. […] Appena quella dolce energia risveglia in lei le fibre e i legamenti nervosi, l’anziana si mette a piangere. […] Tra la punta delle sue dita e il braccio di Noor scocca una piccola scintilla. Avrà ottant’anni, e mentre ripete quel gesto le lacrime le scorrono lungo il viso. Alza le mani e si mette ad ululare. Le altre donne si uniscono a lei, la strada si riempie di quel suono, la città ne è pervasa; […] La dolce energia è la corrente elettrica che una giovane donna dopo l’altra scopre di avere e di poter usare. Scariche elettriche dal palmi delle mani. Corrente elettrica situata nella matassa, tessuto molle elettrizzato posizionato sotto la clavicola.Le donne, prima le giovani e poi grazie a queste anche le adulte e le anziane, scoprono di poter fare del male.  E lo fanno. Perché possono. Ed ecco che nella narrazione, nel diramarsi e svolgersi della trama, Naomi Alderman, che gestisce questa trama con una abilità narrativa di tutto rispetto, rompe il tabù. Non è la prima, fortunatamente non è l’unica e spero con tutta me stessa che non sia l’ultima a farlo.Le donne di questo romanzo, tutte le donne di questo romanzo, usano la violenza. Feriscono, colpiscono. Uccidono.Donne che reagiscono ad una violenza usando la violenza. In un contesto sociale dove si insegna ancora alle bambine a non reagire perché “non sta bene, non si fa” dovremmo mostrare più donne che reagiscono con forza e determinazione ad una violenza. Mostrare e raccontare donne che si scartano dallo stereotipo della vittima inerme. Abbiamo tutte la matassa sotto la clavicola, possiamo e dobbiamo usarla. Possiamo e dobbiamo imparare a nominarla, conoscerla, interrogarla e maneggiarla. E poi, ci sono donne ubriacate dal potere che riproducono il modello maschile conosciuto, vissuto, subito. La forma del potere è sempre la stessa. Ed è qui che la narrazione diventa politicamente ed intellettualmente complessa. Per niente scontata. Ragazze elettriche non è un libro facile. O almeno non dovrebbe esserlo. Non se ne dovrebbe fare una lettura superficiale riassunta in un “è un romanzo sulla vendetta delle donne contro gli uomini e dice che le donne al potere farebbero schifo come fanno schifo loro”.Perché è più complicato di così.È un romanzo, al netto di tutte le riflessioni assolutamente ben scritto e ben tradotto, che dice, certo, delle cose. Non potrebbe essere altrimenti. Ma non da soluzioni.Del resto, non è compito di un libro di storia o di un romanzo promuovere una tesi.È un distopico, l’autrice capovolge la realtà e ci mette di fronte a passaggi come Ci sono già genitori che dicono ai figli maschi di non uscire da soli, di non allontanarsi troppo. per poi trascinarci dentro una spirale ascendente che non lascia indifferenti. Passaggi che descrivono con grande efficacia e potenza quella che è la nostra condizione, quello che quotidianamente viviamo e siamo costrette ad affrontare in quanto donne. In quanto classe oppressa. Ci dice come potrebbe andare se, non come andrebbe sicuramente se. Non sono risposte, ma materiale di riflessione. Potrà piacere o non piacere quello che dice, ma credo che vada letto, approfittando dei tanti spunti che mette sul tavolo di un ragionamento necessario su violenza (di genere) e autodifesa (femminista), che non sono e non saranno mai la stessa cosa, e sul potere che si ripete e si riproduce. Ragazze elettricheNaomi Aldermantraduzione, Silvia BreNottetempopp. 446

recensione libro virginei Despentes King Kong theory copertina giallo fosforescente, testa di gorlilla, grafica fumettistica, rosso acceso con marcati bordi neri, il titolo del libro sta la centro della bocca aperta del gorilla
(non) recensioni di libri

King Kong Theory – Virginie Despentes – (non) recensione

La voce di Virginie Despentes è assertiva. Irrompe e squarcia. Pone corpo e pensiero al centro del conflitto. Non ha tempo di tergiversare, non c’è più tempo e non è più il tempo. È tempo di dire, affermare, sovvertire. Adesso, e domani. È tempo di far saltare tutto. La voce di Virginie Despentes, conscia delle regole imposte del gioco le sorpassa, le inverte, le scardina. Non le ignora, le conosce. Le conosce bene. Semplicemente, le rifiuta.Le frantuma.La voce di Virginie Despentes arriva in profondità, al centro esatto del bersaglio. Perché è una voce che non si addolcisce, perché è una voce che non sussurra, perché è una voce che non chiede permesso. Perché è una voce che non si abbellisce per non disturbare, è una voce che non si edulcora per non turbare. È una voce che non si imbarazza della sua potenza. E la potenza di questo libro è necessaria. Questo libro è necessario. Le voci come quella di Virginie Despentes sono necessarie. Trovare la nostra voce è necessario. Non imbarazzarci della nostra potenza è necessario. Non imbarazzarci della nostra potenza è di vitale importanza.Sovvertire, afferrare, alzare la voce. Affermare, rifiutare. Conoscere, conoscersi. Riconoscere, riconoscersi. La voce di Virginie Despentes, in questo libro che è un saggio, che è un’autobiografia ma che è anche un manuale di autodifesa femminista, parla di femminismo, di capitalismo. Parla di prostituzione, di femminilità, di virilità, parla di cinema porno. Mette tutto sotto la lente d’ingrandimento, porta allo scoperto, scoperchia. E identifica una costante, la posizione subalterna della donna. Controllata, giudicata, punita, richiamata all’ordine dal controllo del maschio dominante. Le regole imposte del gioco. Le regole di un gioco che è tutto un cinema, messinscena dei segni e precisione dei costumi. Un gioco, delle parti, da frantumare. La voce di Virginie Despentes è King Kong, metafora di una sessualità precedente alla distinzione dei generi […] al di là della femmina e al di là del maschio. […] Ibrido, precedente la costrizione del binarismo di genere. La voce di Virginie Despentes pronuncia la parola confiscata. Stupro La parola pericolosa. Nell’istante in cui ho capito quello che ci stava succedendo, ho avuto la certezza che i più forti erano loro. È un fatto mentale. Da allora sono convinta che se avessero cercato di rubarci i giubbotti la mia reazione sarebbe stata diversa. Non ero temeraria, ma spesso incosciente. In quell’istante, però, mi sono sentita donna, maledettamente donna, come mai mi era capitato prima, come non mi è mai più capitato in seguito. […] Il progetto dello stupro rifaceva di me una donna, qualcuno di essenzialmente vulnerabile. Le ragazzine vengono addestrate perché non facciano male agli uomini, le donne richiamate all’ordine ogni volta che infrangono una regola. […] Non ce l’ho con me stessa per non aver osato ammazzare uno di loro. Ce l’ho con una società che mi ha educata senza mai insegnarmi a fare del male ad un uomo se mi apre le gambe a forza, quando questa stessa società mi ha inculcato l’idea che è un crimine da cui non mi riprenderò mai. La voce di Virginie Despentes non è dolce, non è affabile. Quella che le donne hanno vissuto non è solo la storia degli uomini tanto quanto gli uomini, ma anche la loro oppressione specifica. Di una violenza inaudita. Da cui questa semplice proposta: andatevene a fare in culo, con la vostra condiscendenza nei nostri confronti, le vostre ostentazioni di forza garantite dalla collettività, di protezione mirata, o con le vostre manipolazioni di vittime per cui l’emancipazione femminile sarebbe difficile da reggere. Difficile, caso mai, è essere donna, e sopportare tutte le vostre stronzate. A ben guardare, i vantaggi che ricavate dalla nostra oppressione sono specchi per le allodole. Quando difendete le vostre prerogative di maschi, siete come quei camerieri dei grandi alberghi che credono di esserne i proprietari… arroganti lacchè, nient’altro. La voce di Virginie Despentes sa che c’è stata una rivoluzione femminista, che si sono articolati discorsi, a dispetto della decenza, a dispetto delle ostilità e che la riflessione continua. E quindi, si domanda la voce potente di Virginie Despentes, a quando l’emancipazione maschile? Perché il femminismo è una visione, una scelta. Ed è tempo di far saltare tutto.     King Kong TheoryVirginie DespentesFandango Libri 134 pp.2019King Kong Théorie, Grasset, 2006

contro i figli
(non) recensioni di libri

Contro i figli – Lina Meruane – (non) recensione

pamphlet ‹pãflè› s. m., fr. [dall’ingl. pamphlet ‹pä′mflit› «opuscolo», a sua volta dall’ant. fr. Pamphilet, titolo pop. della commedia lat. in versi Pamphilus seu de amore, del sec. 12°; nel sec. 18° acquistò, in Francia, il sign. odierno]. – Libello, breve scritto di carattere polemico o satirico. Contro i figli di Lina Meruane è breve, è polemico, è satirico. Ed ha una copertina fantastica, ma questa è un’altra storia. Non è un pamphlet contro i bambini, è un pamphlet contro i figli. È una distinzione importante. Non scrivo in favore dell’infanticidio, sebbene il neonato qui a fianco interrompa il mio sonno, sebbene i ragazzini del piano di sopra ballino il tip tap sul mio soffitto e sul mio lavoro diurno.Non difendo la soppressione di alcuna vita, sebbene sia a favore di tutte le forme possibili e immaginabili di contraccezione che non mettano in pericolo la salute delle donne. E sono contraria alla violenza che tanti bambini e tante bambine subiscono ogni giorno. Non sono contraria ai bambini.Scritto in altro modo:È contro i figli che scrivo queste pagine. I figli, quello che rappresentano. Quello che sono diventati per la società e per le madri, per le famiglie.In equilibrio sul filo teso dell’ironia e della provocazione Meruane fa domande importanti, mette al centro del dibattito riflessioni urgenti su società, femminismo, patriarcato, maternità, stato e capitalismo. Cos’è accaduto? Non eravamo riuscite, noi donne, a liberarci della condanna, della palla al piede chiamata figli che la società voleva imporci? […]Non eravamo arrivate alla conclusione che il femminismo fosse ormai passé, che potevamo dimenticarci i suoi slogan perché avevamo vinto noi e potevamo goderci quello che avevano conquistato?Che errore madornale, signore e signorine. In equilibrio sul filo teso dell’ironia e della provocazione Meruane non ci dice cosa fare, non ci dice cosa non fare. Ci chiede di osservare, e di riflettere. Di allargare la visione d’insieme. Non va, e non può andare, ha scritto un pamphlet, nel particolare. Non può analizzare ogni singola madre, ogni singola maternità, ogni singola donna. Compie un volo radente, avvicinandosi a terra senza mai atterrare.Ci chiede di riflettere. Il vecchio ideale di come una donna dovrebbe essere non batte facilmente in ritirata, il mondo non è intenzionato a lasciarselo alle spalle, continua a reclamarlo con rabbiosa nostalgia. La pressione sociale, il discorso dominante. Fare figli. È la nostra natura, è il compimento della nostra essenza che senza prole resta irrisolta, incompleta.Ha ragione Meruane. A noi donne viene chiesto quando avremo dei figli. Non se.È una distinzione importante.Manifesta il sentire comune per cui non desiderare figli è socialmente inaccettabile, innaturale, un gesto egoista o il sintomo di un più o meno grave difetto mentale.Essere in grado di fare una cosa non implica il desiderio di farla.È un concetto semplice, eppure.Da ogni lato l’attacco è serrato. Il lavorio sociale e culturale è costante, continuo. Perenne. Proprio così, un vero e proprio coro di soprani, baritoni, tenori e bassi: il vibrato possente del patriarcato. […]Figli! Il vetusto ma ancora potente precetto religioso (qualunque sia il credo, l’evangelo della procreazione è sempre lo stesso) che, come un ventriloquo di una qualche divinità maschile, ci ordina di crescere, moltiplicarci, riempire la terra di successori […].Figli! Il sistema capitalista mette in scena un’altra crisi produttiva ed enfatizza un sospiro soffocato imponendo sui corpi femminili una gestazione privata, privatizzata, e priva di assistenza mentre lo Stato dà segni di un imminente collasso.Figli! Ripetono sconsideratamente i portavoce delle ideologie reazionarie. Vogliono figli che non esiteranno a far rinchiudere se vengono su ribelli, e ovviamente vogliono figli poco volitive ed estremamente fertili […] Vola radente, Meruane. Senza mai atterrare, è un pamphlet. In equilibrio sul filo teso dell’ironia a della provocazione, ci chiede di guardare. Di guardare alla storia, che si ripete, in un balletto infinito. Due passi avanti e uno indietro. Due passi avanti e uno indietro, di nuovo in casa, di nuovo madri. Vola radente, Meruane, e ci porta avanti e indietro nel tempo e nelle parole (rivoluzione francese, epoca vittoriana, Mary Wollstonecraft, Virginia  Woolf, Olympe de Gouges) sulla rotta di un semplice dato di fatto. Su cui ci chiede di riflettere. Fateci caso: a ogni conquista femminista è seguito un passo indietro, a ogni stoccata femminile un contraccolpo della società volto a domare gli impulsi centrifughi della liberazione. Perché le donne ad ogni sollevazione, rivoluzione, insurrezione hanno gridato forte e hanno messo i loro corpi al centro del conflitto. Hanno gridato forte. Fortissimo. Hanno combattuto e rivendicato. Salvo poi, è storia, non sono i vaneggiamenti di una femminista acida, essere riposte nuovamente al loro posto. In casa, con figli al seguito.È con i figli e con il richiamo costante alla nostra (presunta) natura docile e remissiva, che ci ripongono al nostro posto.Vola radente, Meruane. È un pamphlet.Radente su uno Stato capitalista che ha dannatamente bisogno del lavoro sottopagato delle donne e del sacrificio delle madri per ripetere se stesso all’infinito.Radente sull’angelo del focolare, radente sull’analisi delle donne che hanno spiumato l’angelo e che hanno scelto l’arte (la scrittura, nello specifico) al posto dei figli.Radente su questi figli dominanti, padroni assoluti sul tempo e sulla vita. Figli iper protetti e iper stimolati a cui tutto è permesso, dato e concesso.Radente, in equilibrio sul filo teso dell’ironia a della provocazione, sulla madre perfetta, la madre che lavora, che fa tutto e che lo fa meglio, che non chiede aiuto, mai, vittima dell’angelo più potente che si sia mai visto, perfezionista e competitivo, che la chiude in un’ansia da non palesare, mai, per nessuna ragione al mondo, pena il biasimo e la scomunica, donna moglie madre perfetta performante mai esausta a cui chiede di osservare, al di là di se stessa, la condizione del genere a cui appartiene nella società ingiusta in cui vive. E magari, perché no, di scendere in piazza. Sono una donna-senza-figli-per-scelta, le parole di Meruane non sono nuove per me. Hanno sottolineato cose che ho vissuto, pensato, provato. Il mio percorso di donna-creativa-senza-figli è dovuto necessariamente passare attraverso percorsi, passaggi, soste, riflessioni, libri, figure femminili e pensieri comuni all’autrice di questo pamphlet. La ringrazio per aver messo nero su bianco queste

Annie Ernaux [cit. Gli anni]

[…] Più ancora che un modo di affrancarsi dalla miseria, gli studi le paiono lo strumento di lotta privilegiato contro quell’impantanarsi femminile che le suscita pietà, quella tentazione di perdersi in un uomo che ha già conosciuto (come nella foto del liceo di cinque anni prima) e di cui ha vergogna. Nessuna voglia di sposarsi o di avere dei figli, la maternità le pare incompatibile con la vita dello spirito. Ad ogni modo è sicura che sarebbe una pessima madre. Il suo ideale è l’unione libera di una poesia di André Breton. A volte si sente schiacciata sotto il peso delle cose che ha imparato. Ha un corpo giovane e un pensiero vecchio. Sul diario ha scritto che si sente «stomacata da idee passepartout, satura di teorie», che è «alla ricerca di un altro linguaggio» per «tornare a una purezza primigenia», sogna di scrivere in una lingua sconosciuta. Le parole le sembrano soltanto «un ricamino ai bordi di una tovaglia di notte». Altre frasi contraddicono questa stanchezza: «Sono un volere e un desiderio». Non dice quale. […] […] Ora le voci erano vibranti, aggressive, si interrompevano senza tante cerimonie. I volti esprimevano la collera, il disprezzo, il godimento. La libertà dei gesti e l’energia dei corpi bucavano lo schermo. Se di rivoluzione si trattava, era in quei cambiamenti dei modi di fare che si stava davvero compiendo, in quella nuova espansività, in quella rilassatezza, in quei corpi seduti dove e come capitava. Quando il ricomparso de Gaulle – ma da dove sbucava? lo speravamo uscito di scena definitivamente – riesumava con una smorfia di disgusto il termine chienlit per parlare di quella che ai suoi occhi era solo una pagliacciata, senza nemmeno sapere cosa volesse dire quel vocabolo desueto percepivamo tutto lo sdegno aristocratico che gli suscitava la rivolta, ridotta a una parola che richiamava alla mente escrementi e amplessi, brulicare animalesco, scatenarsi degli istinti. Non facevamo caso al fatto che non stesse emergendo nessun leader operaio. Con la loro aria paterna i dirigenti del PC e dei sindacati continuavano a determinare i bisogni e le volontà. Si precipitavano a negoziare con il governo – che tuttavia era quasi immobile – come se non si potesse ottenere niente di meglio che l’aumento del potere d’acquisto e l’innalzamento dell’età pensionabile. Guardandoli uscire dal Ministero del lavoro dopo gli accordi di Grenelle, tutti intenti a enunciare pomposi, con parole che avevamo già dimenticato da tre settimane, le «misure» alle quali il potere aveva «acconsentito», ci si sentiva venir meno. […] Annie ErnauxGli anniL’Orma Editore Altro su Annie Ernaux Annie Ernaux – L’evento – cit.

Virginia Woolf [cit. da “Voltando Pagina” a cura di Liliana Rampello]

[…] Nei romanzi, afferma, si dispiegano più intimamente e più pienamente che altrove i pensieri, le speranze e le vite delle donne nel secolo e nel paese che videro il loro più notevole sviluppo. Si potrebbe addirittura dire che non fosse per i romanzi del XIX secolo saremmo rimasti all’oscuro di questa parte della razza umana come lo furono i nostri antenati. Da secoli è cosa nota che le donne esistono, fanno figli, non hanno la barba e raramente diventano calve; ma a parte queste cose, e altre in cui si dice siano identiche agli uomini, sappiamo ben poco di loro e disponiamo di ben pochi dati sicuri su cui basare le nostre conclusioni. Inoltre raramente il nostro giudizio è spassionato. Prima del XIX secolo la letteratura presentava quasi esclusivamente la forma del soliloquio, non del dialogo. Il sesso ciarliero, contro l’opinione corrente, non è quello femminile, bensì quello maschile; in tutte le biblioteche del mondo si può sentire l’uomo che parla a se stesso e il più delle volte di se stesso. È vero che le donne sono fatte oggetto di molto arzigogolare e vengono spesso rappresentate; ma è ogni giorno più evidente che Lady Macbeth, Cordelia, Ofelia, Clarissa, Dora, Diana, Helen e tutte le altre non sono affatto quello che fanno finta di essere. Alcune sono chiaramente uomini travestiti; altre rappresentano quello che gli uomini vorrebbero essere, o sono consapevoli di non essere; o ancora incarnano lo scontento, la disperazione, che i più sentono quando riflettono sulla triste condizione della razza umana. […] Virginia Woolf “Men and Women”, Times Literary Supplement, 18 marzo 1920  

Vergine giurata - Elvira Dones - (non recensione)
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Vergine giurata – Elvira Dones – (non recensione)

Vergine giurata – Elvira Dones – (non recensione)   Secondo il Kanun le donne albanesi (nord del paese, sulle montagne), per scelta o costrizione, possono vivere la loro vita da uomini. Le motivazioni sono svariate, la morte o l’assenza di un erede maschio, il rifiuto del matrimonio combinato, questioni economiche, questioni d’onore. In pratica, colei che diventa vergine giurata sceglie un nome maschile, veste da maschio, partecipa alla vita del villaggio da maschio con tutti i privilegi annessi e connessi. Rinuncia al suo essere donna e a qualsiasi tipo di fisicità. Riassunto molto sbrigativo di una faccenda ben più complessa che vi consiglio di approfondire, chiedo scusa a chi ne sa di più e che troverà queste righe qua sopra un po’ frettolose e non esaustive. Mark/Hana Dona, donna fattasi maschio per scelta, sempre che di scelta si possa parlare, e che da maschio vive dai 19 ai 34 anni, quando decide di tornare ad essere solo Hana. Per me è un libro bello, duro nella sua leggerezza, in cui l’autrice guarda alla questione delle vergini giurate dal punto di vista della protagonista, dei suoi sentimenti, della sua dicotomia, scrivendo un romanzo e non una saggio o un trattato sociologico sul fenomeno in sé. È uno di quei libri che, “semplicemente”, ti racconta una storia toccando corde che su ognuno vibrano in modo diverso, mettendo in moto, in modo diverso, e in quantità diversa, riflessioni che nel libro, magari, non vengono espresse ma che appartengono ai possibili risvolti che la storia ha, o solo alla personale sensibilità/storia del lettore. La scrittura della Dones scivola via, a tratti poesia in prosa, senza scossoni, salvo avermi dato almeno una stilettata a pagina. E’ il percorso umano, psicologico, sentimentale, fisico di una mente, di un cuore, di un’anima. E’ un libro sulle diverse forme d’amore, sulle trappole emotive che a volte riserva. Elvira Dones è autrice di documentari e ha quindi dimestichezza con il linguaggio video. Ho letto le prime 80 pagine in una giornata e il giorno dopo, soprappensiero facendo altro, ogni tanto il libro mi tornava alla mente sotto forme di scene cinematografiche, proprio come se avessi visto un film, e questo, per il mio gusto personale, è proprio una gran bella cosa. “Vergine giurata“Elvira DonesFeltrinelli, 2007224 p.

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