Contro i figli – Lina Meruane – (non) recensione

pamphlet ‹pãflè› s. m., fr. [dall’ingl. pamphlet ‹mflit› «opuscolo», a sua volta dall’ant. fr. Pamphilet, titolo pop. della commedia lat. in versi Pamphilus seu de amore, del sec. 12°; nel sec. 18° acquistò, in Francia, il sign. odierno]. – Libello, breve scritto di carattere polemico o satirico.

Contro i figli di Lina Meruane è breve, è polemico, è satirico. Ed ha una copertina fantastica, ma questa è un’altra storia.
Non è un pamphlet contro i bambini, è un pamphlet contro i figli. È una distinzione importante.

Non scrivo in favore dell’infanticidio, sebbene il neonato qui a fianco interrompa il mio sonno, sebbene i ragazzini del piano di sopra ballino il tip tap sul mio soffitto e sul mio lavoro diurno.
Non difendo la soppressione di alcuna vita, sebbene sia a favore di tutte le forme possibili e immaginabili di contraccezione che non mettano in pericolo la salute delle donne. E sono contraria alla violenza che tanti bambini e tante bambine subiscono ogni giorno. Non sono contraria ai bambini.
Scritto in altro modo:
È contro i figli che scrivo queste pagine.

I figli, quello che rappresentano. Quello che sono diventati per la società e per le madri, per le famiglie.
In equilibrio sul filo teso dell’ironia e della provocazione Meruane fa domande importanti, mette al centro del dibattito riflessioni urgenti su società, femminismo, patriarcato, maternità, stato e capitalismo.

Cos’è accaduto? Non eravamo riuscite, noi donne, a liberarci della condanna, della palla al piede chiamata figli che la società voleva imporci? […]
Non eravamo arrivate alla conclusione che il femminismo fosse ormai passé, che potevamo dimenticarci i suoi slogan perché avevamo vinto noi e potevamo goderci quello che avevano conquistato?
Che errore madornale, signore e signorine.

In equilibrio sul filo teso dell’ironia e della provocazione Meruane non ci dice cosa fare, non ci dice cosa non fare. Ci chiede di osservare, e di riflettere. Di allargare la visione d’insieme. Non va, e non può andare, ha scritto un pamphlet, nel particolare. Non può analizzare ogni singola madre, ogni singola maternità, ogni singola donna. Compie un volo radente, avvicinandosi a terra senza mai atterrare.
Ci chiede di riflettere.

Il vecchio ideale di come una donna dovrebbe essere non batte facilmente in ritirata, il mondo non è intenzionato a lasciarselo alle spalle, continua a reclamarlo con rabbiosa nostalgia.

La pressione sociale, il discorso dominante. Fare figli. È la nostra natura, è il compimento della nostra essenza che senza prole resta irrisolta, incompleta.
Ha ragione Meruane. A noi donne viene chiesto quando avremo dei figli. Non se.
È una distinzione importante.
Manifesta il sentire comune per cui non desiderare figli è socialmente inaccettabile, innaturale, un gesto egoista o il sintomo di un più o meno grave difetto mentale.
Essere in grado di fare una cosa non implica il desiderio di farla.
È un concetto semplice, eppure.
Da ogni lato l’attacco è serrato. Il lavorio sociale e culturale è costante, continuo. Perenne.

Proprio così, un vero e proprio coro di soprani, baritoni, tenori e bassi: il vibrato possente del patriarcato. […]
Figli! Il vetusto ma ancora potente precetto religioso (qualunque sia il credo, l’evangelo della procreazione è sempre lo stesso) che, come un ventriloquo di una qualche divinità maschile, ci ordina di crescere, moltiplicarci, riempire la terra di successori […].
Figli! Il sistema capitalista mette in scena un’altra crisi produttiva ed enfatizza un sospiro soffocato imponendo sui corpi femminili una gestazione privata, privatizzata, e priva di assistenza mentre lo Stato dà segni di un imminente collasso.
Figli! Ripetono sconsideratamente i portavoce delle ideologie reazionarie. Vogliono figli che non esiteranno a far rinchiudere se vengono su ribelli, e ovviamente vogliono figli poco volitive ed estremamente fertili […]

Vola radente, Meruane. Senza mai atterrare, è un pamphlet. In equilibrio sul filo teso dell’ironia a della provocazione, ci chiede di guardare. Di guardare alla storia, che si ripete, in un balletto infinito. Due passi avanti e uno indietro. Due passi avanti e uno indietro, di nuovo in casa, di nuovo madri. Vola radente, Meruane, e ci porta avanti e indietro nel tempo e nelle parole (rivoluzione francese, epoca vittoriana, Mary Wollstonecraft, Virginia  Woolf, Olympe de Gouges) sulla rotta di un semplice dato di fatto. Su cui ci chiede di riflettere.

Fateci caso: a ogni conquista femminista è seguito un passo indietro, a ogni stoccata femminile un contraccolpo della società volto a domare gli impulsi centrifughi della liberazione.

Perché le donne ad ogni sollevazione, rivoluzione, insurrezione hanno gridato forte e hanno messo i loro corpi al centro del conflitto. Hanno gridato forte. Fortissimo. Hanno combattuto e rivendicato. Salvo poi, è storia, non sono i vaneggiamenti di una femminista acida, essere riposte nuovamente al loro posto. In casa, con figli al seguito.
È con i figli e con il richiamo costante alla nostra (presunta) natura docile e remissiva, che ci ripongono al nostro posto.
Vola radente, Meruane. È un pamphlet.
Radente su uno Stato capitalista che ha dannatamente bisogno del lavoro sottopagato delle donne e del sacrificio delle madri per ripetere se stesso all’infinito.
Radente sull’angelo del focolare, radente sull’analisi delle donne che hanno spiumato l’angelo e che hanno scelto l’arte (la scrittura, nello specifico) al posto dei figli.
Radente su questi figli dominanti, padroni assoluti sul tempo e sulla vita. Figli iper protetti e iper stimolati a cui tutto è permesso, dato e concesso.
Radente, in equilibrio sul filo teso dell’ironia a della provocazione, sulla madre perfetta, la madre che lavora, che fa tutto e che lo fa meglio, che non chiede aiuto, mai, vittima dell’angelo più potente che si sia mai vistoperfezionista e competitivo, che la chiude in un’ansia da non palesare, mai, per nessuna ragione al mondo, pena il biasimo e la scomunica, donna moglie madre perfetta performante mai esausta a cui chiede di osservare,

al di là di se stessa, la condizione del genere a cui appartiene nella società ingiusta in cui vive.

E magari, perché no, di scendere in piazza.

Sono una donna-senza-figli-per-scelta, le parole di Meruane non sono nuove per me. Hanno sottolineato cose che ho vissuto, pensato, provato. Il mio percorso di donna-creativa-senza-figli è dovuto necessariamente passare attraverso percorsi, passaggi, soste, riflessioni, libri, figure femminili e pensieri comuni all’autrice di questo pamphlet. La ringrazio per aver messo nero su bianco queste parole restando così bene in equilibrio sul filo dell’ironia e della provocazione.
Sono parole, messe nero su bianco, su cui credo sia necessario e urgente riflettere.

Contro i figli
Lina Meruane
traduzione Francesca Bianchi
La Nuova Frontiera
pag. 129
2019

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