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Tag: romanzo

Letizia Muratori [cit. Come se niente fosse]

«Prima leggo, ma poi scrivo» le dissi. «Sul serio?» Giacinta smise di accarezzare Belli e dannati. «Sì, ricopio le pagine che mi piacciono su un quaderno». «Ma che stranezza». «È come disegnare, se sapessi disegnare le disegnerei, quelle pagine». «Interessante, e perché lo fai?». «Così mi sembra quasi di averle scritte io. E mentre copio mi sento meglio». «Però non si fa. Se ti piace scrivere, magari ispirati ai libri che leggi, e poi prova a buttar giù qualcosa di tuo». Per me scrivere era davvero come disegnare, un gesto della mano. Dovevo allenarmi, tentare di riprodurre quegli spazi sicuri e inaccessibili, e così cominciai a fare come con le imitazioni. A imitare ero proprio brava, tutti mi chiedevano sempre: ti prego, facci questo e quello. A un certo punto, da un deserto di pensiero mi veniva fuori qualcosa che non aveva più niente a che fare con il modello, ma era un’invenzione di gesti e battute su cui potevo andare avanti a oltranza. Ci provai: dal copiato passai all’imitazione. Riga dopo riga, percorrendo quelle pagine con l’accanimento di chi va in bici a rotelle, vennero fuori i miei primi, stentati paesaggi. Avevo imparato a pedalare, e potevo cadere in ogni momento, ma non tornare indietro. Letizia Muratori, Come se niente fosse Adelphi

(non) recensioni di libri

Passaparola. A murder mystery – Simon Lane – (non) recensione

“Ma purtroppo la verità, come la luce, la senti tua in modo speciale quando sei l’unico a vederla, né ti immagini che gli altri riescano a percepirla come te, ammesso e non concesso che la vedano. Ognuno guarda il mondo con i propri occhi, e questo include la verità, che lo si voglia o meno, vale a dire che se anche tutti fossero onestissimi, cosa che non sono, persino allora la verità continuerebbe a essere una faccenda personale, un po’ come l’amore o la scelta di mangiare a colazione il croissant o il pain au chocolat, oppure uova e bacon se sei mister Penfold.” Passaparola è Felipe. Felipe che ad un registratore racconta come sono andate le cose, dall’inizio. Perché è questo che gli ha chiesto il suo avvocato. E Felipe racconta. Racconta i fatti, racconta se stesso. E l’amore e la solitudine. Racconta le persone dal suo personalissimo, invisibile, punto di vista. Racconta della luce che ogni giorno si posa sul pavimento, delle stanze che devono essere pulite e delle persone che non possono essere pulite fino in fondo. Felipe racconta di quel giorno lunghissimo, il giorno più lungo dell’anno. Racconta l’arte, i film e i libri. Racconta la scrittura e anche uno scrittore. Felipe racconta il genere umano nelle sue più semplici ma reali sfumature. Felipe racconta i fatti, dall’inizio, perché è quello che gli ha chiesto l’avvocato. Perché se non è stato lui ad uccidere monsieur Charles bisogna provare a capire chi è stato. Felipe è uno  di quei personaggi di carta che vorresti incontrare per poterci parlare, con la sua leggerezza, la sua fragilità e la sua filosofia. E Passaparola è un libro da cui si dovrebbe e potrebbe fare un film. Per le strade di Parigi. O adattarlo per il teatro. Un lungo monologo pieno di poesia, in scena un uomo e un grosso bidone per la raccolta differenziata. Non conoscevo questo libro, “Passaparola. A Murder Mystery”. E nemmeno il suo autore, Simon Lane. Ringrazio la 8libriedizioni per avermelo segnalato. Passaparola. A murder mystery Simon Lane Ottolibriedizioni pp. 192 traduzione di Cristina Ingiardi copertina di Stefania Morgante

(non) recensioni di libri

Stati di grazia – Davide Orecchio – una (non) recensione

[…] È colpa dei soprusi, della guerra per la vita, dell’ozio negato, della penuria, dell’insussistenza, dello squallore, dei rapporti di forza, delle classi, dei dipartiti che bussano sulla memoria oppure la scorticano. Quanto pesano fatica e schiavitù? Perché ha viaggiato fin qui, se ora prende nuovi ordini? In Sicilia era servo sottoterra, adesso lo è sotto il sole: cambia la luce e nient’altro. Spiegami cosa sarebbe questa felicità si domanda e risponde: Non «cosa», ma «dove»: abita con noi, striscia nell’orto, dorme sotto la brace. È qui, l’abbiamo portata assieme a tavolo e brande. Non la vedi? Non la vede. Resta triste. Non si fa una ragione e odia tutto quel vero. Odia il dominio, le angosce nel corpo. Tiene lo sguardo tra i rovi. Non è diverso da quello che era. […] Stati di grazia di Davide Orecchio, pubblicato da ilSaggiatore, è molto ma molto di più di questa citazione. Molto ma molto di più. Quella scritta qua sopra è solo una goccia, è solo una delle mille parti di questo libro che avrei potuto scegliere come inizio di questa (non) recensione. Stati di grazia è scrittura e Scrittura, una storia e una Storia. La Storia. Anche, in un certo senso. Stati di grazia è un viaggio per mano alle protagoniste e ai protagonisti, un viaggio che non saprei definire perché in fondo sto scrivendo di questo libro ma mi mancano le parole per farlo. Forse perché di parole, belle, giuste, precise, dosate, scagliate, appoggiate, urlate, sussurrate, scelte, allineate, compatte, giù come un’onda anomala inarrestabile questo libro ne è pieno, pieno zeppo. Pieno di parole, di virgole e di punti. Punti, soprattutto. Un’onda anomala potentissima e dolcissima, spaventosa e reale. Dicevo, un viaggio. Un viaggio umano e doloroso. Un viaggio forte e rabbioso. Come è la Storia, umana, dolorosa, forte e rabbiosa quando la si guarda da dentro, quando la si guarda per mano a qualcuno. Ma mi fermo qua, perché in fondo sto scrivendo di questo libro ma mi mancano le parole per farlo. Mi mancano sempre, le parole, quando un libro me ne regala così tante. Stati di grazia Davide Orecchio ilSaggiatore p. 309 collana La cultura

Elena Ferrante [cit. da Storia di chi fugge e di chi resta]

Tu capisci, Lenù, che cosa succede alle persone: abbiamo troppa roba dentro e questo ci gonfia, ci rompe. Va bene, gli ho detto, saremo amici, ma togliti dalla testa che puoi fare la femmina come me, tutto quello che riusciresti a essere è la femmina secondo voi maschi. Puoi copiarmi, farmi il ritratto preciso come fanno gli artisti, ma la mia merda resterà sempre la mia, e la tua la tua. Ah, Lenù, che ci succede a tutti quanti, siamo come i tubi quando l’acqua gela, che brutta cosa è la testa scontenta. Ti ricordi quello che facemmo con la mia foto di sposa? Voglio continuare per quella strada. Viene il giorno che mi riduco tutta a diagrammi, divento un nastro bucherellato e non mi trovi più. Elena Ferrante, Storia di chi fugge e di chi resta [L’amica geniale, terzo volume]

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Crank – Ellen Hopkins

Ho acquistato “Crank” in internet, non avevo quindi notato il timbro in grafica di copertina in grassetto spinto che recita UN MILIONE DI COPIE VENDUTE IN AMERICA e IL LIBRO PIÙ CENSURATO NELLE SCUOLE AMERICANE. L’avessi incontrato di persona sullo scaffale di una libreria mi sarei fatta travolgere dal sano pregiudizio per lo strombazzamento da best seller e da una certa diffidenza per i gusti del popolo americano. Meglio così, perché pur non imbracciando il megafono per gridare al capolavoro devo dire che ho apprezzato questo libro. Il tema non è dei più semplici, ed è anche e soprattutto un argomento (tra i tanti devo dire) che può velocemente mandarmi il sangue al cervello. “Crank” è un romanzo (semi)autobiografico in cui l’autrice, Ellen Hopkins, veste i panni della figlia adolescente Kristina che racconta la sua esperienza di dipendenza dal crank, una metanfetamina parente dello speed (per quanto mi è stato possibile capire). Ecco, questo, per me, è un argomento pericoloso e scivoloso come una lastra di ghiaccio in tangenziale. E invece la Hopkins non demonizza e non moralizza. Non intraprende nessuna crociata purificatrice, non agita lo spauracchio dell’inferno come punizione divina per l’incauto gesto. Non straparla e non giudica. La Hopkins non mente e non manomette, non nasconde quanto, ad esempio, la droga possa provocare sensazioni di piacere estremo. E già questo è un bel punto assegnato. Credo che il sottotitolo, “cronaca di una dipendenza” illustri bene la tipologia di romanzo che mi sono trovata tra le mani. Nessuna analisi, nessuna teoria, solo la pratica, solo la cronaca. E non della dipendenza ma di una dipendenza, quella di Kristina che a sedici in anni, nel pieno, quindi, di quel periodo della vita che si chiama adolescenza in cui la ricerca e la formazione della propria personalità raggiunge il picco di fatica e di dolore, inciampa e carambola addosso al crank. È Kristina che fa sparire la figlia perfetta e studentessa modello e lascia emergere Bree, la persona che ha dentro e che ha iniziato a piacerle più di quel suo guscio presuntuoso. È Kristina ad evocare Bree “quando i sogni non soddisfano più, quando le sottili nuvole della monotonia asfissiano la folgore, quando Kristina piange”. Questo romanzo è la cronaca di un amore, o di tanti amori, totali e totalizzanti come solo sanno esserlo a sedici anni, capaci di portarti ad altezze inimmaginabili per poi sbatterti a terra con inaudita violenza. Proprio come fanno alcune sostanze. Questo romanzo è la cronaca del mostro, così Kristina chiama il crank, che la blandisce con “un quesito più profondo. Valeva la pena farsi quel viaggio?” perché, “insomma, chi vorrebbe arrancare attraverso la vita, agendo sempre nel modo giusto?”. In fondo “Non rischiare significa perdere i propri sogni”. Crank è una storia, non la storia, di un percorso accidentato, di un baratto tra il vero-e-sincero per un giro di prova sul lato oscuro. E il dover capire, alla fine, e  riuscire a convincersi che la vita con il mostro finisce per essere routine. Uscendo poi dalla trama per entrare nel tecnico della tecnica (!) “Crank” è un romanzo in versi liberi disegnati sulla pagina con una scelta grafica che fa vibrare il testo su un ritmo tutto particolare. La scelta delle parole, sinuose e dirette,  e quella della loro posizione sulla pagina concorrono in egual misura a comporre il suono del testo. Come, ad esempio, così o creando un testo nel testo, deviando dall’amalgama principale. Tipo così o così E devo dire che il tutto mi ha regalato una lettura scorrevole e a tratti ipnotica (nonostante qualche scivolone qua e là) come m’aspettassi da un momento all’altro di vedere le parole muoversi e scambiarsi di posto sulla pagina. __________________________ Crank. Cronaca di una dipendenza Ellen Hopkins Fazi 446 p.

Via delle Camelie
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Via delle Camelie – Mercè Rodoreda – (non) recensione

La scrittura di Mercè Rodoreda riesce sempre a portarmi altrove. E Via delle Camelie mi ha portata nel flusso di memoria della protagonista lasciandomi addosso la sensazione di aver vissuto in intimità con qualcuno. La capacità di accostare dettagli, eventi e sensazioni per creare il mosaico della narrazione è l’incanto che permette l’immersione. Non è una lettura facile, il flusso è unico, annulla il tempo e tutto accade in un drammatico ora, in una corsa affannata, rincorrendo e scappando, mettendo a nudo debolezza e crudeltà, mescolando la realtà all’incubo. È un libro cupo e desolato. Un susseguirsi di strappi che non possono essere ricuciti. Via delle Camelie è una discesa all’inferno, quella di Camelia, che è come un vuoto che cerca disperatamente di trovare ciò che la può colmare. E allora ingloba tutto, accetta tutto, si lascia riempire da tutto, e da tutti. Accetterà abbracci che la stritoleranno, cercherà carezze che la feriranno. È un libro pieno di solitudine, e perdita e smarrimento. Eppure è anche una storia a suo modo forte, e dolce, in cui i dettagli si mescolano nel contrasto tra la sporcizia e il profumo delicato dei fiori. È una storia che poteva essere raccontata in mille modi diversi, la storia di una bambina abbandonata davanti ad un portone che passerà la vita a cercare quello che l’abbandono porta via, scambiando l’amore con la cura, e l’uomo/amante con il guaritore, una storia sentita mille volte che la Rodereda ha raccontato in modo unico, portando il lettore dentro Camelia, che resta come sullo sfondo, rarefatta, trascinata. Come un vuoto da colmare. Circondata dal profumo dei tigli. […] Mi liberò dall’incantesimo una voce di bambina che chiedeva come si chiamava quell’uccello: era una bambina bionda, con i boccoli, e dava la mano a un signore. Pensai subito che fosse suo padre. Si erano fermati a guardare l’uccello che pian piano si girò di schiena. Il signore stava in mezzo, tra la bambina e me; era alto e magro, mandava un odore forte di mimosa, e al polsino della camicia portava una pietra azzurra  e scura che di tanto in tanto brillava. Gli presi una mano senza guardarlo e dovetti chiudere gli occhi perché sembrava che ogni cosa si muovesse. Quando li riaprii vidi che la bambina con i boccoli si era avvicinata e mi guardava. Senza una parola diede un colpo molto forte con il taglio della mano tra la mia mano e quella del signore e lo tirò per portarselo via. Se ne andarono in giù per la strada e io non capivo perché quel signore, invece di andarsene con la bambina, non la lasciava lì a guardare l’uccello e non si portava via me. […] Via delle Camelie Mercè Rodoreda La Nuova Frontiera – Collana ilBasilisco 202 p. Altro su Mercè Rodoreda, se ti va. Piazza del Diamante Giardino sul mare e un’intervista all’autrice che ho tradotto dallo spagnolo pubblicata su El Pais nel 10983

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Tutta mio padre – Rosa Matteucci

Ci ho messo un po’ a trovare le parole per parlare di questo libro della Matteucci. Evidentemente avevo bisogno che le parole lette trovassero il loro spazio. Le ho lasciate sedimentare, per provare a centrare meglio il punto. Prima un appunto del tutto personale. Non capita spesso, ma a volte succede. Aprire un libro, iniziarlo, e rendersi conto, con un leggero brivido di stupore, che quello che stiamo leggendo prende perfettamente posto nei pensieri del momento. È un periodo che nella mia testa passeggiano parole come famiglia, memoria, passato, frammenti che sommandosi danno come risultato la persona. Questo libro combacia perfettamente con questi pensieri. A pagina quindici si legge, “Nella campagna militare che sto per intraprendere le mie uniche alleate saranno le parole. Ecco, mi appresto a combattere. Non devo tralasciare alcun dettaglio per infimo che sia. Ho indossato la mimetica e tutta la santabarbara ad armacollo: pronomi, aggettivi, verbi, figure retoriche, arcaismi. Ho persino una confezione da borsetta di spry antistupro, per difendermi dai neologismi.” Questa entrata in guerra armata di parole produce passaggi come questi, “Pascetevi degli scarti della memoria, di questo tempo che è fuggito e che più non torna. Delle occasioni mancate, delle fatalità, dei casi strani e della fatica di vivere che grava sul cuore. Amatevi l’un l’altro, sempre anche a costo di venir rifiutati, ma amatevi. Siate come la lepre, come il pipistrello, perché la determinazione a vivere sempre prevarrà di fronte alle disgrazie. Perché a me la pena di vivere mi prese sin dalla nascita, le sono appartenuta da subito senza opporre la minima resistenza, perché ad essa ero votata già molto tempo prima di nascere.” Questa entrata in guerra, spietata, da vita ad una immersione nella memoria, una dissezione chirurgica e implacabile di un passato che torna, un passato fatto di luoghi, oggetti, odori, abitudini familiari, tic, ossessioni. Dettagli che sommati uno dopo l’altro, uno sopra l’altro, ci restituiscono un affresco di vita personale ma insieme anche collettivo. Questo libro è un mosaico fatto di piccoli e grandi frammenti, accostati così come memoria e necessità impongono. Ricordi, schegge. Che odorano e fanno rumore. Ancora e ancora. Un distillato di ironico cinismo, dolore che a tratti è rabbia, che si mescola al profondo amore e si manifesta nel sorriso beffardo di chi sa che le cose devono essere chiamate con il loro nome per poterle guardare dalla giusta prospettiva, dalla necessaria distanza per poterle chissà, magari, archiviare. L’autrice ci offre una catarsi, la sua, che possiamo fare nostra. Liberarci, magari. Magari, riprendere la giusta distanza. Tutto fissato sulla carta con una padronanza della lingua italiana davvero invidiabile, una narrazione che corre, sale, si arrampica, si avvolge su stessa, gira, torna indietro e riparte, con un ritmo che non cala mai di tono, con digressioni che non stancano e descrizioni che non lasciano dubbi, e che spesso porta il sorriso a trasformarsi in sonora risata. Tutta mio padre Rosa Matteucci p. 286 Bompiani

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Lo strano caso dello scarafaggio che diventò uomo – Tyler Knox

Sono un po’ fusa ultimamente, mi succede quando arriva luglio, con il suo caldo e un intero anno sul groppone. Mi lascio andare a letture leggere, che non impegnano tutta quanta la testa. Al supermercato, in offerta, ho trovato questo: “Lo strano caso dello scarafaggio che diventò uomo” di Tyler Knox. Mi è piaciuto. Leggero senza essere stupido, semplice senza essere banale. L’autore si destreggia bene con la sua idea di rovesciare quel gran capolavoro che è “La metamorfosi” di quel gran genio di Kafka limitandosi al parallelismo solo nelle prime pagine, quelle in cui racconta di un piccolo scarafaggio che si risveglia umano, uomo. Per il resto la storia racconta della lenta presa di coscienza di questo cambiamento e della progressiva ascesa di Jerry Blatta dai bassifondi ai piani alti passando per la variopinta malavita newyorkese degli anni cinquanta. Tutto visto dal punto di vista di un insetto fattosi uomo, che osserva e studia i suoi nuovi simili e vede mutare i propri desideri e i propri istinti, ma rimanendo, in fondo, pur sempre, uno scarafaggio. Tutto condito con personaggi azzeccati, come la seconda voce narrante, quella di Acaro, compare di Jerry Blatta. Magari sono tutti un po’ vittime dello stereotipo del malavitoso ma riescono a coinvolgere e a far sorridere. E anche a riflettere, ogni volta che il protagonista si ritrova a paragonare natura umana e natura da scarafaggio. Insomma, non un capolavoro ma sicuramente un buon libro, adatto al caldo che fa e alla mia testa fusa. E poi, mi piace la copertina … Lo strano caso dello scarafaggio che diventò uomo Tyler Knox Newton & Compton p. 384

voglio guardare - diego de silva - (non) recensione
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Voglio guardare – Diego De Silva – (non) recensione

Voglio guardare – Diego De Silva – (non) recensione Sono venti minuti abbondanti che sto ferma immobile di fronte alla pagina bianca cercando di capire cosa c’è da dire su questo libro. Comincio a digitare sulla tastiera quando nella mia testa si forma un pensiero: questo libro non va capito, questo libro non si spiega, e nemmeno lo si può raccontare. C’è la scrittura di De Silva, piena, densa e consapevole. È una scrittura che sa di amore e cura per le parole che si susseguono senza intralci o dissonanze. Alcuni passaggi sono piccole perle di perfezione stilistica. Il linguaggio è colonna portante per tutto il testo, le parole sono collegate l’una all’altra dal filo di una narrazione forte e precisa. E poi c’è tutto il resto. De Silva mette a fuoco, con una calda freddezza, il lato oscuro. Deposita sulla pagina l’ossessione, mette a nudo l’inadeguatezza. Ci porge il male, l’osceno, l’orribile. Ci dice l’indicibile. E ciò che colpisce è la totale assenza di giudizio, né positivo né negativo, la scrittura priva di didascalia o significato sottinteso, il puro e semplice narrare. Nessuna spiegazione, nessuna lezione. È per questo, forse, che a tratti può sembrare che lo scrittore non si spinga sufficientemente dentro la trama, dentro le cose. Ma se l’avesse fatto, io credo, sarebbe venuta a mancare quest’assenza di giudizio, questa restituzione quasi chirurgica dei fatti e dei sommovimenti dei protagonisti. Scendere nei dettagli, rispondere alle domande, spiegare le psicologie avrebbe sporcato il testo. Forse tutto quello che c’è da capire in questo libro sta nel titolo. “Voglio guardare”. Questo si fa, leggendo questo romanzo. Si sta a guardare i due protagonisti che scivolano nel baratro, un passo alla volta. E lo facciamo da una posizione privilegiata, al sicuro, lontani. Ma quando lo chiudi, quando l’ultima pagina è stata archiviata, per un attimo, non ti senti poi così al sicuro. Quanto sono al sicuro dal mio lato oscuro, quanto sono al sicuro dalla degenerazione della mia ossessione. Quanto sono al sicuro della mia inadeguatezza. “Voglio guardare” Diego De Silva Einaudi 183 p.

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