blockmianotes

Tag: donne

Annie Ernaux [cit. Gli anni]

[…] Più ancora che un modo di affrancarsi dalla miseria, gli studi le paiono lo strumento di lotta privilegiato contro quell’impantanarsi femminile che le suscita pietà, quella tentazione di perdersi in un uomo che ha già conosciuto (come nella foto del liceo di cinque anni prima) e di cui ha vergogna. Nessuna voglia di sposarsi o di avere dei figli, la maternità le pare incompatibile con la vita dello spirito. Ad ogni modo è sicura che sarebbe una pessima madre. Il suo ideale è l’unione libera di una poesia di André Breton. A volte si sente schiacciata sotto il peso delle cose che ha imparato. Ha un corpo giovane e un pensiero vecchio. Sul diario ha scritto che si sente «stomacata da idee passepartout, satura di teorie», che è «alla ricerca di un altro linguaggio» per «tornare a una purezza primigenia», sogna di scrivere in una lingua sconosciuta. Le parole le sembrano soltanto «un ricamino ai bordi di una tovaglia di notte». Altre frasi contraddicono questa stanchezza: «Sono un volere e un desiderio». Non dice quale. […] […] Ora le voci erano vibranti, aggressive, si interrompevano senza tante cerimonie. I volti esprimevano la collera, il disprezzo, il godimento. La libertà dei gesti e l’energia dei corpi bucavano lo schermo. Se di rivoluzione si trattava, era in quei cambiamenti dei modi di fare che si stava davvero compiendo, in quella nuova espansività, in quella rilassatezza, in quei corpi seduti dove e come capitava. Quando il ricomparso de Gaulle – ma da dove sbucava? lo speravamo uscito di scena definitivamente – riesumava con una smorfia di disgusto il termine chienlit per parlare di quella che ai suoi occhi era solo una pagliacciata, senza nemmeno sapere cosa volesse dire quel vocabolo desueto percepivamo tutto lo sdegno aristocratico che gli suscitava la rivolta, ridotta a una parola che richiamava alla mente escrementi e amplessi, brulicare animalesco, scatenarsi degli istinti. Non facevamo caso al fatto che non stesse emergendo nessun leader operaio. Con la loro aria paterna i dirigenti del PC e dei sindacati continuavano a determinare i bisogni e le volontà. Si precipitavano a negoziare con il governo – che tuttavia era quasi immobile – come se non si potesse ottenere niente di meglio che l’aumento del potere d’acquisto e l’innalzamento dell’età pensionabile. Guardandoli uscire dal Ministero del lavoro dopo gli accordi di Grenelle, tutti intenti a enunciare pomposi, con parole che avevamo già dimenticato da tre settimane, le «misure» alle quali il potere aveva «acconsentito», ci si sentiva venir meno. […] Annie ErnauxGli anniL’Orma Editore Altro su Annie Ernaux Annie Ernaux – L’evento – cit.

Colette Guillaumin – [cit. Il corpo costruito]

[…] In condizioni simili, la relazione fisica che gli uomini e le donne intrattengono è di fatto una relazione di confronto asimmetrico ove si mettono in opera gli apprendimenti dell’infanzia così metodicamente e costantemente praticati. Negli spazi comuni, siano essi pubblici (la strada, i mercati, i caffè, i luoghi di divertimento, e ancora e sempre la strada … ) o privati (la casa, l’automobile, il domicilio di amici e parenti. .. ) le donne restringono continuamente l’uso che fanno dello spazio, mentre gli uomini lo massimizzano. Guardate le braccia, le gambe di questi ultimi che si stendono ampiamente sulle sedie, sulle spalliere, i loro gesti aperti e talvolta bruschi nello spostarsi. AI contrario guardate le gambe chiuse, i piedi paralleli, i gomiti stretti, lo spostamento misurato delle donne, anche nella fretta. Ciò dovrebbe funzionare molto bene e spesso è ciò che succede: il minimo spazio dell’una corrisponde al massimo spazio dell’altro. È ciò che alcuni definiscono «complementarietà», o che altri considerano come un utilizzo «armonioso» delle risorse che sono a disposizione. Più semplicemente, vi si può vedere l’effetto concreto di una fabbricazione corporea che ha insegnato agli uni la padronanza dello spazio e la proiezione del corpo verso l’esterno, alle altre il ripiegamento sul proprio spazio corporeo, l’evitare il confronto fisico … […] ___________________________________________________ […] L’uso del tempo degli individui femmine è molto più strettamente sorvegliato di quello degli individui maschi. La sorveglianza che viene esercitata sugli individui femmine, poi, continua per tutta la vita, assumendo il marito il ruolo dei genitori. E, in più e in modo meno evidente, i bambini sono efficaci controllori della propria madre, che è sempre sotto tiro e che essi controllano sia in modo volontario – è ben nota la loro reazione all’andare e venire della propria madre, l’attenzione gelosa (sì) per la sua presenza – sia in modo involontario, grazie al fatto che sulle spalle di lei riposa interamente l’onere del farsi carico, del prendersi cura di loro e di sorvegliarli quando essi non sono consegnati per qualche ora a svariate istituzioni come la scuola, le organizzazioni sportive, i movimenti giovanili, i gruppi religiosi o le famiglie di amici (oppure un’altra madre … ). Il legame con i bambini, questa catena che non può essere spezzata a meno di non incorrere nell’ostracismo e nel disprezzo assoluto del mondo circostante e della società, rappresenta uno degli imperativi sociali meglio applicato e meno messo in discussione. Le conseguenze di questo doppio controllo, volontario e involontario, per le possibili forme di padronanza dello spazio e del tempo da parte della donna, sono temibili. […] da qua >>>

(non) recensioni di libri

L’amica geniale (quattro volumi) – Elena Ferrante – (non) recensione

Per scrivere dei quattro volumi de “L’amica geniale” di Elena Ferrante devo chiudere gli occhi, per afferrare tutto, e trattenere il fiato, per fermare le immagini, le sensazioni. Le parole. Occhi chiusi e fiato sospeso per tenere insieme la scrittura, i personaggi, la trama, le trame. Le storie. Ma tutto si mescola. Si smargina. Solo un sentire emerge e resta a galla. Il senso di appartenenza. Ma non sono questi quattro libri ad appartenermi. Sono io che appartengo a loro. E credo sia la prima volta che mi capita. Appartengo alla scrittura della Ferrante, netta e poetica, onesta, viva. Dura e delicata. Appartengo Lila e Lenù, imperfette e reali, che la narrazione mi porge vive nella loro ricerca di un posto nel mondo, nei mondi. Nel micro e nel macro, nel personale e nel politico. Appartengo alla rabbia e alla disperazione, al tagliarsi e poi ricucirsi, allo sfarsi e poi ricomporsi. Appartengo a quell’affetto profondo e a quel senso di famiglia al di là della famiglia. Ai corpi esplorati, rifiutati, cercati, odiati e amati. Appartengo allo spogliarsi e al rivestirsi. Appartengo agli amori sfibranti. A quel senso di sé sfuggevole, mutevole, in balia di dubbi e paure. Come il sali scendi della marea. Appartengo all’infanzia che resta nei gesti, nelle parole e nelle scelte. Nel bene e nel male. Appartengo al percorso di liberazione dall’approvazione dello sguardo altrui. Al desiderio incessante di dare un senso alle cose attraverso la scrittura. Alla volontà di esserci, alla paura di essere. Appartengo alla cattiveria, ai sentimenti sporchi e al tentativo di nasconderli. Appartengo alla realtà narrata nel suo fluire, senza argini, senza sconti, senza abbellimenti. Appartengo alle bugie dette per sopravvivere, alle verità urlate per non soccombere. Al perdersi e ritrovarsi. Ad occhi chiusi, con il fiato sospeso. Elena Ferrante L’amica geniale 2011 e/o p. 400 Elena Ferrante Storia del nuovo cognome, l’amica geniale volume secondo 2012 e/o p. 480 Elena Ferrante Storia di chi fugge e di chi resta, l’amica geniale volume terzo 2013 e/o p. 382 Elena Ferrante Storia della bambina perduta, l’amica geniale quarto e ultimo volume 2014 e/o p. 451

Elena Ferrante [cit. da Storia della bambina perduta]

Al solito mi bastava una mezza frase di Lila e il mio cervello ne riconosceva l’aura, si attivava, liberava intelligenza. Ormai lo sapevo che riuscivo a fare bene soprattutto quando lei, anche solo con poche parole sconnesse, garantiva alla parte più insicura di me che ero nel giusto. Trovai una sistemazione compatta ed elegante al suo brontolio digressivo. Scrissi della mia anca, di mia madre. Adesso che avevo intorno a me sempre più consenso, ammettevo senza disagio che parlare con lei mi suscitava idee, mi spingeva a stabilire nessi tra cose distanti. In quegli anni di vicinato, io al piano di sopra, lei a quello di sotto, era successo spesso. Bastava una spinta lieve e la testa che pareva vuota si scopriva piena e vivacissima. Le attribuivo una sorta di vista lunga, gliel’avrei attribuita per tutta la vita, e non ci trovavo niente di male. Elena Ferrante – Storia della bambina perduta [L’amica geniale – quarto e ultimo volume]

Margaret Atwood [cit. da Il canto di Penelope]

“Chi può dire che le preghiere servano a qualcosa? D’altra parte, chi può dire che non servano a niente? Me li vedo gli dèi gironzolare per l’Olimpo, crogiolandosi tra nettare, ambrosia e profumo di ossa e grasso alla fiamma, come una banda di ragazzini di dieci anni che molestano un gatto malconcio e non sanno come passare il tempo. «A quale preghiera rispondiamo oggi?» si chiedono l’un l’altro. «Tiriamo i dadi! Per questa c’è speranza, per quest’altra no e, intanto, perché uno di noi, magari sotto forma di aragosta, non va a distruggere la vita di quella donna laggiù, con un po’ di sesso veloce?» Credo che facciano un mucchio di scherzi perché si annoiano.” Margaret Atwood – Il canto di Penelope

Da che parte si comincia e dove si va a finire. O, se preferite, Su sessismo e violenza di genere.

Lo confesso. Mi ero presa una pausa. Dalla parola femminicidio e dal susseguirsi, ininterrotto, di violenze. Una pausa, necessaria. Non so perché decido di romperla oggi, perché proprio oggi tutto ha ricominciato a girarmi vorticosamente intorno e dentro. Molto probabilmente la pausa in realtà non me la sono mai presa, e le cose, in realtà, non hanno mai smesso di vorticarmi dentro. Sicuramente non hanno mai smesso di vorticarmi intorno, nel pubblico e nel privato, e ne sono stancamente cosciente. Lo schifo, perché di schifo si tratta, reso manifesto dai messaggi nella bacheca di Grillo. Una ragazza di 19 in coma, massacrata di botte dal compagno. Un’amica che mi scrive per raccontarmi di una violenza subita perché non ha rispettato la regola, unica e indiscutibile, di accettare in silenzio l’aggressività, prima verbale e poi fisica, di un uomo. Una concomitanza di eventi, quindi. Probabile. Sia come sia l’argine si rompe e torna la necessità di dire, di mettere insieme le parole, scacciando con un po’ di fatica la sensazione di inutilità che mi accompagna in questo ultimo periodo. L’argine si rompe, mi pare il minimo. La storia la conosciamo tutti. Grillo, sulla sua pagina facebook, chiede: “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina? E tanto per chiarire, a me non interessa niente della Boldrini in quanto personaggio pubblico/politico. Non sono una donna di partito, io. Non ho tessere e non ho uno schieramento da difendere. Tanto per chiarire, a me alle urne non mi hanno mai visto. Così, per sgomberare il campo da inutili polemiche del tipo: “Saranno bravi quelli del PD”, perché no, non sono bravi quelli del PD. Anzi, mi correggo. Sono bravi, sono tutti bravi. Sono bravi i grillini, sono bravi quelli del PD, sono bravi i fascisti, del vecchio e del nuovo millennio, sono bravi i leghisti. È bravo il macellaio e il tabaccaio all’angolo, l’insegnante, il banchiere, il disoccupato. Sono bravi i kompagni. Sono brave anche un bel po’ di donne, va detto, servili nell’avallare un linguaggio che le colpisce nel momento esatto in cui lo utilizzano a loro volta. E mi prende una stanchezza che non so nemmeno da che parte cominciare. Da che parte si comincia quando si legge: “Brucio la macchina assicurandomi di aver chiuso bene le porte !” o “la porti in un campo rom e la fai trombare dal capo villaggio” o “La metto a pecora e poi la fotto in culo”? Da che parte? Da che parte si comincia non lo so. Ma so dove si va a finire. Si va a finire a Casal Bernocchi, si finisce prese a calci e pugni. Si finisce in coma. Si finisce offese e ferite per non aver abbassato la testa. È una strada dritta, senza curve, senza interruzioni. Senza neanche una sosta per riprendere fiato. Se non mi sta bene quello che fai sei una puttana che deve essere punita. Fisicamente. Con uno stupro. Se mi tradisci, se mi lasci t’ammazzo di botte. Se mi rispondi invece di stare zitta.  Una strada dritta, una retta. Fatta di una cultura che tocca e pervade tutte e tutti. Fatta di una legge contro il femminicidio che a definirla ridicola si fa un favore a chi l’ha scritta e che a definirla pericolosa si minimizza. Fatta di un diritto all’aborto sempre in bilico ad un passo dall’estinzione. Di una quotidianità faticosa, bellicosa, a schivare i colpi che arrivano da ogni lato, da ogni direzione. Di un linguaggio che incatena in ruoli e funzioni sociali che non si vuole mettere in discussione. Una retta che dalla parola passa ai fatti. Parole accettate, minimizzate, ritrattate e poi ripetute. Parole che non sono solo parole, ma, paradossalmente, la manifestazione di un agire. E tutto, parole e agire, scivola via. Come se ci fosse sempre qualcosa di più importante su cui interrogarsi, qualcosa di più importante da risolvere, qualcosa di più importante su cui prendere una posizione. Parole e fatti scivolano via, perché il punto è sempre un altro, perché la questione è sempre un’altra. E amen. Amen perché non mi riguarda, amen perché io non sono così, amen perché ma sì che vuoi che sia. E amen. Amen perché te la devi risolvere da sola, pensa ai paesi arabi e ringrazia che non devi portare il velo. Amen perché va bene la rivoluzione ma la donna è donna e l’uomo e uomo, è la natura baby e non puoi farci niente. E amen. Amen perché non abbiamo tempo per pensare anche a questo. E amen se invece è solo questione di mancanza di coraggio. Il coraggio di mettersi in discussione, di guardarsi addosso, per una volta, e dentro. Amen. Perché esistono le donne giuste e le donne sbagliate, e se quelle sbagliate le chiami puttane non c’entra il sessismo. Amen. In saecula saeculorum. Io oggi non lo so da che parte si comincia, ma so dove si va a finire. E sono stanca. E incazzata.

sestanti

Christa Wolf [cit. da Cassandra]

Ecco dove accadde. Lei è stata qui. Questi leoni di pietra, ora senza testa, l’hanno fissata. Questa fortezza, una volta inespugnabile, cumulo di pietre ora, fu l’ultima cosa che vide. Un nemico da tempo dimenticato e i secoli, sole, pioggia, vento, l’hanno spianata. Immutato il cielo, un blocco d’azzurro intenso, alto, distante. Vicine, oggi come ieri, le mura ciclopiche che orientano il cammino: verso la porta dal cui fondo non fiotta più sangue. Nelle tenebre. Nel macello. E sola. Con questo racconto vado nella morte. Termino qui, impotente, e niente, niente di quello che avrei potuto fare o non fare, volere o pensare, mi avrebbe condotto a una meta diversa. Più profondamente di ogni altro moto dell’animo, più profondamente persino della mia paura, mi impregna, mi corrode, mi avvelena l’indifferenza dei celesti verso noi terreni. Naufragata l’audace impresa di opporre il nostro debole calore alla loro gelidità. Invano – lo so da tempo – tentiamo di sottrarci alle loro violenze. Christa Wolf, Cassandra

Jeanette Winterson [cit. Perché essere felice quando puoi essere normale?]

“Stavo cercando di svincolarmi dallo stereotipo secondo cui le donne scrivono sempre dell’”esperienza” – la bussola di ciò che conoscono – mentre gli uomini scrivono di cose più grandi e più audaci, dipingono affreschi, sperimentano con la forma. Henry James ha sbagliato quando ha detto che Jane Austen scriveva su un pezzetto di avorio largo quattordici pollici, ovvero che scriveva solo dei dettagli minuti che osservava. È stato detto più o meno lo stesso di Emily Dickinson e di Virginia Woolf. Simili affermazioni mi facevano arrabbiare. Perché non potevano coesistere l’esperienza e l’esperimento? Perché non ci potevano essere la cosa osservata e quella immaginata?” Jeanette Winterson, Perché essere felice quando puoi essere normale?  

Virginia Woolf [cit. da La Crociera]

«Spesso ho camminato lungo strade dove la gente vive in fila, e le case sono tutte uguali, e mi sono chiesto che diamine facessero le donne lì dentro», disse. «Ci pensi un attimo: siamo all’inizio del ventesimo secolo, e fino a qualche anno fa le donne non erano mai uscite da sole e non parlavano mai. Per migliaia e migliaia di anni questa curiosa vita di silenzio si è svolta sullo sfondo, senza che la vedessimo mai rappresentata. È ovvio che scriviamo sempre di donne: per insultarle, per deriderle, o per adorarle; ma mai che siano le donne stesse a scrivere. Io credo che ancora non sappiamo come vivono o che cosa pensano, o che cosa fanno con esattezza. Se si è uomini, le uniche confidenze che riceviamo dalle signorine riguardano le loro storie d’amore. Ma la storia delle donne di quarant’anni, delle donne che non si sono sposate, delle donne che lavorano, delle donne che hanno un negozio e tirano su i propri figli, delle donne come le sue zie o la signora Thornbury o la signorina Allan… non si sa niente di loro. Non ve lo diranno mai. Forse hanno paura, o forse hanno un modo tutto loro di trattare gli uomini. È sempre il punto di vista degli uomini che viene rappresentato. Penso ai treni: quindici vagoni per gli uomini che vogliono fumare. Non le fa ribollire il sangue? Se fossi una donna, farei saltare le cervella a qualcuno. Non ride di noi? Non pensa che sia tutta una gran montatura? Lei… insomma che effetto le fa tutto questo?» Virginia Woolf,  La Crociera (1915) altro sulla signora Woolf Buon compleanno La signora nello specchio Phyllis e Rosamund Possiedo la mia anima Tra un atto e l’altro

Via delle Camelie
(non) recensioni di libri

Via delle Camelie – Mercè Rodoreda – (non) recensione

La scrittura di Mercè Rodoreda riesce sempre a portarmi altrove. E Via delle Camelie mi ha portata nel flusso di memoria della protagonista lasciandomi addosso la sensazione di aver vissuto in intimità con qualcuno. La capacità di accostare dettagli, eventi e sensazioni per creare il mosaico della narrazione è l’incanto che permette l’immersione. Non è una lettura facile, il flusso è unico, annulla il tempo e tutto accade in un drammatico ora, in una corsa affannata, rincorrendo e scappando, mettendo a nudo debolezza e crudeltà, mescolando la realtà all’incubo. È un libro cupo e desolato. Un susseguirsi di strappi che non possono essere ricuciti. Via delle Camelie è una discesa all’inferno, quella di Camelia, che è come un vuoto che cerca disperatamente di trovare ciò che la può colmare. E allora ingloba tutto, accetta tutto, si lascia riempire da tutto, e da tutti. Accetterà abbracci che la stritoleranno, cercherà carezze che la feriranno. È un libro pieno di solitudine, e perdita e smarrimento. Eppure è anche una storia a suo modo forte, e dolce, in cui i dettagli si mescolano nel contrasto tra la sporcizia e il profumo delicato dei fiori. È una storia che poteva essere raccontata in mille modi diversi, la storia di una bambina abbandonata davanti ad un portone che passerà la vita a cercare quello che l’abbandono porta via, scambiando l’amore con la cura, e l’uomo/amante con il guaritore, una storia sentita mille volte che la Rodereda ha raccontato in modo unico, portando il lettore dentro Camelia, che resta come sullo sfondo, rarefatta, trascinata. Come un vuoto da colmare. Circondata dal profumo dei tigli. […] Mi liberò dall’incantesimo una voce di bambina che chiedeva come si chiamava quell’uccello: era una bambina bionda, con i boccoli, e dava la mano a un signore. Pensai subito che fosse suo padre. Si erano fermati a guardare l’uccello che pian piano si girò di schiena. Il signore stava in mezzo, tra la bambina e me; era alto e magro, mandava un odore forte di mimosa, e al polsino della camicia portava una pietra azzurra  e scura che di tanto in tanto brillava. Gli presi una mano senza guardarlo e dovetti chiudere gli occhi perché sembrava che ogni cosa si muovesse. Quando li riaprii vidi che la bambina con i boccoli si era avvicinata e mi guardava. Senza una parola diede un colpo molto forte con il taglio della mano tra la mia mano e quella del signore e lo tirò per portarselo via. Se ne andarono in giù per la strada e io non capivo perché quel signore, invece di andarsene con la bambina, non la lasciava lì a guardare l’uccello e non si portava via me. […] Via delle Camelie Mercè Rodoreda La Nuova Frontiera – Collana ilBasilisco 202 p. Altro su Mercè Rodoreda, se ti va. Piazza del Diamante Giardino sul mare e un’intervista all’autrice che ho tradotto dallo spagnolo pubblicata su El Pais nel 10983

(non) recensioni di libri

Settanta acrilico trenta lana – Viola Di Grado

Quando ho finito “Settanta acrilico trenta lana” ho pensato: voglio leggere tutto quello che scriverà Viola Di Grado. Scriverà, sì, perché questo è il suo primo libro. Questo dovrebbe bastare. Ma aggiungo. A tratti la sua scrittura mi ha ricordato quella di “Senza pudore” di Helen Walsh. Chirurgica. Anche questo potrebbe bastare. Ma aggiungo. Camelia che disseziona, taglia, sfalda, distrugge, cuce e ricrea. Camelia che calpesta e sradica fiori. Camelia e la sua mamma che “certi giorni sembrava fare a gara con gli oggetti a chi avrebbe resistito più tempo senza fare rumore. Si piantava di fronte al frigorifero. Vinceva sempre lei”. Camelia che riassesta l’esistenza con le “chiavi” degli ideogrammi cinesi, e con le parole, altre parole, cerca un nuovo senso per le cose. Camelia che vive nel silenzio e nell’assenza di tempo. Camelia e gli sguardi. Camelia e l’inverno di Leeds. Camelia che è caduta in fosso. In un fosso che ingoia tutto. Camelia che smette “di parlare neanche fosse un problema di sigarette”, che impara “a bloccare le parole come si fa con gli altri sconvenienti rumori del corpo”. E anche questo potrebbe bastare. Ma aggiungo. Viola Di Grado ha una scrittura tutta sua, ha una voce. E questo è tanto, tantissimo. Passa attraverso il linguaggio e ci racconta le cose in un modo diverso, cercando formule diverse, accostamenti di versi. Metafore diverse, aggettivi diversi. Questo soprattutto dovrebbe bastare. Ma aggiungo. “Si sedette, buttai i piatti sporchi rimasti sul tavolo, accessi il bollitore. Lui guardò sul lavabo le presine bruciate, poi la spugna annerita, poi sul tavolo le macchie tonde di caffè e i grumi di marmellata. Poi poi poi, non la smetteva di guardare, e subito dopo ogni cosa era meno sporca. Il suo viso paffuto da orologio misurava il tempo fermo della mia casa, e lo sbloccava, bastava che si guardasse intorno per sbloccarlo.” Oppure. “Provateci a farmi credere che è la bellezza che cerco. Come se io fossi così banale. La bellezza c’è già. C’è dappertutto. La bellezza Dio l’ha fatta in sei giorni e da allora non se ne va più, c’è in tutto quello che ti cresce intorno senza permesso. La bruttezza invece ci vuole l’uomo per farla, una forzatura, una stortura dell’ordine cosmico. Ci vuole l’uomo per sparare cemento sulle gardenie. La bruttezza è più umana. E’ potere. E’ una storia vera senza morale che comincia dalle mie forbici e finisce sull’acrilico fiorito di tutte le maglie fortunate.” Settanta acrilico trenta lana Viola Di Grado p. 189 2011 E/O

Neve

– Sembra non voler finire mai. – Cosa? – Questo maledetto freddo. – Dici tutti gli anni la stessa cosa. – Non è vero. – Sì che è vero. Chiudo gli occhi, mi sforzo per non ridere. Li riapro. Fuori nevica, fuori dalla finestra che fissiamo entrambe inebetite e incredule. – Voglio dire, sarà mica normale la neve a fine marzo. – Strano, ma non impossibile. Chiudo gli occhi. Ha ragione lei. Questo inverno non vuole finire. – Hai freddo? – No. – Vuoi uscire a rotolarti nella neve? – Non saprei. – Vuoi un po’ di tè? – Meglio. Apro gli occhi mentre armeggia con il pentolino dell’acqua, la scatola del tè, le tazze. Il cielo bianco, l’aria bianca, la strada bianca. Il tempo si incrina, quando nevica. E le distanze temporali si annullano. – Potremmo provarci. – A fare che? – Ad essere felici. – E come? – Stando insieme. – Io e te? – Io e te. Anche quel giorno nevicava. Non come adesso però. Meno. E i fiocchi, i fiocchi erano più piccoli. E non era diventato tutto bianco così in fretta. Però faceva freddo, freddissimo, siamo entrate di corsa in quel pub. Chissà se esiste ancora. – A cosa pensi? – Al giorno in cui abbiamo deciso di stare insieme. – Che romanticona. – Non ti illudere. Ci pensavo solo perché anche all’ora nevicava. – Ah sì? – Sì, cinica che non sei altro. Lascio andare la finestra, volto le spalle alla neve e la guardo proprio mentre un ciuffo di capelli le scivola via da dietro l’orecchio. Bianco argento. – Quando ti deciderai ad andare dal parrucchiere? – Ancora con questa storia? – Ancora con questa storia. – Mia adorata, ho fatto a meno del parrucchiere per 80 anni. Te lo chiedo di nuovo, dammi un buon motivo per andarci adesso. – Sembri una vecchia cornacchia spennacchiata. – Vecchia, spennacchiata, ma ancora piena di fascino. Mi siedo, lascio che mi serva il tè. Lo vedo che fa fatica a stringere le dita intorno al manico della teiera, ma dirle qualcosa significherebbe solo metterla di malumore. Sarebbe capace di compiere uno sforzo insensato per stringerla meglio e scaraventarla contro il muro, la teiera, solo per dimostrarmi il contrario. Solo per provare a se stessa che può ancora prepararmi il tè, prendersi cura di me. – Comunque nevicava anche quando ci siamo trasferite qui. Anche le ciniche hanno una memoria sdolcinata. – Cosa? – Oddio, adesso sei anche sorda. – No, è che ho smesso di ascoltarti. Da anni ormai. – Segui le mie labbra. Nevicava. Quando. Siamo. Venute. A vivere. Qui. In questa casa. Lo sai dove siamo adesso? – Ma finiscila. Però ha ragione. Anche quando siamo venute a stare qui nevicava. Però faceva più caldo. O forse, magari, semplicemente, ero più giovane e meno freddolosa. Tutti quegli scatoloni. Ero convinta che non ce l’avremmo mai fatta. – Qua allora ci mettiamo il tuo studio, eh? Che ne dici? – C’è una luce bellissima, sì. – E qui, attenzione, la camera da letto! – Ti chiamerò chiodo fisso. – E lamentati anche. Senti, ho un regalo per te. – Un regalo?   Avvolgo la tazza con le mie piccole mani grinzose. L’anello che mi ha regalato quella sera sbatte contro la ceramica. Ho sempre adorato il suono degli anelli contro tazze e bicchieri. Mi viene sempre in mente quella favola che leggevo da bambina, dove una delle protagoniste scandiva il ritmo della musica con gli anelli sui bicchieri di cristallo. Com’è che si chiamava? Non mi ricordo. Dannata memoria. – Dove sei finita? – Nei ricordi. Chissà, forse è colpa della neve. – Sì, la neve. Tesoro, fattene una ragione, sei vecchia, e i vecchi rimbecilliscono. – Tu ne sai certamente qualcosa. Due vecchiette grinzose, ecco cosa siamo. Mi vede ancora bella? Io la trovo meravigliosa, come un libro antico, ingiallito, le pagine tessute di inchiostro sbiadito, che non mi stanco di leggere, e leggere, e leggere ancora. Quando mi sfiora, anche solo distrattamente, il cuore mi tremola esattamente come sessant’anni fa. I suoi baci, e le sue parole. Le sue mani doloranti, la sua forza. Il suo sorriso. La sua pelle. – Ma sai che è strano davvero. – Cosa? – Questa faccenda della neve. – Che faccenda? – Nevicava anche quando abbiamo portato a casa Annabelle dall’ospedale. Ti ricordi? Mi volto verso la finestra. Fiocchi grossi, compatti, sfilano al di là del vetro. Mi ricordo. – È bellissima. – Sì. – Anche tu sei bellissima. – Lei di più. – Sei stanca? – No. – Hai paura? – E tu?   Non ce lo siamo mai dette. Eravamo annientate dalla paura. E fiocchi grandi, proprio come questi, si abbattevano sulla macchina che procedeva lenta, incerta, esattamente come noi, che portavamo a casa Annabelle. Si alza mentre io guardo ancora la neve, e penso a tutta quanta la nostra vita. Le battaglie che abbiamo combattuto, e che abbiamo vinto. Riconosco l’impatto incerto della sua gamba sul pavimento, l’anca che cede, le succede quando sta seduta troppo a lungo. Entra nel mio campo visivo da destra, si avvicina alla finestra, le spalle leggermente curve in avanti, e quei pantaloni di flanella che prima o poi dovrò buttare via. Di nascosto. – È meglio se vado a fare un po’ di spesa, che qui non sembra aver nessuna intenzione di smettere. E resto sospesa, come un fiocco di neve. Mi volto, rintraccio la mia immagine nel riflesso del tè, e mi riconosco al di là delle rughe. Faccio schioccare l’anello sulla ceramica. – Non voglio che smetta. Mai.

(non) recensioni di libri

Accabadora – Michela Murgia

Premesso che sto infilando una bella e lunga serie positiva di letture, da “Tutta mio padre” di Rosa Matteucci fino a “La piazza del diamante” di Mercè Rodoreda, e quindi son qui tutta contenta e soddisfatta dalla bella letteratura. Premesso che, a prescindere dal fatto che questo libro di Michela Murgia mi è piaciuto, sto seriamente pensando di tatuarmi addosso la parola Accabadora, che mi rotola in bocca forte e prepotente. Dunque, “Accabadora” mi è piaciuto, e molto. È un libro che odora di terra, di tradizioni, di donne forti e di tempo che passa, che scava, che plasma, che toglie e che dona e che stringe legami. La prosa della Murgia è ruvida e dolce, e il suo italiano, la nostra lingua, è bello. E non è poco. È un piacere leggerla, è un piacere trovarsi di fronte ad un romanzo dove conta quello che si dice ma anche, tanto, come lo si dice. Quando, anzi, parola e trama sono un tutt’uno inscindibile. E quando dico che la Murgia scrive bene intendo passaggi come questo: “Maria seguitò a recidere i grappoli, canzonando Andrìa con la danza degli occhi vivaci. Il ragazzo arrossì sotto il sole, abbassando lo sguardo al secchio quasi pieno. Coetanei o no, con quel sorriso adulto tra le labbra rosse di uva, Maria era sempre la più brava a trovare le parole per farlo sentire piccolo.” O questo, solo per citarne due: “La signora Gentili le aveva raccontato la strana storia delle vie squadrate di Torino, che pareva fossero state disegnate in anticipo rispetto ai luoghi in cui avrebbero dovuto condurre; l’idea che i torinesi avessero prima di tutto deciso il viaggio, e solo in un secondo momento si fossero dati da fare per costruire come meta le case, le piazze e i palazzi, le sembrava talmente illogica che nelle prime lettere alle sorelle Maria continuava a raccontarla come se fosse una divertente novità. Quell’ordine millimetrico la urtava nel buon senso, convinta che per le strade il modo giusto di nascere potesse essere solo quello di Soreni, le cui vie erano emerse dalle case stesse come scarti sartoriali, ritagli, scampoli sbilenchi, ricavate una per una dagli spazi casualmente sopravvissuti al sorgere irregolare delle abitazioni, che si tenevano in piedi l’una all’altra come vecchi ubriachi dopo la festa del patrono.” Questo è un libro fatto di parole. E quelle non dette non sono meno importanti di quelle dette, perché ugualmente presenti, rese dai gesti e dagli sguardi, e i silenzi sono carichi di significato, e la narrazione si svolge due volte, sulla pagina e dentro il lettore. È un romanzo dolcemente prevedibile in cui la trama è tutta in funzione delle due protagoniste. Quello che conta non sono i fatti, non è quello che accade fuori, e quello che scorre non è il tempo esterno, il tempo del mondo, il tempo del piccolo paese di Soreni. Quello che conta è quello che accade dentro, e anche il tempo, è il tempo che scorre dentro. Dentro Maria, nata due volte, e dentro Bonaria Urrai. Un libro, forse, che sta tutto in queste righe, e in una domanda: “Ti ha fatto male il continente, Mariedda nostra. Sei diventata arrogante con i peccati degli altri. Non ti è mai venuto in mente che forse non c’è niente da perdonare?”. Accabadora Michela Murgia Einaudi p. 164

Vergine giurata - Elvira Dones - (non recensione)
(non) recensioni di libri

Vergine giurata – Elvira Dones – (non recensione)

Vergine giurata – Elvira Dones – (non recensione)   Secondo il Kanun le donne albanesi (nord del paese, sulle montagne), per scelta o costrizione, possono vivere la loro vita da uomini. Le motivazioni sono svariate, la morte o l’assenza di un erede maschio, il rifiuto del matrimonio combinato, questioni economiche, questioni d’onore. In pratica, colei che diventa vergine giurata sceglie un nome maschile, veste da maschio, partecipa alla vita del villaggio da maschio con tutti i privilegi annessi e connessi. Rinuncia al suo essere donna e a qualsiasi tipo di fisicità. Riassunto molto sbrigativo di una faccenda ben più complessa che vi consiglio di approfondire, chiedo scusa a chi ne sa di più e che troverà queste righe qua sopra un po’ frettolose e non esaustive. Mark/Hana Dona, donna fattasi maschio per scelta, sempre che di scelta si possa parlare, e che da maschio vive dai 19 ai 34 anni, quando decide di tornare ad essere solo Hana. Per me è un libro bello, duro nella sua leggerezza, in cui l’autrice guarda alla questione delle vergini giurate dal punto di vista della protagonista, dei suoi sentimenti, della sua dicotomia, scrivendo un romanzo e non una saggio o un trattato sociologico sul fenomeno in sé. È uno di quei libri che, “semplicemente”, ti racconta una storia toccando corde che su ognuno vibrano in modo diverso, mettendo in moto, in modo diverso, e in quantità diversa, riflessioni che nel libro, magari, non vengono espresse ma che appartengono ai possibili risvolti che la storia ha, o solo alla personale sensibilità/storia del lettore. La scrittura della Dones scivola via, a tratti poesia in prosa, senza scossoni, salvo avermi dato almeno una stilettata a pagina. E’ il percorso umano, psicologico, sentimentale, fisico di una mente, di un cuore, di un’anima. E’ un libro sulle diverse forme d’amore, sulle trappole emotive che a volte riserva. Elvira Dones è autrice di documentari e ha quindi dimestichezza con il linguaggio video. Ho letto le prime 80 pagine in una giornata e il giorno dopo, soprappensiero facendo altro, ogni tanto il libro mi tornava alla mente sotto forme di scene cinematografiche, proprio come se avessi visto un film, e questo, per il mio gusto personale, è proprio una gran bella cosa. “Vergine giurata“Elvira DonesFeltrinelli, 2007224 p.

Skip to content