Isola – Siri Ranva Hjelm Jacobsen – (non) recensione

E poi ci sono i libri scritti, e tradotti, bene.
Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen è uno di questi libri.

Libri gentili, ma che comunque affondano lì dove devono affondare.
Libri costruiti intorno alla parola, la sua bellezza, il suono, il significato. 

Parole che arrivano e aderiscono perfettamente a quella parte senza nome del corpo che si attiva durante la lettura, come un lenzuolo leggero che avvolge e sottolinea le forme.

Libri in cui la poesia si fonde nella prosa senza strappi. E dalla fusione sbucano metafore che si inanellano una dopo l’altra senza eccessi o sbavatura, in equilibrio con trama e struttura.

Libri scritti, e tradotti, bene. Che sciolgono la tensione muscolare e allargano la gabbia toracica.

Isola è la storia di un ritorno, e della ricerca, in questo ritorno, di un luogo da poter chiamare casa. La ricerca di un’Itaca, l’isola alla fine del viaggio.

È la storia di omma e abbi, nonno e nonna, in principio Marita e Fritz che nei primi anni ‘30 lasciano l’arcipelago delle Faroe per migrare in Danimarca.

È un’immersione nel pozzo della famiglia, una memoria estesa, più profonda che fa sì che si chiami casa un luogo dove non si è nate e non si è vissuto ma che ci è comunque scivolato addosso, infiltrandosi e radicandosi. 

È una leggera tensione, una corrente che passa attraverso le pagine, sottile ma costante, nella voce narrante, la nipote di Marita e Fritz. Il suo ritorno nell’arcipelago fatto di isole, vento e sole che attraversa nuvole e nebbia, di leggende e tradizioni e natura viva e parlante che a volte sussurra e a volte grida.

La terza generazione, una coperta troppo corta, che pronuncia il proprio nome con orgoglio tra gli estranei e a mezza voce con i compatrioti. La terza generazione invisibile, teorica, la cui pelle si confonde con la tappezzeria, e che lo si sappia o no, si porta dentro il viaggio come una perdita.

Isola è una storia di partenze, e attese. Di ritorni. Di acquavite e canti popolari. Di giacche a vento e sole di mezzanotte. È una storia di terra e di acqua, a volte buona e a volte meno buona. E d’amore. L’amore di Marita, l’amore di Fritz. L’amore di Ragnar il rosso che chiama i gabbiani i proletari del mare. L’amore di Beate. L’amore dei faroesi per le loro terre in mezzo al mare, l’amore per la famiglia. L’amore di una nipote per la sua omma e il suo abbi che lasciano un’isola senza mai smettere di essere quell’isola, in un modo o in un altro. Senza mai smettere di essere isole.

Si dice che nel mare intorno alle Faroe ci fossero isole galleggianti.

Alcune si tenevano nascoste nell’abisso durante il giorno per spuntare in superficie la notte. Alcune erano solo di passaggio, altre venivano spostate da un gigante che ne voleva formare una sola molto grande. 

Altre, semplicemente, galleggiando, aspettano.

Laggiù, sotto il mare, si incontrano tutte le terre emerse. Lì ha luogo il dialogo mormorante delle placche tettoniche.



Copertina del libro di Siri Ranva Hjelm Jacobsen Isola Iperborea

Isola
Siri Ranva Hjelm Jacobsen
Maria Valeria D’Avino (traduzione)
Iperborea
2018
pp. 215M

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