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Tag: femminicidio

per chi pensa

che la violenza sulle donne sia una questione privata Indagine sui femicidi in Italia realizzati sui dati raccolti sulla stampa nazionale e locale: anno 2014, a cura del Gruppo di lavoro sui Femicidi, Casa dellle donne per non subire violenza, Bologna 2015

Behind the Wall – Tracy Chapman [1988]

Io nel 1988 avevo dieci anni. E ascoltavo questa. Le parole sono come semi, che sedimentano e germogliano. Last night I heard the screaming Loud voices behind the wall Another sleepless night for me It won’t do no good to call The police Always come late If they come at all And when they arrive They say they can’t interfere With domestic affairs Between a man and his wife And as they walk out the door The tears well up in her eyes Last night I heard the screaming Then a silence that chilled my soul Prayed that I was dreaming When I saw the ambulance in the road And the policeman said “I’m here to keep the peace Will the crowd disperse I think we all could use some sleep” Last night I heard the screaming Loud voices behind the wall Another sleepless night for me It won’t do no good to call The police Always come late If they come at all Behind the Wall Tracy Chapman [1988] tracychapman.com

Da che parte si comincia e dove si va a finire. O, se preferite, Su sessismo e violenza di genere.

Lo confesso. Mi ero presa una pausa. Dalla parola femminicidio e dal susseguirsi, ininterrotto, di violenze. Una pausa, necessaria. Non so perché decido di romperla oggi, perché proprio oggi tutto ha ricominciato a girarmi vorticosamente intorno e dentro. Molto probabilmente la pausa in realtà non me la sono mai presa, e le cose, in realtà, non hanno mai smesso di vorticarmi dentro. Sicuramente non hanno mai smesso di vorticarmi intorno, nel pubblico e nel privato, e ne sono stancamente cosciente. Lo schifo, perché di schifo si tratta, reso manifesto dai messaggi nella bacheca di Grillo. Una ragazza di 19 in coma, massacrata di botte dal compagno. Un’amica che mi scrive per raccontarmi di una violenza subita perché non ha rispettato la regola, unica e indiscutibile, di accettare in silenzio l’aggressività, prima verbale e poi fisica, di un uomo. Una concomitanza di eventi, quindi. Probabile. Sia come sia l’argine si rompe e torna la necessità di dire, di mettere insieme le parole, scacciando con un po’ di fatica la sensazione di inutilità che mi accompagna in questo ultimo periodo. L’argine si rompe, mi pare il minimo. La storia la conosciamo tutti. Grillo, sulla sua pagina facebook, chiede: “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina? E tanto per chiarire, a me non interessa niente della Boldrini in quanto personaggio pubblico/politico. Non sono una donna di partito, io. Non ho tessere e non ho uno schieramento da difendere. Tanto per chiarire, a me alle urne non mi hanno mai visto. Così, per sgomberare il campo da inutili polemiche del tipo: “Saranno bravi quelli del PD”, perché no, non sono bravi quelli del PD. Anzi, mi correggo. Sono bravi, sono tutti bravi. Sono bravi i grillini, sono bravi quelli del PD, sono bravi i fascisti, del vecchio e del nuovo millennio, sono bravi i leghisti. È bravo il macellaio e il tabaccaio all’angolo, l’insegnante, il banchiere, il disoccupato. Sono bravi i kompagni. Sono brave anche un bel po’ di donne, va detto, servili nell’avallare un linguaggio che le colpisce nel momento esatto in cui lo utilizzano a loro volta. E mi prende una stanchezza che non so nemmeno da che parte cominciare. Da che parte si comincia quando si legge: “Brucio la macchina assicurandomi di aver chiuso bene le porte !” o “la porti in un campo rom e la fai trombare dal capo villaggio” o “La metto a pecora e poi la fotto in culo”? Da che parte? Da che parte si comincia non lo so. Ma so dove si va a finire. Si va a finire a Casal Bernocchi, si finisce prese a calci e pugni. Si finisce in coma. Si finisce offese e ferite per non aver abbassato la testa. È una strada dritta, senza curve, senza interruzioni. Senza neanche una sosta per riprendere fiato. Se non mi sta bene quello che fai sei una puttana che deve essere punita. Fisicamente. Con uno stupro. Se mi tradisci, se mi lasci t’ammazzo di botte. Se mi rispondi invece di stare zitta.  Una strada dritta, una retta. Fatta di una cultura che tocca e pervade tutte e tutti. Fatta di una legge contro il femminicidio che a definirla ridicola si fa un favore a chi l’ha scritta e che a definirla pericolosa si minimizza. Fatta di un diritto all’aborto sempre in bilico ad un passo dall’estinzione. Di una quotidianità faticosa, bellicosa, a schivare i colpi che arrivano da ogni lato, da ogni direzione. Di un linguaggio che incatena in ruoli e funzioni sociali che non si vuole mettere in discussione. Una retta che dalla parola passa ai fatti. Parole accettate, minimizzate, ritrattate e poi ripetute. Parole che non sono solo parole, ma, paradossalmente, la manifestazione di un agire. E tutto, parole e agire, scivola via. Come se ci fosse sempre qualcosa di più importante su cui interrogarsi, qualcosa di più importante da risolvere, qualcosa di più importante su cui prendere una posizione. Parole e fatti scivolano via, perché il punto è sempre un altro, perché la questione è sempre un’altra. E amen. Amen perché non mi riguarda, amen perché io non sono così, amen perché ma sì che vuoi che sia. E amen. Amen perché te la devi risolvere da sola, pensa ai paesi arabi e ringrazia che non devi portare il velo. Amen perché va bene la rivoluzione ma la donna è donna e l’uomo e uomo, è la natura baby e non puoi farci niente. E amen. Amen perché non abbiamo tempo per pensare anche a questo. E amen se invece è solo questione di mancanza di coraggio. Il coraggio di mettersi in discussione, di guardarsi addosso, per una volta, e dentro. Amen. Perché esistono le donne giuste e le donne sbagliate, e se quelle sbagliate le chiami puttane non c’entra il sessismo. Amen. In saecula saeculorum. Io oggi non lo so da che parte si comincia, ma so dove si va a finire. E sono stanca. E incazzata.

due tre cose in punta di lingua

E diciamo le cose come stanno. Non contiamo niente. Le donne, noi,  sono una donna anche io, noi donne contiamo meno di niente. Per quell* che hanno marciato [su Roma] per la vita valiamo meno di un’idea, perché le donne che abortiscono sono solo assassine puttane che dovevano tenere chiuse le gambe. Perché siamo contenitori di futuri figli imposti. Perché siamo figlie, mogli, madri, e comunque, in ogni caso, adette alla cura dell’altr* in nome del nostro animo votato, per natura, alla pazienza, all’amore e al sacrificio. Non contiamo niente. Ci ammazzano, ci sventrano, ci sfigurano, ci picchiano. E non abbiamo neanche il diritto di essere delle stronze. Perché la vittima di femminicidio deve essere stata, in vita, per esser degna di attenzione, una santa. Possibilmente giovane, preferibilmente bella, meglio ancora se madre, ancora meglio se incinta, così a morire siamo in due e l’effetto mediatico è assicurato. Non abbiamo diritto a niente. Tanto meno alla nostra identità, qualunque essa sia. Né da vive, né da morte. I ruoli sono stati assegnati e da qui non se ne esce. Siamo, all’occorrenza, merce di scambio in campagna elettorale. Come una specie animale in via di estinzione, da tutelare. Come i panda. Come la foresta amazzonica. Niente autonomia, niente autodeterminazione. Sul nostro corpo, sulla nostra vita, sul nostro presente e futuro, tutt* hanno qualcosa da dire. Troviamo sempre qualcun* che vuole insegnarci come fare le cose. C’è sempre qualcun* pront* a dirci “cosa è una donna”. Niente. Non contiamo niente. In una società (!) beota, maschilista e sessista che non sa nemmeno di esserlo. Perché il problema sono tutt* quelli che si sentono evolut*, attent*, informat*, come dire? sul pezzo, orgoglios* di sapere cosa vuol dire femminicidio e poi l’unica cosa che fanno è invocare a gran voce pene certe e severe, ché gli uomini che uccidono le donne sono mostri, vanno sbattuti in galera e va buttata via la chiave! Questa è la Soluzione. La delega, l’affidare a terzi la nostra sopravvivenza. La nostra esistenza. Affidarsi, sempre e comunque, a qualcuno che ci tuteli e che ci salvi. E non serve ripetere, e ripetere ancora, gridare se necessario, che non sarà una legge a salvarci la vita. Che non è una legge che può fermare le umiliazioni, gli schiaffi, la fatica, la sensazione di disagio, le battute sessiste, l’assenza di aria pulita da respirare, di spazi liberi dove camminare, agire, costruire. Non riesci a farglielo capire che il problema è altro, che il problema sta altrove. In una cultura che ci relega al di fuori, nello specifico a margine del generale, nella nicchia a margine del quadro d’insieme. A tutti i livelli, tutti, compresi i “movimenti” (ma dove si muoveranno e verso cosa dico io) pieni zeppi di compagni che devono lottare contro il capitalismo, e lo stato, e ogni tanto concedono il loro tempo, la loro lotta maschia, alla “questione femminile”. Una cultura che ha stabilito i ruoli chiamando in causa la natura e vuole noi docili, impaurite, remissive, pazienti, amorevoli, pacificatrici di conflitti, prede felici di esserlo e che vuole gli uomini forti, indistruttibili, padri padroni, uomini di polso, che portano a casa lo stipendio, difendono la famiglia, predatori per natura. Una cultura che come massima trasgressione gerarchica si pensa le quote rosa. Una cultura schizofrenica che spaccia le donne migliori degli uomini per partito preso. Le donne, in quanto donne, migliori degli uomini. E avanti così. Una cultura che per farmi un complimento mi dice che faccio le cose bene come un uomo. Perché l’uomo è, linguisticamente, socialmente, culturalmente, concettualmente il metro di giudizio, il termine unico e ultimo di paragone. Non riesci a farglielo capire che il problema sta nel potere. Agito da una parte, subito dall’altra. Che il problema sta in chi al potere non ci vuole rinunciare. Che il problema sta negli strati di merda che ci avvolgono il corpo e la mente. Strati e strati di stracci marci in cui nasciamo e cresciamo e di cui dobbiamo liberarci.

“Non c’è”

Arrotolo l’ennesima sigaretta, che fumerò a metà. Nauseata più dal gesto che dal sapore, o dalla sensazione di catrame aggrappato ai polmoni. È un’altra giornata senza fine, ragazza mia, un’altra giornata passata a tergiversare, attraversata cercando altro da non fare pur di non. La bottiglia è aperta, basterebbe appoggiarci le labbra, tirare indietro la testa e lasciar scivolare in gola qualcosa che conosco bene. Ma non è più tempo nemmeno per questo, la mente annebbiata e svegliarsi la mattina con il sapore del fegato sulla lingua. Spengo la sigaretta a metà. Fuori sta facendo buio. Come ieri del resto, e poi domani. Mi si spezza il fiato. Qualunque cosa io decida di fare stasera. Non c’è immagine nitida e reale di me domani, che io resti qui, ad arrotolare sigarette da fumare a metà, o che decida di alzarmi da questa sedia per uscire, per andare. Qualcosa si è rotto. Mille piccoli pezzi indistinguibili l’uno dall’altro. Mi alzo, faccio pace con la bottiglia. Sento ancora dolore. Sono stanca. Sorrido alla mia immagine riflessa nel vetro della finestra. Se sorridere è questa leggera flessione verso l’alto dell’angolo destro della mia bocca. Do un altro bacio alla bottiglia. La fracasserei contro il muro, non fossi stanca anche di questi gesti violenti che non mi lasciano più niente. I primi tempi funzionavano. Per un attimo, breve ma vitale, il corpo tornava leggero e la mente, per un attimo lucida. Libera. Libera di guidare i pensieri, di dirigerli. Libera di perdersi. Mi scuoto. Lascio andare gentilmente la bottiglia sul ripiano della cucina. Arrotolo un’altra sigaretta, apro la porta, esco in giardino. Ho deciso. Questa la fumo tutta. Un tiro alla volta. Mi siedo sul gradino di cemento, faccio una smorfia. E mi prendo la testa tra le mani, vorrei strapparmela dal collo e lanciarla lontano. Lascio la presa, infilo la sigaretta in bocca, l’accendo, aspiro, trattengo il fiato. Trattengo il fiato. Trattengo il fiato. Trattengo il fiato. Sputo aria e fumo, lentamente. Non c’è immagine nitida e reale di me domani, e nemmeno lacrime, adesso, che leniscano il dolore. Né gesti che assopiscano la rabbia, addormentino il corpo e la mente. Questa rabbia. Appoggio la tempia contro lo stipite della porta. Poi la allontano, e colpisco lo stipite. Piano. Mi scosto di nuovo, colpisco ancora lo stipite della porta. Più forte. Poi di nuovo. Ancora più forte. Resto immobile, e immagino di fracassarmi il cranio un colpo dopo l’altro. Non riesco a guidare i pensieri, non riesco nemmeno a crearli, a filarli nella mente. Potrei fracassarmi il cranio, sentire il sangue colarmi sul viso, sul collo. Riuscirei a sentire il suono secco dello schianto dell’osso prima di morire? La sigaretta si fuma da sola. Mi volto verso la cucina, verso casa. Sul tavolo il pezzo di carta e inchiostro risalta bianco in contrasto con il nero del tavolo. Mi alzo, entro in cucina, faccio un tiro e un altro po’ di catrame mi si aggrappa ai polmoni mentre afferro il piccolo pezzo di carta. Lo guardo. La calligrafia di Giulia è ordinata, come sempre. Mi domando come abbia fatto, che giri sia riuscita a scardinare per farmi ottenere queste quattro, cinque parole di inchiostro blu. Quando le ho detto che forse mi sarei sentita meglio se avessi potuto almeno ferirlo il suo viso ha fatto una pausa. Non ho aggiunto altro, ho lasciato navigare nella birra che mi aveva offerto quel laconico potessi almeno ferirlo. Ferirlo. Colpirlo. Forse. Ma sono solo pensieri. Sono solo visioni distorte. Immagini che si fanno e si disfano nella mia testa. Colpirlo. Ferirlo. Lui. Tutti. E Giulia ha capito. Due giorni fa mi ha chiamato. L’ho trovato, mi ha detto. Ho l’indirizzo, passo a lasciartelo. E io adesso devo solo fare una scelta. Cammino, avanti e indietro, poi verso destra, poi subito verso sinistra, poi di nuovo indietro. È un male senza tregua, senza cura. Vago. E il mio corpo, tutto, mani, braccia, gambe, ventre, vaga. Sbando, nessun luogo per me. Nessun luogo. Nessun domani. Dolore. Perdita. Vuoto. Assenza. Colpa. Rabbia. Qualcosa si è rotto. E il pezzo di carta è qui, accartocciato nel palmo della mia mano. Un indirizzo, una destinazione da inserire nel navigatore. Io non lo volevo neanche. Mi hai convinta tu. Tu. Non più. La bottiglia. La tocco. Il pezzo di carta. Lo stringo. In mano, cosa ho? Strazio. Infinito, interminabile strazio. Strazio, strappare, scarnificare. Sono qui. Straziata. Strappata. Scarnificata. Devo muovermi. Se resto immobile sono statua di sale. Sono vittima. Mi muovo, cambio stanza, cambio luogo. Poso lo sguardo su altri oggetti, ma mi incidono il cuore. Vorrei essere cieca. Sorda. Muta. Cambio ancora, cammino come avessi una meta. Uno scopo. Ma il mio scopo è fuori da qua. Il mio scopo è fuori da qua. Perché. Se io ti restituisco ciò che mi hai lasciato, smetto di sopravvivere e ricomincio a vivere? Se ti lego, e ti torturo, e ti ferisco, mi libero del cemento che mi pesa nel ventre? E se ti strappo le unghie, se ti spezzo le dita, se ti cavo gli occhi, io dopo. Io, dopo, posso avere un domani? Ma non è a te che penso, e nemmeno a me. Penso a lei. Lei. Lei. Occhi verdi. E se ti ammazzo, se lascio che il sangue ti scivoli via, lei non torna ma io? Io torno? Cazzo. Non riesco. Non riesco a centrare il pensiero. Morte chiama morte. È questione di equilibrio. Assenza presenza. Sono di nuovo immobile. Non me lo posso permettere. L’immobilità genera pensieri pesanti, monolitici. Che sedimentano e non permettono la giusta riflessione. So dove sei. Devo solo venirti a prendere. Venirti a prendere. Vengo a prenderti. Non te lo aspetti. Non sai. Le conseguenze del tuo gesto sono arrivate fino a dove uno come te nemmeno sospetta che si possa giungere. Questa è la prima cosa per cui verrai punito. L’ignoranza. Vengo a prenderti. Apro la porta ed esco in strada. Salgo in macchina, infilo le chiavi nel quadro, metto in moto. E

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