Le isole di Norman – Veronica Galletta – (non) recensione

Ci sono libri che iniziano dalla copertina.
Che non sai nemmeno spiegare perché.
Ci sono libri che prima di essere letti ti chiedono un gesto, antico. Come tirare fuori dal cassetto della scrivania un tagliacarte per separare le pagine lì dove sono ancora unite. Come aprire uno scrigno, uno scrigno dopo l’altro.

Ci sono libri con cui si crea una relazione immediata. La prima pagina è già un affondo e la lettura diventa una questione intima e personale.

Le isole di Norman di Veronica Galletta è uno di questi.

E poi.

È un libro che mostra come alle volte il passato possa colonizzare a tal punto il presente da impedirti di concepire il futuro, un futuro.

E di come l’umana illusoria necessità di mettere ordine nel caos organizzato che si chiama vita possa paralizzarci in movimenti ripetuti dentro ad uno schema da cui si può uscire solo rinunciando all’idea di poter organizzare e ridurre tutto a colonne di libri, da mettere in ordine su una griglia da analizzare.
Così da poter concepire un futuro, il futuro, prendendo il passato per quello che è.

Qualcosa che non esiste, non in quella forma in cui lo abbiamo sempre pensato.

Così da poter cambiare.

E poi.

Struttura e architettura.
La scrittura di Veronica Galletta riesce a sovrapporre e far combaciare la struttura e l’architettura della narrazione con la struttura e l’architettura di Ortigia. Con la struttura e l’architettura dei pensieri e dei passi di Elena.
Una scrittura che è come una visione aerea, dall’alto, per abbracciare, con la lettura, tutta la complessità della mappa. Delle mappe.
E per poterla osservare, Elena, senza riuscire ad avvicinarla. Non del tutto. Non fino in fondo.
Il suo camminare, e depositare ricordi e libri. La sua ricerca, le sue domande, le sue isole.

Nell’assenza,

lo spazio vuoto lasciato da qualcosa che prima era presente e adesso non c’è più.

E poi.

Ortigia.

… di nuovo arriva la luce gialla di una piazza, dentro la quale prendere fiato, seduti sulla scalinata di una chiesa. Questa è l’Isola, che sorprende e poi abbandona, che provoca e blandisce, che conquista e poi scompare, nella perfezione di una colonna, nello scintillio dell’alluminio degli infissi, nell’eternità di un gatto che dorme, nel tanfo del sacchetto di rifiuti che ha appena sventrato. Solo abitandola quotidianamente, accettandone le contraddizioni e affidandoti a lei, Ortigia si rivela, come una cura.

E poi.

La parmigiana di melanzane.

Bellissimo.

Le isole di Norman Veronica Galletta recensione


Le isole di Norman
Veronica Galletta
Italo Svevo (collana Incursioni)
304 pagine arabe intonse
Immagine di copertina Maurizio Ceccato – IFIX

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