
Euphoria – serie tv
Con colpevole e imperdonabile ritardo ho visto Euphoria, serie Tv ideata e scritta da Sam Levinson.

Con colpevole e imperdonabile ritardo ho visto Euphoria, serie Tv ideata e scritta da Sam Levinson.

È stata un’emozione fortissima vedere Cristina Rivera Garza, ascoltare le sue parole.

Quello che ancora non c’è
Avevi tante cose per la testa e per la testa avevi ancora un sogno da scoprire
E se è stato un sogno disperato, disperato è anche il bisogno di star bene

Maid – serie tv – Miniserie tv creata da Molly Smith Metzler con Margaret Qualley e Andie MacDowell.

Adattamento cinematografico del romanzo Donne che parlano di Miriam Toews.

foto scattate all’esposizione “Storie di donne Samurai – Tenoha exibition – Milano

No is the greatest resistance
No to your nothing existence
No is a walk, no small talk
No I don’t think it looks better

Muholi al Mudec di Milano.
Piccola ma intensa. Più di 60 autoritratti. Il bianco e il nero, lo sguardo, gli sguardi e la narrazione di sé. L’urgenza. I contrasti, cromatici.

Quelli che mi spiegano le cose e mi dicono cosa devo fare. Sono ovunque, escono dalle fottute pareti. Letteralmente.
Arroganza, supponenza, paternalismo. Una mezcla micidiale.

aveva visto a un tratto cercar d’innalzarsi in un liquido sciabordio la massa della parte per pianoforte, multiforme, indivisa, piana e internamente ribollente come l’agitazione color malva dei flutti incantati e bemollizzati dal chiaro di luna.

Di nuove strade e nuove collaborazioni. Di intrecci imprevedibili e traiettorie future. Si apre ufficialmente la collaborazione di blockmianotes con il sito LaMôme Su LaMôme si esplorano scrittura e lettura, libri, cultura. Recensioni, libri che diventano film, interviste, teatro. Io sono entusiasta ed emozionata, ma soprattutto curiosa di scoprire dove mi porterà questa nuova scintilla. Per iniziare, la (non) recensione di “Per forza di cosa”, di Marco Sensi per Edizioni Malamente Seguite il coniglio bianco, andate a leggere la (non) recensione su LaMôme.it

Ho finito ieri sera di leggere La mano sinistra del buio di Ursula K. Le Guin. So che non riuscirò a scriverne, che non riuscirò a scrivere una della mie (non) recensioni. Perché una lettura che passa dal cuore e percorre la linea delle affinità lascia frammenti intimi, emozioni che smuovono e si muovono senza poter essere fermate e isolate in frasi che possano avere un significato traducibile dall’interno all’esterno. Resta il bianco, ghiaccio e neve. L’assenza di ombre. Resta la nostalgia, un’umanità intravista e riconosciuta. Resta l’incanto della scrittura, la complessità della narrazione. La potenza dell’immaginazione, il volo e l’atterraggio. Restano le voci. Le parole. E un pianto improvviso, viscerale e silenzioso. Restano le frasi sottolineate e appuntate fra cui pare impossibile trovarne una che possa rappresentarle tutte. Nusuth, chiudo gli occhi e scelgo. La felicità ha a che fare con la ragione, e la si ottiene solo grazie alla ragione. Quella che mi era data era una cosa che non si può ottenere, né conservare, e spesso sul momento non si può nemmeno riconoscere: la gioia. La mano sinistra del buioUrsula K. Le Guintraduzione di Chiara Reali

Diṡàgio s. m. [comp. di dis–1 e agio]. – 1. a. Mancanza di agi, di comodità e sim.; condizione o situazione incomoda: soffrire, patire, sopportare disagi di ogni specie; affrontare i d. di una lunga navigazione; stava a d. in quella sedia troppo stretta per lui. b. Senso di pena e di molestia provato per l’incapacità di adattarsi a un ambiente, a una situazione, anche per motivi morali, o più genericam. senso d’imbarazzo: è un luogo, una compagnia, in cui mi trovo a d.; quei discorsi misero a d. tutti i presenti; davanti a lui mi sento sempre a d.; il suo modo di guardarla la metteva a disagio. 2. ant. Mancanza di cosa necessaria o opportuna: natural burella Ch’avea mal suolo e di lume d. (Dante); acciò che di mangiare non patisse d., seco pensò di portare tre pani (Boccaccio). (Treccani) Hey girls / Hey boys / Superstar DJ’s / Here we goDovevamo arrivarci, prima o poi, a questa parola. Una delle più difficili. Una delle più usate, abusate e maltrattate. Insieme a stigma e a narrazione tossica, che sono due parole ma ormai sembrano una, tutto attaccato, narrazionetossica. Che diṡàgio. Senso di pena e di molestia provato per l’incapacità di adattarsi a un ambiente, a una situazione. Right here, right now / Right here, right now /Right here, right now / Right here, right now. Ve l’ho detto, la situazione è critica. Soprattutto se l’ambiente è il mondo e la situazione è la vita. Se il mondo è un mondo ostile, e se la vita è una fatica. Scrive kappazeta su mastodon (neretti mie), il 27 settembre 2021: Nelle ultime settimane sto continuando a leggere e sentire testimonianze (in italiano e francese, ma di sicuro ce ne sono anche in altre lingue) di persone che sono sfinite, sul limite del burn out, demotivate, stanche e senza energie dal rientro delle vacanze (o pure prima). Come dicevo con un amico, credo davvero che sia una roba collettiva, che però la società ci impone di vivere in solitudine, come incapacità personale, fallimento, colpa. E invece non è così: che sia così forte e diffusa è un sintomo di un disagio più grande che non è personale. Sicuramente è legato anche alla pandemia che abbiamo vissuto negli ultimi due anni. Ma come combatterlo? Cosa è possibile fare? Come se ne esce? Io, sicuramente, stanca. Sfinita. Esausta. Di restare vigile, in allerta, in uno stato di tensione prolungato all’infinito. Di questo sottofondo perenne di ansia, di questo tarlo che mastica e che mi mastica. Stanca di essere stanca, di non riuscire a rifugiarmi e ripararmi in quello che in cui mi rifugiavo e mi riparavo. Stanca della stanchezza di sentirmi inadeguata e impreparata. Io, sicuramente, a disagio. Quando mi si chiede forzatamente di tornare ad una normalità in cui non sono mai stata a mio agio. Il mondo, ve lo devo dire io?, era ostile anche prima. Io, quindi, sicuramente a disagio quando mi si chiede forzatamente di fare, andare, consumare, non oziare, non sprecare il tempo, dobbiamo stare bene, dobbiamo tornare a stare bene. Io sicuramente a disagio, oggi come ieri, quando mi si chiede di fare quello che deve essere fatto. Quando mi si chiede di avere fiducia e di rispettare le regole senza poterle valutare, discuterle. Quando a chiedermelo non è solo la televisione.Io, /di·ṣa·già·ta/. Oggi come ieri. Diṡàgio. Mancanza di cosa necessaria o opportuna. Cosa mi manca di necessario ed opportuno? È colpa della pandemia o la pandemia ha solo reso manifesto il mio fallimento, le mie incapacità e le mie colpe? Di fronte all’acutizzarsi dell’ostilità del mondo anche la mia inadeguatezza ha fatto altrettanto? La mia resistenza a sintonizzarmi sul ritmo stabilito, a rispettare il tempo, tempo scandito da mete e traguardi da raggiungere, da piaceri indotti, desideri standardizzati, attività ricreative preconfezionate è difetto e mancanza insanabile?Cosa mi manca che ad averlo potrei facilmente uscire da questo stato di disagio? Per poter desiderare, anche io, finalmente, di tornare alla normalità? Cosa mi manca per sedare il tarlo? Oppure. La verità è che davvero la società ci impone di vivere in solitudine le nostre stanchezze, alimenta i nostri tarli, confonde le nostre priorità e sbiadisce le nostre inclinazioni. E che questo disagio è davvero qualcosa di più grande, e non è (solo) personale. La verità, è che non ho risposte. Non ancora. Ma l’hai capito che non serve a niente / Mostrarti sorridente / Agli occhi della gente / E che il dolore serve / Proprio come serve la felicità.

Distorsióne s. f. [dal lat. tardo distorsio –onis, class. distortio –onis, der. di distorquēre «storcere», part. pass. distortus]. – 1. In genere, spostamento o deformazione che provoca un’alterazione della forma o dell’atteggiamento naturale: la d. dell’immagine riflessa da uno specchio concavo o convesso. In usi fig., alterazione, stravolgimento: d. del vero senso di una frase (nell’interpretarla o nel riferirla); un’intenzionale d. della realtà dei fatti; strana d. e caricatura del procedere filosofico (B. Croce); d. innaturale con cui aveva cambiato momentaneamente in odio l’amore per il figlio (V. Brancati). (Treccani) Sono io o sono loro. Distorta o distorti? Dalle casse rotte che gracchiavano (na na na na na) / Uscivano i Beach Boys distorti Io, sicuramente, nella banalità del doversi guardare nello specchio un po’ più a lungo, per riconoscersi. In questa immobilità innaturale, il corpo teso e deformato in una posizione di difesa inefficiente. La mente alterata nella sua forma, vaga, non si ferma mai, rincorre qualcosa. Io, sicuramente alterata nel mio atteggiamento naturale. Agitata. Mi sento scossa agitata-a, agitata-a, un po’ nervosa-a / Uoh uoh. In un acutizzarsi esponenziale della percezione dell’ostilità del mondo. Nella sentenza definitiva che sancisce il mio non poterlo abitare, trasformare, nemmeno all’interno di quel perimetro delineato negli anni. Anni di lotte, anni di pensiero critico, anni di condivisione. Il perimetro si restringe e posso solo abitare me stessa, nella rottura della condivisione, nella rottura della comunicazione. A cui, evidentemente, non riesco a rinunciare e provo a raccoglierne i pezzi. E provo a condividere, comunicare. Nello stravolgimento del vero senso delle frasi, nell’intenzionale distorsione della realtà dei fatti tutto intorno a me. C’è tutto un mondo intorno che gira ogni giorno / E che fermare non potrai / E viva e viva il mondo, tu non girargli intorno / Ma entra dentro al mondo, dai. Ma dal mondo arrivano messaggi distorti, le casse si sono rotte, le voci gracchiano. Non le riconosco, non riesco a collocarle nella galassia di cui ho, evidentemente, perso le coordinate sentimentali, insieme a quelle politiche, per la spedizione interstellare del pensiero e del procedere e le parole fluttuano alla deriva nello spazio, mentre il discorso critico muore su due binari paralleli. Le voci gracchiano parole deformate. Io credo, in qualche modo, deformate dal panico, e si manifestano in un rigurgito di attaccamento ossessivo, mentre il discorso critico muore su due binari paralleli alimentati dall’inquietudine, dal disagio, dalla confusione, dalla paura e da una rabbia malsana che annebbia gli occhi e perde di vista il bersaglio, e la comunicazione si interrompe e diventa soliloquio, tarlo che mastica in sottofondo. Ma i miei pensieri sono distorti, la mia testa gracchia. Per usare una citazione, più pop della metafora sulla spedizione interstellare ma sicuramente più calzante, la merda è entrata nel ventilatore.

Dissèsto s. m. [der. di dissestare]. – 1. Condizione di squilibrio, d’instabilità: d. di un meccanismo; d. statico, nella tecnica delle costruzioni, l’insieme degli effetti (lesioni nelle pareti, rigonfiamento degli intonaci, movimento delle parti, ecc.) derivanti dalle insufficienti condizioni di stabilità di una struttura. 2. fig. Stato di disordine, cattive condizioni, situazione critica: avere dissesti di salute; sosteneva che tutta la moderna cultura è in dissesto; in partic., e più spesso, cattivo stato economico: d. finanziario; il d. del bilancio dello stato; causare, provocare un d.; trovarsi in grave dissesto. (Treccani) Cerco da giorni una parola che possa descrivermi. Che possa descrivere la condizione che mi trovo ad attraversare. Non so stare senza parole, non so stare senza la corrispondenza tra l’emotività, la mia, e la sua corretta definizione, per me. O descrizione, o metafora. Un appiglio, una boa. Un punto in cui stare senza andare alla deriva. Dissèsto mi descrive. Dice molto di me in questo momento. Delle mie insufficienti condizioni di stabilità della struttura. Dello stato di disordine, dello squilibrio. La situazione è critica, direbbero in uno di quei telegiornali che evito accuratamente di guardare. Cerco altre fonti, non mi accontento della versione ufficiale, non mi accontento dell’analisi di un servizio logoro in prima serata, non mi fido del giornalista servo e allarmista.Ma ho una sola fonte, purtroppo poco attendibile. In un processo piuttosto che farmi testimoniare la difesa chiederebbe alla giuria di andare in fiducia e di arrivare ad un verdetto sulla base del lancio dei dadi. Ci scherzo su. Questo è un buon segno. Una risata vi seppellirà. Citazioni, ancoraggi. Divagazioni. Anche se voi vi credete assolti / Siete lo stesso coinvolti. La scrittura è un’entità multiforme, vive di vita propria. Da anni non riesco a parlarci con sincerità quando si tratta di me. Da anni, quando si tratta di me, divento una fonte inattendibile. Bugiarda. La schivo, non mi faccio trovare. La distraggo. Mi arrendo. Mi scoppia il cuore, non riesco a sostenerla.Per questo mi serve una boa. Non c’entra la deriva. Mi serve una boa per non andare a fondo, lì dove dovrei andare. E come sempre sento che affondando ancora un poco arriverei alla verità. (Virginia Woolf – Diario di una scrittrice) Per questo cerco parole che possano definirmi nel momento. Che possano descrivermi il momento. Questo momento e non un altro. Perché sono capace di esistere solo nel momento. /dis·sè·sto/ /dis·se·stà·ta/ Vorrei ancora potermi tatuare sulla pelle In ogni caso nessun rimorso. Perché sono capace di esistere solo nel momento. Questo mi definisce. Questo mi descrive. Questo mi frega. E se il personale è politico, e viceversa, questo non è un buon momento. Se avete voglia qua potete leggere Diśàgio e invece qui Distorsióne.

Ricominciare a scrivere, ricominciare a scrivere sul serio. Surreale, non pensavo che sarebbe accaduto, scrivere di nuovo, come prima ma in modo completamente diverso. Non so quanto durerà, se durerà. Mi godo il momento e questa condizione di rinnovato equilibrio. Perché, lo so, solo quando scrivo, solo quando sono a lavoro su qualcosa, non mi sento un relitto alla deriva in un mondo mare in cui non ho mai imparato a nuotare. Di alcune cose mi ero completamente dimentica. Dell’impatto sul corpo, sul fisico per esempio. Avevo dimentico la spossatezza fisica dopo un’intera giornata dentro ad una storia, cercando di non perderla, di darle il giusto colore, il giusto timbro una parola dopo l’altra. Mi ero dimentica di quelle frasi di raccordo che ti vengono in mente all’improvviso, mentre non sei con il culo sulla sedia e i gomiti sulla scrivania, il terrore di perderle, di non riuscire a cucire i pezzi.Mi ero dimenticata dell’esaltazione.Mi ero dimenticata della giostra, che dall’esaltazione ti scaraventa nell’abisso dell’inadeguatezza e dell’incapacità. Vedere la storia, poi non vederla più. Vedere il senso di quello di quello che si scrive e poi non vederlo più. Come quando ho scritto VA:LE. Come quando ho scritto i racconti del Tarlo Ippopotamo.Come quando ho scritto Ni una más. Ma comunque in modo completamente diverso. Per me, senza pensare ad una destinazione, ad una collocazione. Senza pensare a niente se non a quello che sto raccontando. Spero di non essermi dimenticata come si scrive, ecco. Ma questo si vedrà più avanti.

Fallimento. Indaga la parola con la punta della lingua, ne valuta il sapore. È sorpresa, non è amara come aveva sempre pensato. La parola fallimento è acida. L’annusa, ricorda qualcosa che è stato dimenticato ed ha iniziato a fermentare. Non a marcire. A fermentare. Cerca una corrispondenza, l’eventualità di una correlazione emotiva. Tocca l’idea con la dita, è molle. Umida. Sgradevole. La solleva, ne valuta il peso, la sposta dalla mano sinistra a quella destra. La lascia andare, la osserva. Si allontana, in apnea. Poi lascia andare anche il respiro, con più forza di quanto non si aspettasse. Fallĕre. Si volta a guardare i ricordi, nella memoria. Ingannare, ingannarsi, sbagliare. È andata così? Si tratta di questo? Cos’altro? Non riuscire, mancare d’effetto. Mancare il colpo. Potrebbe, sì. Potrebbe essere questo il punto. Ma non sa se le importa, non sa se le serve. Sapere, capire, spiegare. Spiegarsi. Trovare una corrispondenza emotiva. Dare un nome alla cosa. Alle cose. Ché forse non le importa più. Perché forse non le importa più pensare. Perché forse sta nel pensare l’inganno, lo sbaglio. È nel pensare che è iniziata la fermentazione, il fallimento. Perché forse il pensiero può ingannare. Allontanare. Manipolare. Perché forse il pensiero accudisce, e lenisce il conflitto. Lo sfibra, lo depotenzia. Perché forse pensare disarma il conflitto. E allontana la risposta. La manipola. Ma la risposta è lì. Perché forse il pensare ha solo prodotto pensieri consolatori e assolutori. Trattiene il fiato, gonfia le guance. Arriccia le labbra e soffia, soffia via tutto. Si lascia andare, all’indietro. Sul pavimento, immobile. Sprofonda, il corpo pesante lascia l’impronta. Immobile nell’impronta nel pavimento. Nel pensare per darsi ragione la cosa ha cominciato a fermentare. L’errore irrimediabile, l’inganno senza perdono. Il pensare che mente e disarticola la riflessione. Sprofonda, il corpo pesante. L’impronta sul pavimento. Il pensare che aggiusta l’orlo del vestito per non inciampare. E non chiama le cose con il loro nome. Criceto nella ruota. Passi in superficie senza mai affondare. Assoluzioni sommarie. E il tempo è andato perso, assoluzione dopo assoluzione, rimozione dopo rimozione. Criceto nella ruota. Passi in superficie senza mai affondare. Il corpo pesante nell’impronta sul pavimento sprofonda. E un pensiero si scarta, affonda il passo, si scuote, urla, preme. Cerca la profondità. Si divincola, scatta in avanti. Affonda il passo, cerca la profondità. Ma il corpo si alza, e non c’è impronta sul pavimento. L’inganno senza perdono. È andata così? Si tratta di questo?

Un racconto su suggestione, per Allegra. Stasera ha addosso un paio di pantaloncini slabbrati e una canottiera costellata di macchie di unto. Sugo, forse. Ma potrebbe benissimo trattarsi di olio, quello che ti cola addosso quando mangi il fritto con le mani. Spettinata, con i vestiti sporchi di unto, l’insonnia mi mordicchia le dita dei piedi.Quando spengo la luce e dico al mio corpo dormi lei arriva. Piccola, sciatta maledetta stronza insonnia.Tengo il corpo immobile, la stanza ronza, le insegne lungo la strada si sciolgono, si fondono e si infilano tra i listelli delle persiane. Passa una macchina. Un’altra, un’altra ancora. Silenzio. Un’altra ancora.E siamo alla giostra dei pensieri unitili, cavallini sbiaditi, meccanismo cigolante e musica distorta. La giostra dei progetti improrogabili e dei gesti irrisolti.Agguanto il respiro, lo stringo per la collottola. Cerco di controllarlo e guidarlo, lei mi mordicchia l’alluce. Si scosta i capelli dalla fronte, mi guarda e sorride.Ma perché mai ad un certo punto della mia vita ho smesso di farmi le canne?E da lì l’onda anomala che sbatte sul spetto, si schianta e si sfrange. Mi inonda di memoria. Tasto il comodino, prendo il telefono. Digito.Ma te lo ricordi lo sciamano?Fisso lo schermo per un po’ poi l’appoggio sul letto. Scanso il piede con un colpetto, l’insonnia mi sta massacrando un mignolo, l’illuminazione dello schermo di affievolisce fino a scomparire. Passa una macchina, poi un’altra ancora. Asfalto umido.Il materasso vibra, la luce dello schermo filtra attraverso il lenzuolo.Sono le quattro del mattinoSì, ma te lo ricordi o no?No, non me lo ricordo lo sciamano. Dormi.Insonnia.Ma perché hai smesso di farti le canne?Eh. Per questo volevo sapere se ti ricordavi dello sciamano.Seee vabbè buonanotte.Buio. La stanza ronza. Neon liquefatti che filtrano attraverso i listelli delle persiane.Una macchina, un’altra. Un’altra ancora. Silenzio.Mi arrendo, immobile. Aspetto che l’insonnia si stufi di mordicchiarmi le dita dei piedi. * Chissà se il treno fa ancora le stesse fermate. Il paesaggio fuori dal finestrino è lo stesso, o almeno mi sembra. Non riesco a definire i cambiamenti, a sovrapporre per immagini lo scorrere del tempo trascorso. Ho fatto questo tragitto l’ultima volta vent’anni fa, seduta nella macchina dei miei genitori tra uno scatolone e l’altro. Andavamo a vivere in città, ed io adolescente catapultata per direttissima in un’altra dimensione. Il treno è cambiato, questo sì. Non è la stessa scalcinata littorina, ghiacciata d’inverno e bollente d’estate che ci trascinava ammassati dal paese a quella che chiamavano, con un mezzo sorriso, civiltà. E viceversa. Zaini, scarpe da ginnastica, e diana rosse morbide schiacciate nella tasca posteriore dei jeans.Se chiudo gli occhi è come un’immensa lunghissima infinita diapositiva.Vibro.A che punto sei, qui stiamo aspettando tutti te.Merda.Di a mamma che stanotte non ho dormito, mi sono appena svegliata. La chiamo più tardi.Cosa stai combinando?Sono in treno.In treno?In treno. Sto tornando al paese.Ma sei scema?Vado a trovare lo sciamano.Gesù cristo devi trovare te, al più presto.Preferisco lo sciamano.Ma cos’è questa storia dello sciamano (mamma non l’ha presa bene, dice che ti rifiuti di prendere la melatonina e che queste sono le conseguenze).Lo sciamano, quello che viveva appena fuori dal bosco. Dai. Altro un metro e un sospiro, nodoso come un albero.Quello sciamano?Quello.Sei scema. Ci sono modi meno complicati per trovare qualcosa da fumare.Torno presto.E ci mancherebbe. Non fare cazzate, torna tutta intera. Baciuz.Ok. Baciuz.Il paesaggio forse è lo stesso, o forse no, il treno sicuramente è diverso. Io sono sempre quella a cui viene detto di tornare a casa tutta intera e di non fare cazzate.Sono quella che non ha finito l’Università e che ancora dice molti no e pochi sì. Sono quella che soffre d’insonnia e che a trentasette stridenti anni ancora preferisce i lavori a tempo determinato.Io sono quella che si ricorda dello sciamano.L’onda anomala che sbatte sul spetto, si schianta e si sfrange. Mi inonda di memoria. * C’era il sole. Avete presente il sole quando è perfetto? Così perfetto che se hai sedici anni e andare a scuola non rientra nelle tue priorità lui ti parla e ti accorda senza troppi discorsi il permesso di non andarci, a scuola?Quel sole lì. Perfetto.Arrivata alla discesa per la stazione proseguo dritta. Perché il sole è perfetto, perché la scuola non rientra nelle mie priorità, perché ho un morso alla bocca dello stomaco che mi dice costantemente di andare. Andare, andare, andare. Ho un morso alla bocca dello stomaco che mi fa sentire scomoda, febbricitante. Ho un morso allo bocca dello stomaco che mi fa dire no, questo no questo no, questo no, io devo andare, andare, andare. Lasciatemi stare. E c’è un sole perfetto.Attraverso il paese, passo accanto alla fontana con le rane di pietra, esco dal paese.Nel bosco il sole perfetto si sparpaglia in infinite schegge ballerine, luminose chiazze vibranti di luce. Le foglie di castagno sotto ai piedi, e colossi che si stagliano, si annodano, fino alle fronde, i rami, le foglie, ai loro piedi massi rivestiti di muschio.Cammino, mi spingo un passo oltre, sempre un passo oltre.Il sole è perfetto, io sono perfetta. È un movimento minimo, un fruscio tra le felci.“Oh, Sciamano. Non è presto per i funghi?”“Oh, cara. Macché funghi, ho perso un pezzo di fumo.”“T’aiuto.”“Brava nini. Dovrebbe essere qui, proprio qui.”Cerchiamo in silenzio nel silenzio.Anche se silenzio, nel bosco, non vuol dire nulla. Scricchiolii, fruscii. Tonfi sordi. Nel bosco, in realtà, silenzio e immobilità non vogliono dire nulla. Steli che oscillano come metronomi, fronde scosse da battiti d’ali.Siamo solo io e lo Sciamano che ci muoviamo in silenzio, scansiamo foglie umide con la punta delle scarpe e ci accovacciamo naso a terra e sguardo fisso. Facciamo, come minimo, tra i cinquantacinque e i sessanta anni in due, difficile definire con certezza l’età dello Sciamano, eppure, penso mentre scanso un rametto secco, la sensazione è che potremmo iniziare entrambi a fare le capriole dei bambini da un momento all’altro. Così, per gioco.È facile stare in silenzio con lui, averlo accanto e stargli accanto senza avere niente da dire e non sentire la stretta dell’imbarazzo nelle articolazioni. “No, via, ‘un c’è. Lo vuoi un

Frammento #1 #2 #3 #4 Masticata. In una giostra logora. Vertigini e conati. Margherita sputata. Esausta. Margherita allo specchio. Margherita senza voce. Contratta, trema. Senza fiato. Margherita immobile. Il cielo diventa grigio e si alza il vento. Gli alberi oscillano, i rami si sparpagliano. Margherita si chiude. Le nuvole si addensano, la luce cala e preme sui vetri. Margherita si inabissa, il cielo si abbassa, il mondo si restringe, le ombre si sfilacciano. Margherita si sfalda, la pioggia dal cielo. Lo scroscio, il lampo, il rombo. La pioggia dal cielo, si schianta sui tetti, sull’asfalto, sugli alberi, sui vetri e poi cola. Margherita ferita. Ferita aperta che non sanguina. Margherita si stringe. Non parla, non piange, non grida. La pioggia dal cielo, nel cielo grigio, cade precipita si schianta. Margherita trema. Muta. Divelta, inchiodata, isolata. Margherita scivola, vorrebbe fermarsi, fermare le cose. Toccare le parole. Arginare. Proteggere, difendere. Margherita inciampa. Margherita cade. Margherita ha freddo. Margherita, precipita si schianta cola. Lo scroscio, il lampo, il rombo. Margherita si spacca, pietrificata. Il cuore incagliato. La pioggia, il vento, l’asfalto. Le mani gelate. I sensi ottusi. L’abisso osceno dove tutto cade, precipita, si schianta. Si rimescola, morde, ribolle, si infiltra. La mandibola schiocca. Uno schianto secco. Il cielo si schianta. La pioggia si schianta. Non si ferma, si rovescia. Non c’è tregua. Mar ghe ri ta Mar gheri ta Ma r gh eri ta Mar ghe ri ta Finché saprà ricordare e pronunciare il suo nome. Margherita risale in superficie. * Margherita svuota i polmoni poi prende aria a piccoli sorsi. Margherita è il suo nome. Il suo corpo non è vuoto. Allora Margherita pone il suo corpo al centro. Pone il suo corpo al centro del conflitto. E Margherita sente. Tutto. Di nuovo.Continuamente. Margherita sente gli occhi, tutti intorno. Negli occhi Margherita sente. Il dolore. La frustrazione. La disperazione. Margherita sente. La paura. Gli affamati tentativi di sopravvivenza. L’instancabile ricerca. I corpi vibrare di piccoli movimenti ripetuti. E sente i corpi sbattuti, i corpi perduti. I corpi reclusi. I corpi negati. Margherita sente le parole senza voce. Margherita sente l’asfalto sotto la suola delle scarpe. Sente gli alberi respirare. Margherita sente le risate lanciate oltre l’ostacolo. Margherite sente i passi. Sente gli sforzi, le trincee. I corpi come barricate. Margherita sente il profumo dell’ostinazione. Margherita sente le fughe senza direzione. Margherita sente i polsi stretti. Margherita sente l’affanno della corsa. La sconfitta. Sente i pesci nuotare. Le mani intorno alla corda. Sente le chiavi nel buio. Margherita sente il peso. Il fumo nei polmoni. Le lacrime che si mischiano con la polvere e con il sangue. L’angoscia di un quotidiano ripetuto all’infinito. Margherita sente i piedi nudi nella sabbia. Margherita sente la rabbia. Sente l’odio. Sente l’amore. Margherita cerca, una genesi plausibile di se stessa. Un filo da annodare. Margherita cerca Margherita. Un passo che sia fermo, un gesto che non sia di resa. Margherita cerca. L’anomalia, l’interferenza. L’epifania transitoria. Margherita cerca il difetto, l’indicibile. Il salto, il vuoto. L’inespresso. Il non detto. Margherita cerca l’errore, lo sbaglio. Margherita cerca, il reale. Margherita cerca i margini. I cuori oltre l’ostacolo. Margherita cerca i corpi sopravvissuti. Cerca i corpi che si sono salvati. Margherita cerca parole nuove. Corpi non allineati. Altri corpi al centro del conflitto. Parole grandi. Parole capaci. Margherita cerca la sconnessione, la visione altra, l’asincronia. L’interferenza armonica. Il capovolto. Il capoverso. Margherita cerca lo squarcio, la fessura. Margherita scava, annusa. Margherita ascolta. Margherita assaggia. Margherita si ferisce. Margherita ferisce. Margherita grida. Margherita insiste. Margherita cade. Rovina. Margherita sprofonda. Margherita si aggrappa, scavalca. Margherita si riempie i polmoni, fino in fondo. Margherita svuota i polmoni, fino in fondo. Margherita si riempie i polmoni. Fino in fondo. Margherita svuota i polmoni. Fino in fondo. * Margherita sa che il suo corpo non è un corpo vuoto. Margherita sa, che Margherita è il suo nome. E di tutte le altre. Se chiude gli occhi. Margherita sa. Le sente. Continuamente.

[…] Aspetto che siano loro a svelarmi la natura e l’intensità della loro resistenza e a spiegarmi come siano riusciti a rinunciare al potere di agire come colonizzatori. Aspetto che diventino testimoni, capaci di raccontare. Affermano che il discorso sulla marginalità, sulla differenza, è andato oltre la discussione sul «noi e loro». Ma non dicono come ciò sia accaduto. Questo scritto è una risposta dallo spazio radicale della mia marginalità. Uno spazio di resistenza. Uno spazio che ho scelto. Aspetto che smettano di parlare dell’«Altro» e che la finiscano di ripetere quanto sia importante parlare di differenza. Importante non è soltanto ciò di cui parliamo, ma anche come e perché decidiamo di parlare. Spesso questo discorso sull’«Altro» è anche una maschera, un parlare oppressivo che nasconde vuoti e assenze, quello spazio dove le nostre parole prenderebbero corpo se fossimo noi a parlare, se intorno a noi ci fosse silenzio e soprattutto se noi ci fossimo. Questo «noi-soggetto» è quel «noi-oggetto» nei margini del «noi e loro», quel «noi-soggetto» che abita lo spazio del margine inteso non come luogo di dominio, ma di resistenza. Entrate in quello spazio. Spesso questo discorso sull’«Altro» annulla, cancella: «Non c’è bisogno di sentire la tua voce, quando posso parlare di te meglio di quanto possa fare tu. Non c’è bisogno di sentire la tua voce. Raccontami solo del tuo dolore. Voglio sapere la tua storia. Poi te la ri-racconterò in una nuova versione. Ti ri-racconterò la tua storia come se fosse diventata mia, la mia storia. Sono pur sempre autore, autorità. Io sono il colonizzatore, il soggetto parlante, e tu ora sei al centro del mio discorso». Stop. Noi vi celebriamo come liberatori. Questo «noi-soggetto» è quel «noi-oggetto» nei margini del «noi e loro», quel «noi-soggetto» che abita lo spazio del margine inteso non come luogo di dominio, ma di resistenza. Entrate in quello spazio. Il mio è un invito deciso. Vi scrivo, vi parlo, da un luogo ai margini, un luogo dove io sono diversa, dove vedo le cose in modo differente. Sto parlando di ciò che vedo. Parlare dai margini, parlare nella resistenza. Apro un libro. Nella quarta di copertina leggo: mai più nell’ombra. Un libro che suggerisce la possibilità di parlare da liberatori. Solo chi parla e chi rimane in silenzio. Solo chi vive nell’ombra – ombra in un corridoio, spazio in cui le immagini delle donne nere sembrano non aver voce, spazio in cui le nostre parole sono invocate per servire e aiutare, spazio della nostra assenza. Solo fragili echi di protesta. Noi siamo state ri-scritte. Siamo «Altro». Siamo il margine. Chi parla e a chi. Dove collochiamo noi stesse e i nostri compagni. Costretti al silenzio. Temiamo chi parla di noi, chi non parla a noi e con noi. Sappiamo che cosa significa essere costretti al silenzio. Certo, sappiamo che le forze che ci hanno fatto tacere, poiché non hanno mai voluto farci parlare, sono ben diverse dalle forze che dicono: parla, raccontami la tua storia. Unica condizione: non parlare con la voce della resistenza. Parla soltanto da quello spazio al margine, che è segno di privazione, ferita, desiderio insoddisfatto. Racconta solo del tuo dolore. Elogio del margine-Scrivere al buiobell hooks, Maria NadottiTAMU EDIZIONI