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Tag: scrittrici

Sono fame di Natalia Guerrieri
(non) recensioni di libri

Sono fame di Natalia Guerrieri – (non) recensione

Sono fame di Natalia Guerrieri è un libro appiccicoso, intriso di sudore, e un velo di polvere. E una rondine che sulla sua bicicletta scarta le macchine, gli sguardi, il livore, la noia, l’abbandono, l’immondizia di una Capitale che è tutte le capitali di cemento, solitudine e alienazione.

pelleossa di veronica galletta
(non) recensioni di libri

Pelleossa di Veronica Galletta – (non) recensione

Pelleossa di Veronica Galletta è come un mosaico, piccole tessere colorate che solo quando hai messo giù l’ultima ti puoi allontanare e vedere, e capire, il disegno che si è formato durante la lettura.

Ultramarino di Mariette Navarro
(non) recensioni di libri

Ultramarino di Mariette Navarro – (non) recensione

Ultramarino di Mariette Navarro è narrazione in purezza. Narrazione intesa come l’atto del narrare, di rappresentare con la parola scritta, o altri strumenti, storie, situazioni reali o fantastiche.

(non) recensioni di libri

La vita bugiarda degli adulti – Elena Ferrante – (non) recensione

La vita bugiarda degli adulti. La banalità della vita bugiarda degli adulti, ho pensato leggendo il nuovo libro di Elena Ferrante.L’umana banalità, sarebbe meglio dire. La vita bugiarda degli adulti osservata e smascherata dallo sguardo implacabile dell’adolescenza. Dallo sguardo implacabile di una adolescente. Dalla scrittura sgradevole e ipnotica di Elena Ferrante. Crescere, e trovare il proprio spazio tra gli affetti e il proprio posto nel mondo. Quel mondo che dalla strada sotto casa si allarga e si allarga. All’infinito.Crescere. Ma assomigliando a chi? Desiderando cosa? Aspirando a cosa?Con il corpo nascosto, il corpo esposto. Scoperto nella dolcezza, nella maleducazione, nella fretta, nella tenerezza.Il corpo riflesso. Nello specchio, nei corpi delle altre. Nei corpi degli altri.Nelle parole, degli altri. Nel giudizio. Anche questo implacabile. Nella frattura, spesso scomposta, di un passaggio obbligato. La formazione del sé, la definizione dei propri desideri. La scrittura della propria mappa emozionale.Nella frattura, dolorosa, provocata dalla caduta di fronte a quello che è stato taciuto, nascosto, travisato, allontanato. Mascherato.Nel rifiuto e nell’allontanamento. Nello smarrimento, nella rabbia. Nel cratere, nell’abisso. Forse si spezzò in quel momento qualcosa in qualche parte del mio corpo, forse dovrei collocare lì la fine dell’infanzia. Nella delusione, implacabile. Totale e totalizzante. Per questi adulti e per le loro menzogne, per le loro debolezze camuffate, per quelle vite che si sgretolano e si svelano. Per questi corpi che si piegano e questi sguardi che si perdono, arroganti e codardi, deboli e spaventati. E per le parole misurate, inconcludenti. Violente. Parole confuse.Bugiarde. Cosa succedeva, insomma, nel mondo degli adulti, nella testa di persone ragionevolissime, nei loro corpi carichi di sapere? Cosa li riduceva ad animali tra i più inaffidabili, peggio dei rettili? La vita bugiarda degli adultiElena Ferranteedizioni e/opp. 336   Sempre su Elena Ferrante, per tutte le sue smarginature.L’amica geniale (non) recensioneStoria della bambina perduta (cit.)Storia di chi fugge e di chi resta (cit.)Storia del nuovo cognome (cit.)L’amica geniale (cit.)

La mischia
(non) recensioni di libri

La mischia – Valentina Maini – (non) recensione

Perché non sento parlare ovunque di questo romanzo, perché non leggo ovunque di questo romanzo, La mischia di Valentina Maini? Di questo romanzo con una sua voce netta e nitida che canta su una musica complessa, che prima ci vuole un po’ di tempo, il tempo di abituarsi al ritmo per poi ritrovarsi completamente in immersione.Di questo romanzo in cui niente è scontato, in cui ogni dettaglio, frammento è indagato in profondità e da punti di vista inusuali. E sfumature e traiettorie che illuminano, nascondono, mostrano, dicono tutto e il contrario di tutto. Questo romanzo che scava, che scava in profondità e scava in obliquo. Questo romanzo di cui non si riesce ad immaginare, intuire, indovinare la frase successiva. Questo romanzo dove non c’è il giudizio, il giusto e lo sbagliato, il simpatico e l’antipatico, il bello e il brutto.Il vero o il falso. Di questo romanzo che dice “procurandomi per la prima volta nell’alto torace una morsa quasi letale.” Questo romanzo che non è un esercizio di stile, ma una narrazione tenuta stretta dalla prima all’ultima pagina. Di questo romanzo che scende nel perturbante, niente sentimenti accondiscendenti, ma suoni che stridono, bombe sganciate, sentimenti disfunzionali.Di questo romanzo che racconta una storia, di quest’autrice che non lascia andare, che tiene le trame, che dice delle cose. Quest’autrice che sceglie chi, sceglie dove, sceglie come, sceglie quando. E sceglie i perché.Questo romanzo che ti costringe a fissare il disordine, a contemplare lo sporco. A respirare il dolore, il malessere. L’errore. Di questo romanzo che è un caleidoscopio. Scrittura a struttura che scartano, spiazzano. Diverse forme, diversi linguaggi. Di questo romanzo preciso, così preciso da risultare irrimediabilmente, meravigliosamente, drammaticamente universale. Questo romanzo che affronta la massa distruttrice. Di questo romanzo in cui abitano personaggi pieni, difettosi, reali. Così difettosi che se ti volti all’improvviso li puoi vedere in piedi alle tue spalle.Questo romanzo che è un coro, questo romanzo che corre, rallenta, cammina, si ferma. Simula. Di questo romanzo che a tratti toglie il fiato, e fa indietreggiare di qualche millimetro. Questo romanzo che è Jokin che si cerca sotto l’epidermide. Desideravo vederlo, conoscerlo a tutti i costi, aprirmi un varco in direzione del mio sottosuolo e chiedergli qualcosa… Questo romanzo che è Gorane.Io non sopporto le mescolanze perché ci sono cresciuta, nella mischia, perché nessuno mi ha insegnato come separare il sogno dalla verità… Di questo romanzo che dice quando ti incammini per la strada sbagliata diventi come lo strascico delle spose, come i jeans a zampa di elefante, come la lingua dei cani, perché tiri su tutto, la merda, i resti del cibo e i diamanti, la luce, la notte e il mezzogiorno, ed è una cosa che non succede quando vai per la strada giusta dove ti capita solo ciò che hai scelto che ti debba capitare. Di questo libro che ho dovuto chiudere, due volte. Perché mi ha colpito dove cedo. Questo libro che ho dovuto chiudere, due volte. Per riprendere fiato, e sbattere veloce le palpebre. E poi svuotare fino in fondo i polmoni.

inQuiete
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inQuiete, festival di scrittrici a Roma 2020

Sabato 24 e domenica 25 ottobre 2020, al cinema Avorio e in diretta streaming, si è svolto inQuiete, festival di scrittrici a Roma. Quest’anno in edizione speciale, con il titolo Corpi e Spazi.Un’edizione speciale, un’edizione immersa nella pandemia. Ho seguito dallo schermo del mio computer, sigarette, caffè, cuffie, un po’ sul divano, un po’ alla scrivania, prendendo appunti, tutti gli appuntamenti che uno dopo l’altro hanno costruito questo momento di condivisione e riflessione. Nonostante la distanza, nonostante lo schermo. Nonostante la consapevolezza che quel cinema, in quei due giorni, non avesse un pubblico in presenza. Non mi ero resa conto di quanto avessi bisogno di un’immersione in un immaginario di parole e in una sguardo femminista finché domenica sera, alla fine dell’ultimo appuntamento, non ho spento tutta quanta la tecnologia e mi sono ritrovata a tirare un lunghissimo, liberatorio, inaspettato, sospiro di sollievo.Quindi, prima di tutto, grazie. Alle organizzatrici, alle ospiti, e a tuttǝ quellǝ che hanno reso possibile l’edizione 2020 di questo Festival. Corpi, Spazio. Corpi nello spazio della pandemia. Alcune suggestioni, in ordine più o meno sparso. Quelle che seguono non sono parole parole mie, sono le parole inQuiete che mi sono rimaste più impresse. Perché non ci avevo pensato e mi hanno aperto una porta, perché le pensavo ed è bello sentirle dire anche da altre. Perché mi hanno fatto sorridere, perché mi hanno presentato artiste che non conoscevo. Si è parlato di cura, della tossicità che può assumere quando declinata esclusivamente al femminile, quando le donne si trovano costrette a ri-diventare solo madri, all’interno delle mura domestiche, rinunciando al fuori, che sia un fuori lavorativo o un fuori di relazioni.E del rischio del vuoto lasciato da queste relazioni fisiche che restano chiuse fuori dalla porta di casa. Di questa pandemia che ha palesato quanto ci sia bisogno di questa invocata cura, e dell’inadeguatezza del sistema politico che non è stato in grado di rispondere. Si è parlato di corpi che diventano confini, di corpi vulnerabili non tutelati nel contesto pubblico, nel contesto di un semplice viaggio da una città ad un’altra. Della vulnerabilità e della fragilità.Dell’oblio della vulnerabilità, della tendenza a nasconderla e a rimuoverla che ci ha portati qui e ora in questa nuova e complessa realtà.Della necessità di affrontare questa complessità e di trasformala, anche attraverso l’attenzione al linguaggio, alle sue trasformazioni e all’uso che se ne fa. E conservare quello buono e rigettare quello cattivo. Durante inQuiete si è parlato di desiderio, di editoria, di scrittura, dello sfondare muri e soffitti di cristallo, di territori selvaggi e distopie estranianti, di forme di pecorino e cammini di Santiago sentimentali, di Virginia Woolf, di Margaret Bourke White, e il domandarsi se il ritirarsi e il non dire non siano comunque una forma di posizionamento. Di Maria Lai e Simone de Beauvoir. Di calze di cotone e di senso di responsabilità. E di tantissime altre cose, tantissime altre suggestioni e traiettorie. E in collegamento con il Canada, il Cile e il Messico. Potete rivedere gli incontri sul sito di inQuiete a questo link, oppure sul canale yuotube del festival a questo link. Fatelo, date retta a me. Che vi fa bene.

Ogni volta che ti picchio
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Ogni volta che ti picchio – Meena Kandasamy – cit.

La penitenza, mi rendo conto, non si conclude con l’atto di inchiodarmi a una croce. Chi vuole portare su di sé i peccati del mondo deve sopportare molto, molto altro. […] Per quelli che mi conoscono di persona, sono la donna che ha la responsabilità di asciugare le lacrime delle persone che amo, di alleviare il dolore provocato dagli sfortunati eventi del mio matrimonio, dando loro la sensazione che in fondo la situazione non fosse cosi terribile come l’ho descritta. […]Cosa dico a gente come lui, che vuole un ritratto obiettivo, che vuole sapere se il torturatore era una persona reale, con un lato radioso, in modo da ricordarsi della propria umanità?Mi rendo conto che è la maledizione delle vittime, sentirsi obbligate a dare una sfumatura di bontà al proprio aguzzino.Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno. La benevolenza del padrone, la gentilezza del kapò, il senso dell’umorismo del criminale, la puntualità del marito che picchia la moglie.

un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra
(non) recensioni di libri

Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra – Claudia Durastanti – (non) recensione

Protagonisti Jane CormickAlexander CormickJonathan Cale (Francis)Dana Fogarty (Zelda)Micheal HaskellEdward HopperGinger KorowieFrank Riley Inizia così Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra di Claudia Durastanti. Con l’elenco dei personaggi, come fosse un testo teatrale.E come un testo teatrale questo romanzo si sviluppa per blocchi in cui i protagonisti di questa storia si alternano e attraversano tempo, spazio, mutamenti. Protagonisti quasi nudi, stesi sulla pagina attraverso il monologo, il dialogo, le pagine di un diario, le pagine di una lettera, lo sguardo dell’altro-a che li osserva e ne restituisce un’immagine necessariamente difettata e difettosa.Otto personaggi che attraversano il tempo dal 1978 al 2003, lo spazio attraverso il New Jersey, New York, camere da letto, stazioni, spiagge, automobili.Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra, un titolo che sembra l’inizio di una poesia. E di poesia questo romanzo è stracolmo. Tutta la poesia che ci può essere nell’adolescenza, e nell’adolescenza che si sfilaccia, si mescola e si dissolve nell’età adulta.E i mutamenti che questi otto protagonisti e protagoniste attraversano in questo sfilacciamento.Ho 42 anni e ancora non ho smesso di dialogare con la mia adolescenza. Non ho ancora smesso di interrogare quegli anni. Ancora mi rivolgo a quell’intensità per ricavarne forza, coerenza e tenacia. La tenacia dei sentimenti totali e totalizzanti, la forza dei desideri che non prevedono ostacoli, la coerenza nella formazione del proprio io che a volte l’età adulta tenta di nascondere o screditare. O dimenticare insieme agli slittamenti, agli errori, ai passi falsi, ai dolori laceranti, alle delusioni indicibili. Forse per questo sono sprofondata nel romanzo di Claudia Durastanti come si sprofonda in un divano che riconosce le forme del tuo corpo. Forse per questo e perché è un romanzo scritto bene, e tanto basta. Ad inforcare gli occhiali appena sveglia, senza neanche aver bevuto il caffé per leggere una pagina, due pagine, tante pagine quante sono quelle che la vita adulta mi concede.Anzi no. Tante pagine quante sono quelle che con tenacia, forza e coerenza riesco a strappare al tempo della vita adulta. Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra è un romanzo corale frammentato, malinconico e reale, sporco e concreto, che Claudia Durastanti ci restituisce con una scrittura piena, precisa, mai banale, con parole puntali che usa per parlarci del disordine, dei dubbi, delle angosce, delle paure, delle aspettative, dei passi falsi, delle promesse non mantenute, dell’assenza e della solitudine di questi personaggi che sono tutto tranne che perfetti, reali nei loro pensieri, riconoscibili nelle loro mediocrità e meschinità, riconoscibili nella loro ricostruzione, quando oltrepassano lo sfilacciamento e si ritrovano in piedi nell’età adulta dove quello che si immaginava di essere da grandi combacia, o non combacia, con quello che si diventa, che siamo riusciti e riuscite a diventare, che non potevamo fare altro che diventare. […] Rileggendo gli appunti taccuino aveva scoperto che il suo vero obiettivo era accelerare il processo per cui ogni adolescente si trasforma in un semiadulto di merda, con le paranoie della carriera o del nucleo familiare. Passare dai diciotto ai trent’anni, saltare tutto il decennio della grande illusione. […] Claudia DurastantiUn giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestraLa nave di Teseo, collana Oceanipp. 304 Qua potete trovare una citazione, qua invece la (non) recensione di Sangue e viscere a liceo di Kathy Acker che Claudia Durastanti ha tradotto per LiberAria

Elsa Dorlin Difendersi
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Elsa Dorlin – Difendersi. Una filosofia della violenza – cit.

[…] In questo cielo, molto buio, la costellazione risplende a causa di echi, d’indirizzi, di testamenti, di rapporti di citazioni che legano in modo tenue e soggettivo questi differenti punti luminosi. I testi principali che costituiscono il fondamento della filosofia del Black Panther Party fors Self Defense rendono omaggio agli/alle insorti-e del ghetto di Varsavia; le pattuglie di autodifesa queer sono in un rapporto di citazione con i movimenti di autodifesa neri; il ju-jitsu praticato dalle suffragiste anarchiche internazionaliste inglesi diviene loro accessibile, in parte, a causa di una politica imperiale di captazione dei saperi e delle competenze dei/delle colonizzati-e, del loro disarmo. La mia storia e la mia esperienza corporea hanno costituito un prisma attraverso il quale ho sentito, visto, letto questo archivio. La mia cultura teorica e politica mi hanno lasciato in eredità l’idea fondatrice secondo cui i rapporti di potere non possono essere sempre completamente ridotti in loco a un corpo a corpo già collettivo, ma riguardano le esperienze della dominazione nell’intimità di una camera da letto, alla svolta di un’uscita della metropolitana, dietro la tranquillità apparente di una riunione di famiglia… In altri termini, per alcuni-e, la questione della difesa non cessa con la fine di una mobilitazione politica rischiosissima, ma appartiene a un’esperienza vissuta continuamente, a una fenomenologia della violenza. Questo approccio femminista coglie, nella trama di simili rapporti di potere, ciò che è tradizionalmente pensato come un al-di-dentro o un al-di-fuori del politico. Così, nell’operare quest’ultimo slittamento, non intendo lavorare a livello dei soggetti politici costituiti, quanto piuttosto a quello “della politicizzazione della soggettività: nel quotidiano, nell’intimità dei sentimenti di rabbia racchiusi in noi, nella solitudine delle esperienze fatte della violenza, rispetto alle quali pratichiamo continuamente un’autodifesa non riconosciuta come tale. Cosa fa la violenza, giorno dopo giorno, alle nostre vite, ai nostri corpi e ai nostri muscoli? E a questi ultimi, a loro volta, cosa è consentito fare all’interno della violenza e attraverso di essa? […] Elsa DorlinDifendersi. Una filosofia della violenzaFandango Libri, collana Documenti

Claudia Durastanti
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Claudia Durastanti – Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra – cit.

Una volta ho avuto una visione lucida e perfetta in cui il carrello da supermercato e il mio destino erano inevitabilmente connessi, il che significa che un giorno io potrò abbandonare me stessa e andare in giro con il carrello a distribuire i miei averi e tagliare i ponti con quello che c’è adesso. Non è complicato. Una notte, invece di rientrare normalmente a casa, prenderò il carrello pieno delle mie cose e inizierò a girare per il quartiere distribuendole ai passanti, chiedendo in cambio lattine vuote, fin quando le cose non finiranno e allora sarò abbastanza sporca e piena di bottiglie da poter essere ritenuta ufficialmente pazza. Vado spesso alla stazione dei pullman di Newark per allenarmi, per abbandonare il ruolo di quelli che giudicano, ma dopo le prime scopate, azioni lisergiche e manifestazioni di protesta ho capito che sono tutti come me. I matti si insultano fra loro e questo è quanto. La solidarietà che cercavo, l’idea di un mio simile che in fosse vicino per davvero, come Edward, si è sgonfiata. Claudia DurastantiUn giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestraLa nave di Teseo

la linea deli colore igiaba scego
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La linea del colore – Igiaba Scego – cit.

“Baby Sue mi ha dato una ciocca dei suoi capelli. Mi ha detto: ‘Lanciala nell’acqua. Lì in quell’oceano tetro come la notte sono state gettate mia sorella e mia madre. Non so come sono sopravvissuta e vederle soffrire sotto il peso di quegli uomini orribili. Non è umano vedere la propria madre o la propria sorella umiliati in quel modo. Non le ho viste morire. I loro corpi sono stati riempiti dall’abito di troppi uomini, e dopo che si sono divertiti abbastanza le hanno gettate agli squali. Sono morte sotto il peso di quelle bestie, ma io so che sono lì. In quel mare hanno creato un’altra vita. Ogni tanto le vedo in sogno. Preparano la manioca e ballano, come facevano al villaggio. Nell’oceano ci sono tante donne, tanti uomini. Il loro corpo si è trasformato, non hanno più mani ma squame. Solo nel ballo rivedo in loro persone di un tempo. Sono diventati pesci con i capelli ricci e ribelli. Ma non sanno che fine hanno fatto i loro cari. Non sanno che l’America è stata peggio di quella nave. A volte vedo nel sogno un’ombra di preoccupazione sui loro volti, e so che pensano a noi. Se puoi, Lafanu, getta a mia madre e mia sorella questa ciocca dei miei capelli. Sussurra alle loro orecchie che la Dea si è presa cura di noi, di me, anche di te, di tutte.”Baby Sue non fu l’unica a chiedere a Lafanu di lanciare ciocche di capelli nell’Oceano Atlantico. Molte persone, anche delle contee vicine, avevano saputo del sui viaggio e l’avevano pregata di far sapere agli antenati “che stiamo bene. Che lottiamo”. La linea del coloreIgiaba ScegoBompianipp. 384

(non) recensioni di libri

Le isole di Norman – Veronica Galletta – (non) recensione

Ci sono libri che iniziano dalla copertina.Che non sai nemmeno spiegare perché.Ci sono libri che prima di essere letti ti chiedono un gesto, antico. Come tirare fuori dal cassetto della scrivania un tagliacarte per separare le pagine lì dove sono ancora unite. Come aprire uno scrigno, uno scrigno dopo l’altro. Ci sono libri con cui si crea una relazione immediata. La prima pagina è già un affondo e la lettura diventa una questione intima e personale. Le isole di Norman di Veronica Galletta è uno di questi. E poi. È un libro che mostra come alle volte il passato possa colonizzare a tal punto il presente da impedirti di concepire il futuro, un futuro. E di come l’umana illusoria necessità di mettere ordine nel caos organizzato che si chiama vita possa paralizzarci in movimenti ripetuti dentro ad uno schema da cui si può uscire solo rinunciando all’idea di poter organizzare e ridurre tutto a colonne di libri, da mettere in ordine su una griglia da analizzare.Così da poter concepire un futuro, il futuro, prendendo il passato per quello che è. Qualcosa che non esiste, non in quella forma in cui lo abbiamo sempre pensato. Così da poter cambiare. E poi. Struttura e architettura. La scrittura di Veronica Galletta riesce a sovrapporre e far combaciare la struttura e l’architettura della narrazione con la struttura e l’architettura di Ortigia. Con la struttura e l’architettura dei pensieri e dei passi di Elena.Una scrittura che è come una visione aerea, dall’alto, per abbracciare, con la lettura, tutta la complessità della mappa. Delle mappe.E per poterla osservare, Elena, senza riuscire ad avvicinarla. Non del tutto. Non fino in fondo. Il suo camminare, e depositare ricordi e libri. La sua ricerca, le sue domande, le sue isole. Nell’assenza, lo spazio vuoto lasciato da qualcosa che prima era presente e adesso non c’è più. E poi. Ortigia. … di nuovo arriva la luce gialla di una piazza, dentro la quale prendere fiato, seduti sulla scalinata di una chiesa. Questa è l’Isola, che sorprende e poi abbandona, che provoca e blandisce, che conquista e poi scompare, nella perfezione di una colonna, nello scintillio dell’alluminio degli infissi, nell’eternità di un gatto che dorme, nel tanfo del sacchetto di rifiuti che ha appena sventrato. Solo abitandola quotidianamente, accettandone le contraddizioni e affidandoti a lei, Ortigia si rivela, come una cura. E poi. La parmigiana di melanzane. Bellissimo. Le isole di NormanVeronica GallettaItalo Svevo (collana Incursioni), 2020304 pagine arabe intonseImmagine di copertina Maurizio Ceccato – IFIX   Sempre di Veronica Galleta, potete leggere qui la (non) recensione di Nina sull’argine.

L’evento, Annie ernaux
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L’evento – Annie Ernaux – cit.

[…] Con questo racconto è tutto un tempo che si è messo in moto e mi trascina mio malgrado. Ora so di essere determinata ad andare fino in fondo, qualsiasi cosa accada, nello stesso modo in cui lo ero, a ventitré anni, quando ho strappato il certificato di gravidanza. Voglio tornare a immergermi in quel periodo della mia vita, sapere ciò che è stato trovato lì dentro. Questa esplorazione si inscriverà nella trama di un racconto, l’unica forma in grado di rendere un evento che è stato solo tempo all’interno e al di fuori di me. L’agenda e il diario di quei mesi mi forniranno i punti di riferimento e le prove necessarie alla ricostruzione dei fatti. Mi sforzerò soprattutto di calarmi in ogni immagine, fino ad avere la sensazione fisica di «raggiungerla», fino a che ne emerga qualche parola tale da farmi dire: «ecco». E di risentire ognuna di quelle frasi, indelebili in me, il cui senso allora doveva essere talmente insostenibile, o al contrario talmente consolatorio, che a ripensarci oggi mi sento sopraffatta dal disgusto o dalla dolcezza. Che la clandestinità in cui ho vissuto quest’esperienza dell’aborto appartenga al passato non mi sembra un motivo valido per lasciarla sepolta. Tanto più che il paradosso di una legge giusta è quasi sempre quello di obbligare a tacere le vittime di un tempo, con la scusa che «le cose sono cambiate». Ciò che è accaduto resta coperto dal­lo stesso silenzio di prima. È proprio perché nessun divieto pesa più sull’aborto che, mettendo da parte la percezione collettiva e le formule necessariamente semplificate imposte dalle battaglie degli anni Settanta – «violenza sulle donne» eccetera –, io posso affrontare, in tutta la sua realtà, questo evento indimenticabile. […] L’eventoAnnie ErnauxLorenzo Flabbi (traduzione)L’orma editorepp. 128 Altro su Annie ErnauxAnnie Ernaux – Gli anni – cit.

Copertina Isola di Siri Ranva hjelm jacobsen
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Isola – Siri Ranva Hjelm Jacobsen – (non) recensione

E poi ci sono i libri scritti, e tradotti, bene.Isola di Siri Ranva Hjelm Jacobsen è uno di questi libri. Libri gentili, ma che comunque affondano lì dove devono affondare. Libri costruiti intorno alla parola, la sua bellezza, il suono, il significato.  Parole che arrivano e aderiscono perfettamente a quella parte senza nome del corpo che si attiva durante la lettura, come un lenzuolo leggero che avvolge e sottolinea le forme. Libri in cui la poesia si fonde nella prosa senza strappi. E dalla fusione sbucano metafore che si inanellano una dopo l’altra senza eccessi o sbavatura, in equilibrio con trama e struttura. Libri scritti, e tradotti, bene. Che sciolgono la tensione muscolare e allargano la gabbia toracica. Isola è la storia di un ritorno, e della ricerca, in questo ritorno, di un luogo da poter chiamare casa. La ricerca di un’Itaca, l’isola alla fine del viaggio. È la storia di omma e abbi, nonno e nonna, in principio Marita e Fritz che nei primi anni ‘30 lasciano l’arcipelago delle Faroe per migrare in Danimarca. È un’immersione nel pozzo della famiglia, una memoria estesa, più profonda che fa sì che si chiami casa un luogo dove non si è nate e non si è vissuto ma che ci è comunque scivolato addosso, infiltrandosi e radicandosi.  È una leggera tensione, una corrente che passa attraverso le pagine, sottile ma costante, nella voce narrante, la nipote di Marita e Fritz. Il suo ritorno nell’arcipelago fatto di isole, vento e sole che attraversa nuvole e nebbia, di leggende e tradizioni e natura viva e parlante che a volte sussurra e a volte grida. La terza generazione, una coperta troppo corta, che pronuncia il proprio nome con orgoglio tra gli estranei e a mezza voce con i compatrioti. La terza generazione invisibile, teorica, la cui pelle si confonde con la tappezzeria, e che lo si sappia o no, si porta dentro il viaggio come una perdita. Isola è una storia di partenze, e attese. Di ritorni. Di acquavite e canti popolari. Di giacche a vento e sole di mezzanotte. È una storia di terra e di acqua, a volte buona e a volte meno buona. E d’amore. L’amore di Marita, l’amore di Fritz. L’amore di Ragnar il rosso che chiama i gabbiani i proletari del mare. L’amore di Beate. L’amore dei faroesi per le loro terre in mezzo al mare, l’amore per la famiglia. L’amore di una nipote per la sua omma e il suo abbi che lasciano un’isola senza mai smettere di essere quell’isola, in un modo o in un altro. Senza mai smettere di essere isole. Si dice che nel mare intorno alle Faroe ci fossero isole galleggianti. Alcune si tenevano nascoste nell’abisso durante il giorno per spuntare in superficie la notte. Alcune erano solo di passaggio, altre venivano spostate da un gigante che ne voleva formare una sola molto grande.  Altre, semplicemente, galleggiando, aspettano. Laggiù, sotto il mare, si incontrano tutte le terre emerse. Lì ha luogo il dialogo mormorante delle placche tettoniche. IsolaSiri Ranva Hjelm JacobsenMaria Valeria D’Avino (traduzione)Iperborea, 2018pp. 215

copertina Fuoco al cielo di Viola di Grado
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Fuoco al cielo – Viola Di Grado – cit.

Viola Di Grado da fuoco al cielo L’ospedale dei matti era affollato e pieno di calcinacci. L’ospedale dei matti era solo un reparto dell’ospedale di tutti. I muri erano gialli. Un giallo fiacco, scrostato qua e là. Nelle corsie e nelle stanze sfilava una folla di pezzi umani abbandonati. Pezzi, solo pezzi, perché ogni pezzo aveva la sua storia diversa e perché mancavano delle cose nel corpo e nel cervello. Che cosa mancasse non sempre si capiva. Matti e malati, persone che non avevano più voce o desiderio di dire le cose. C’era odore di fenolo e liquidi corporali.L’avevano legata, drogata, ammansita come un cane. Le avevano aperto le mani e avevano trovato l’immaginetta plastificata di Gesù bambino e un pezzo di foglia rotta. Si era addormentata e si era svegliata libera, i polsi doloranti e una donna magra in camice china su di lei, i capelli rossi e le braccia piene di efelidi, che continuava a dirle: “Come va? Ora va in bagno.” Lei rispose: “Vacci tu in bagno, puttana!” La sua testa poteva anche essere proprietà dei medici ormai – ci scaricavano dentro i farmaci che volevano – ma il suo corpo era ancora suo.Solo suo. Era quello che le restava. Era la sua sacca piena e bruciante della vescica: non l’avrebbe svuotata per loro.Dopo due giorni e un’infezione urinaria smise di resistere. Ma al bagno non ci sarebbe andata mai. Per tre giorni si pisciò e cagò addosso, aspettando, sdraiata nel sudore e nel piscio e nelle feci, con un sorriso regale stampato in faccia. Aspettando che capissero il significato – il significato di dire di no a tutto, di essere vivi nel modo in cui si vuole. Fuoco al CieloLa nava di Teseo Altro su Viola Di GradoCuore cavo – (non) recensioneCuore cavo – cit.Settanta acrilico trenta lana

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Sakuraba Kazuki – Red girls – cit.

“Tōko, lo sai che in Giappone, prima dell’epoca Mejii, non c’era un termine che potesse tradurre alla perfezione l’inglese love? Questo significa che mancava il concetto stesso di amore romantico. L’amore di cui parliamo oggi arriva dai paesi occidentali!””Sì, questo lo sapevo.””Lo sapevi? Mmmh… Allora senti questa. C’è una tribù in Micronesia che non ha una parola per indicare la tristezza.””Oooh! Non lo sapevo!””Il termine che più si avvicina al concetto è fago, ma significa essere tristi per compassione, soffrire quando si vede soffrire qualcun altro. Non esiste una parola per identificare il dolore del proprio animo. Perché non serve. Sono persone gentili, non trovi? Prova a rifletterci, Tōko. Hanno una parola per esprimere l’inquietudine che deriva dal vedere la sofferenza altrui, ma non una che indichi la propria. Eppure gli essere umani sono creature ossessionate dalla propria tristezza! Voglio dire, abbiamo la tendenza a pensare che se noi stiamo bene allora va tutto bene”.”Mmmh…””Oh, e ho sentito dire che in Africa esiste una tribù in cui le donne si sposano tra loro. Vivono tra donne e fanno figli coi parenti di sesso maschile delle loro compagne. Roba da non credere, vero? Il buon senso e le norme in vigore nel mondo in cui viviamo non sono le stesse dappertutto… Prova a pensarci, non ti fa sentire meglio?”. Red girlsedizioni e/o