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la mano sinistra del buio
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La mano sinistra del buio – Ursula K. Le Guin – cit.

Ho finito ieri sera di leggere La mano sinistra del buio di Ursula K. Le Guin. So che non riuscirò a scriverne, che non riuscirò a scrivere una della mie (non) recensioni. Perché una lettura che passa dal cuore e percorre la linea delle affinità lascia frammenti intimi, emozioni che smuovono e si muovono senza poter essere fermate e isolate in frasi che possano avere un significato traducibile dall’interno all’esterno. Resta il bianco, ghiaccio e neve. L’assenza di ombre. Resta la nostalgia, un’umanità intravista e riconosciuta. Resta l’incanto della scrittura, la complessità della narrazione. La potenza dell’immaginazione, il volo e l’atterraggio. Restano le voci. Le parole. E un pianto improvviso, viscerale e silenzioso. Restano le frasi sottolineate e appuntate fra cui pare impossibile trovarne una che possa rappresentarle tutte. Nusuth, chiudo gli occhi e scelgo. La felicità ha a che fare con la ragione, e la si ottiene solo grazie alla ragione. Quella che mi era data era una cosa che non si può ottenere, né conservare, e spesso sul momento non si può nemmeno riconoscere: la gioia. La mano sinistra del buioUrsula K. Le Guintraduzione di Chiara Reali

Elogio del margine - bell hooks
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Elogio del margine – bell hooks – cit.

[…] Aspetto che siano loro a svelarmi la natura e l’intensità della loro resistenza e a spiegarmi come siano riusciti a rinunciare al potere di agire come colonizzatori. Aspetto che diventino testimoni, capaci di raccontare. Affermano che il discorso sulla marginalità, sulla differenza, è andato oltre la discussione sul «noi e loro». Ma non dicono come ciò sia accaduto. Questo scritto è una risposta dallo spazio radicale della mia marginalità. Uno spazio di resistenza. Uno spazio che ho scelto. Aspetto che smettano di parlare dell’«Altro» e che la finiscano di ripetere quanto sia importante parlare di differenza. Importante non è soltanto ciò di cui parliamo, ma anche come e perché decidiamo di parlare. Spesso questo discorso sull’«Altro» è anche una maschera, un parlare oppressivo che nasconde vuoti e assenze, quello spazio dove le nostre parole prenderebbero corpo se fossimo noi a parlare, se intorno a noi ci fosse silenzio e soprattutto se noi ci fossimo. Questo «noi-soggetto» è quel «noi-oggetto» nei margini del «noi e loro», quel «noi-soggetto» che abita lo spazio del margine inteso non come luogo di dominio, ma di resistenza. Entrate in quello spazio. Spesso questo discorso sull’«Altro» annulla, cancella: «Non c’è bisogno di sentire la tua voce, quando posso parlare di te meglio di quanto possa fare tu. Non c’è bisogno di sentire la tua voce. Raccontami solo del tuo dolore. Voglio sapere la tua storia. Poi te la ri-racconterò in una nuova versione. Ti ri-racconterò la tua storia come se fosse diventata mia, la mia storia. Sono pur sempre autore, autorità. Io  sono  il colonizzatore, il soggetto parlante, e tu ora sei al centro del mio discorso». Stop. Noi vi celebriamo come liberatori. Questo «noi-soggetto» è quel «noi-oggetto» nei margini del «noi e loro», quel «noi-soggetto» che abita lo spazio del margine inteso non come luogo di dominio, ma di resistenza. Entrate in quello spazio. Il mio è un invito deciso. Vi scrivo, vi parlo, da un luogo ai margini, un luogo dove io sono diversa, dove vedo le cose in modo differente. Sto parlando di ciò che vedo. Parlare dai margini, parlare nella resistenza. Apro un libro. Nella quarta di copertina leggo: mai più nell’ombra. Un libro che suggerisce la possibilità di parlare da liberatori. Solo chi parla e chi rimane in silenzio. Solo chi vive nell’ombra – ombra in un corridoio, spazio in cui le immagini delle donne nere sembrano non aver voce, spazio in cui le nostre parole sono invocate per servire e aiutare, spazio della nostra assenza. Solo fragili echi di protesta. Noi siamo state ri-scritte. Siamo «Altro». Siamo il margine. Chi parla e a chi. Dove collochiamo noi stesse e i nostri compagni. Costretti al silenzio. Temiamo chi parla di noi, chi non parla a noi e con noi. Sappiamo che cosa significa essere costretti al silenzio. Certo, sappiamo che le forze che  ci hanno fatto tacere, poiché non hanno mai voluto farci parlare, sono ben diverse dalle forze che dicono: parla, raccontami la tua storia. Unica condizione: non parlare con la voce della resistenza. Parla soltanto da quello spazio al margine, che è segno di privazione, ferita, desiderio insoddisfatto. Racconta solo del tuo dolore. Elogio del margine-Scrivere al buiobell hooks, Maria NadottiTAMU EDIZIONI

Daša Drndić
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Trieste. Un romanzo documentario – Daša Drndić – cit.

L’Isonzo scorre tranquillo e pulito; respira in modo uniforme e profondo.  Tra la folla ci sono molti bambini, perché è tempo di vacanze estive. I bambini non hanno la più pallida idea della Storia. Esattamente dieci anni dopo, quegli stessi bambini, nello stesso luogo, interrati nelle proprie trincee, strisceranno nel fango fino a scomparire nell’Isonzo, e le immagini di questa solenne giornata di sole si faranno strada tra le rapide impazzite color smeraldo dell”‘acqua benedetta” come tante lucciole, come una ninna nanna, come un’eco, scivolando sotto le loro palpebre e sussur­rando addio in almeno cinque lingue diverse. Loro invece, nel rantolo della morte, chiameranno le proprie madri -Mutti, Mama! Mamma, oh, mamma! Majko! Anyuka, anyuka! Mamusiu! Maminka! Gli uccelli non voleranno. Gli uccelli cadranno. Una pioggia nera di uccelli diventerà il sudario dell’Isonzo.  Francesco Ferdinando, accompagnato dai membri della sua famiglia, scende dal treno, stringe la mano ai costruttori, saluta con ampi gesti la gente raccolta, si sbraccia, sorride, quindi s’avvicina alla balaustra di quel meraviglioso, bianco ponte, scolpito da 4.533 blocchi di pietra calcarea del Carso, e rimane a osservare il fiume che splende. L’architetto Rudolf Jaussner e l’ingegner Leopold Orley non nascondono l’orgoglio e l’emozione. Francesco Ferdinando guarda verso il fiume Soca/Isonzo e non ha idea di quanti giuramenti d’amore e di quante promesse appassionate siano stati pronunciati proprio lì, mentre lui, il fiume, cresceva, straripava furioso, incapace di arrestare la ca­duta del cielo. Jaussner e Orley hanno impiegato due anni per realizzare questo miracolo: il più grande ponte ferroviario a arco mai costruito su un fiume. Per la sua edificazione sono state utilizzate cinquemila tonnellate di pietra; l’arco centrale, costru­ito di tutto punto in soli diciotto giorni, ha una campata di ottantacinque metri, ampiezza mai vista prima di allora.  Viene inaugurata così la celebre Transalpina, la linea ferroviaria che collegherà direttamente la costa, ovvero Trieste, con l’Austria.

vivere la musica
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Vivere la musica – Motta – cit.

Mio padre e mia madre, infatti, stanni vicino allo stereo in silenzio. Nessuno dei due dice una parola, nessuno dei due sembra volersi schiodare dall’immobilità di quell’istante.Assaporano l’atmosfera come immersi in un grande sogno.Una nota dopo l’altra, il soggiorno si tramuta in un pentagramma mentale, tutto sembra lì per una ragione ben precisa, come se ogni cosa non aspettasse altro… Ma cosa? Cosa stiamo aspettando?Il tempo sembra essersi fermato, inghiottito dai suoni che riempiono l’aria, e così anche io mi avvicino, coi capelli arruffati e la mano del sonno ancora premuta sugli occhi, prendo posto in quel silenzio, mi accovaccio accanto alla loro solitudine, mi abbandono all’ascolto di qualcosa che mi sembra importante, magico.Qualcosa che lì per lì, in fondo, non so nemmeno cosa sia. La solitudine, dunque. Queste pagine non possono che iniziare da qui. Vivere la musicaMottailSaggiatorep. 190

Ogni volta che ti picchio
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Ogni volta che ti picchio – Meena Kandasamy – cit.

La penitenza, mi rendo conto, non si conclude con l’atto di inchiodarmi a una croce. Chi vuole portare su di sé i peccati del mondo deve sopportare molto, molto altro. […] Per quelli che mi conoscono di persona, sono la donna che ha la responsabilità di asciugare le lacrime delle persone che amo, di alleviare il dolore provocato dagli sfortunati eventi del mio matrimonio, dando loro la sensazione che in fondo la situazione non fosse cosi terribile come l’ho descritta. […]Cosa dico a gente come lui, che vuole un ritratto obiettivo, che vuole sapere se il torturatore era una persona reale, con un lato radioso, in modo da ricordarsi della propria umanità?Mi rendo conto che è la maledizione delle vittime, sentirsi obbligate a dare una sfumatura di bontà al proprio aguzzino.Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno. La benevolenza del padrone, la gentilezza del kapò, il senso dell’umorismo del criminale, la puntualità del marito che picchia la moglie.

Elsa Dorlin Difendersi
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Elsa Dorlin – Difendersi. Una filosofia della violenza – cit.

[…] In questo cielo, molto buio, la costellazione risplende a causa di echi, d’indirizzi, di testamenti, di rapporti di citazioni che legano in modo tenue e soggettivo questi differenti punti luminosi. I testi principali che costituiscono il fondamento della filosofia del Black Panther Party fors Self Defense rendono omaggio agli/alle insorti-e del ghetto di Varsavia; le pattuglie di autodifesa queer sono in un rapporto di citazione con i movimenti di autodifesa neri; il ju-jitsu praticato dalle suffragiste anarchiche internazionaliste inglesi diviene loro accessibile, in parte, a causa di una politica imperiale di captazione dei saperi e delle competenze dei/delle colonizzati-e, del loro disarmo. La mia storia e la mia esperienza corporea hanno costituito un prisma attraverso il quale ho sentito, visto, letto questo archivio. La mia cultura teorica e politica mi hanno lasciato in eredità l’idea fondatrice secondo cui i rapporti di potere non possono essere sempre completamente ridotti in loco a un corpo a corpo già collettivo, ma riguardano le esperienze della dominazione nell’intimità di una camera da letto, alla svolta di un’uscita della metropolitana, dietro la tranquillità apparente di una riunione di famiglia… In altri termini, per alcuni-e, la questione della difesa non cessa con la fine di una mobilitazione politica rischiosissima, ma appartiene a un’esperienza vissuta continuamente, a una fenomenologia della violenza. Questo approccio femminista coglie, nella trama di simili rapporti di potere, ciò che è tradizionalmente pensato come un al-di-dentro o un al-di-fuori del politico. Così, nell’operare quest’ultimo slittamento, non intendo lavorare a livello dei soggetti politici costituiti, quanto piuttosto a quello “della politicizzazione della soggettività: nel quotidiano, nell’intimità dei sentimenti di rabbia racchiusi in noi, nella solitudine delle esperienze fatte della violenza, rispetto alle quali pratichiamo continuamente un’autodifesa non riconosciuta come tale. Cosa fa la violenza, giorno dopo giorno, alle nostre vite, ai nostri corpi e ai nostri muscoli? E a questi ultimi, a loro volta, cosa è consentito fare all’interno della violenza e attraverso di essa? […] Elsa DorlinDifendersi. Una filosofia della violenzaFandango Libri, collana Documenti

Claudia Durastanti
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Claudia Durastanti – Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra – cit.

Una volta ho avuto una visione lucida e perfetta in cui il carrello da supermercato e il mio destino erano inevitabilmente connessi, il che significa che un giorno io potrò abbandonare me stessa e andare in giro con il carrello a distribuire i miei averi e tagliare i ponti con quello che c’è adesso. Non è complicato. Una notte, invece di rientrare normalmente a casa, prenderò il carrello pieno delle mie cose e inizierò a girare per il quartiere distribuendole ai passanti, chiedendo in cambio lattine vuote, fin quando le cose non finiranno e allora sarò abbastanza sporca e piena di bottiglie da poter essere ritenuta ufficialmente pazza. Vado spesso alla stazione dei pullman di Newark per allenarmi, per abbandonare il ruolo di quelli che giudicano, ma dopo le prime scopate, azioni lisergiche e manifestazioni di protesta ho capito che sono tutti come me. I matti si insultano fra loro e questo è quanto. La solidarietà che cercavo, l’idea di un mio simile che in fosse vicino per davvero, come Edward, si è sgonfiata. Claudia DurastantiUn giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestraLa nave di Teseo

la linea deli colore igiaba scego
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La linea del colore – Igiaba Scego – cit.

“Baby Sue mi ha dato una ciocca dei suoi capelli. Mi ha detto: ‘Lanciala nell’acqua. Lì in quell’oceano tetro come la notte sono state gettate mia sorella e mia madre. Non so come sono sopravvissuta e vederle soffrire sotto il peso di quegli uomini orribili. Non è umano vedere la propria madre o la propria sorella umiliati in quel modo. Non le ho viste morire. I loro corpi sono stati riempiti dall’abito di troppi uomini, e dopo che si sono divertiti abbastanza le hanno gettate agli squali. Sono morte sotto il peso di quelle bestie, ma io so che sono lì. In quel mare hanno creato un’altra vita. Ogni tanto le vedo in sogno. Preparano la manioca e ballano, come facevano al villaggio. Nell’oceano ci sono tante donne, tanti uomini. Il loro corpo si è trasformato, non hanno più mani ma squame. Solo nel ballo rivedo in loro persone di un tempo. Sono diventati pesci con i capelli ricci e ribelli. Ma non sanno che fine hanno fatto i loro cari. Non sanno che l’America è stata peggio di quella nave. A volte vedo nel sogno un’ombra di preoccupazione sui loro volti, e so che pensano a noi. Se puoi, Lafanu, getta a mia madre e mia sorella questa ciocca dei miei capelli. Sussurra alle loro orecchie che la Dea si è presa cura di noi, di me, anche di te, di tutte.”Baby Sue non fu l’unica a chiedere a Lafanu di lanciare ciocche di capelli nell’Oceano Atlantico. Molte persone, anche delle contee vicine, avevano saputo del sui viaggio e l’avevano pregata di far sapere agli antenati “che stiamo bene. Che lottiamo”. La linea del coloreIgiaba ScegoBompianipp. 384

isidoro sifflotin Enrico Ianniello
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La vita prodigiosa di Isidoro Sifflotin – Enrico Ianniello – cit.

La dolcezza di Isidoro Sifflotin nelle parole di Enrico Ianniello. […] Quanta compagnia mi fecero le pagine dei libri, e quante cose mi imparai là dentro. Perché, nelle pagine dei libri belli, ci sta scritta la vita che non si riesce a dire; nelle pagine dei libri belli la parola è un segno nero che si muove, si disegna, fa delle cure, delle linee dritte, dei cerchi, e tutti quei segni astratti significano di più di quello che veramente è la vita che tieni attorno, quando alzi gli occhi dal libro. Anzi, è di più e di meno allo stesso tempo, cambia anche lo spazio che tieni attorno e questo assomigliava ai miei fischi, che erano un segno di suono astratto, a volte bianco, a volte azzurro, a volte giallo, che volava nell’aria, e pure lui era allo stesso tempo di più e di meno della vita vera. […]

Femonazionalismo, il razzismo nel nome delle donne copertina
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Femonazionalismo, Il razzismo nel nome delle donne – Sara R. Farris – cit.

Il femonazionalismo, ancora sul corpo delle donne in nome delle donne. […] Marianne in Francia; una donna con una corona di mura cittadine in Italia; una vergine (Stedemaagd) a rappresentate la città di Amsterdam nei Paesi Bassi: in tutti e tre i paesi le donne incarnano o simboleggiano la nazione. Ma quali donne e a quale scopo? Secondo Massimo Leone il declino dell’aristocrazia e l’ascesa della borghesia sono coincisi con la rappresentazione della nazione moderna attraverso il corpo di una donna “del popolo”, al posto delle figure tradizionali di dee o regine. Con la perdita dell’aura sacra che un tempo circondava la monarchia i cittadini dello stato moderno non potevano più identificarsi con l’autorità regale ma avevano bisogno di simboli più terreni e popolari. Questa tuttavia non è l’unica ragione: rappresentare la nazione con le sembianze di una donna ha permesso di naturalizzare il progetto politico nazionalista. A differenza dello stato moderno, concepito come «prodotto artificiale di un patto tra individui razionali a tutela dei loro diritti, la nazione è intesa e vissuta come prodotto storico, se non addirittura naturale». Anche se la nazione è un prodotto storico e sociale – o una comunità immaginaria, nella potente definizione di Benedict Anderson – naturalizzarlo ne permette e rinforza la legittimità poiché la sua presunta naturalezza implica la sua necessità, immutabilità e il diritto alla lealtà. […] Femonazionalismo, il razzismo nel nome delle donneSara R. Farrised. Alegre Altri post su donne e femminismo Contro i figli – Lina MeruaneKing Kong Theory – Virginie Despentes

L’evento, Annie ernaux
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L’evento – Annie Ernaux – cit.

[…] Con questo racconto è tutto un tempo che si è messo in moto e mi trascina mio malgrado. Ora so di essere determinata ad andare fino in fondo, qualsiasi cosa accada, nello stesso modo in cui lo ero, a ventitré anni, quando ho strappato il certificato di gravidanza. Voglio tornare a immergermi in quel periodo della mia vita, sapere ciò che è stato trovato lì dentro. Questa esplorazione si inscriverà nella trama di un racconto, l’unica forma in grado di rendere un evento che è stato solo tempo all’interno e al di fuori di me. L’agenda e il diario di quei mesi mi forniranno i punti di riferimento e le prove necessarie alla ricostruzione dei fatti. Mi sforzerò soprattutto di calarmi in ogni immagine, fino ad avere la sensazione fisica di «raggiungerla», fino a che ne emerga qualche parola tale da farmi dire: «ecco». E di risentire ognuna di quelle frasi, indelebili in me, il cui senso allora doveva essere talmente insostenibile, o al contrario talmente consolatorio, che a ripensarci oggi mi sento sopraffatta dal disgusto o dalla dolcezza. Che la clandestinità in cui ho vissuto quest’esperienza dell’aborto appartenga al passato non mi sembra un motivo valido per lasciarla sepolta. Tanto più che il paradosso di una legge giusta è quasi sempre quello di obbligare a tacere le vittime di un tempo, con la scusa che «le cose sono cambiate». Ciò che è accaduto resta coperto dal­lo stesso silenzio di prima. È proprio perché nessun divieto pesa più sull’aborto che, mettendo da parte la percezione collettiva e le formule necessariamente semplificate imposte dalle battaglie degli anni Settanta – «violenza sulle donne» eccetera –, io posso affrontare, in tutta la sua realtà, questo evento indimenticabile. […] L’eventoAnnie ErnauxLorenzo Flabbi (traduzione)L’orma editorepp. 128 Altro su Annie ErnauxAnnie Ernaux – Gli anni – cit.

la scrittura non si insegna Vanni Santoni
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La scrittura non si insegna – Vanni Santoni – cit.

Una citazione dall’ultimo libro di Vanni Santoni “La scrittura non si insegna”. “Avrai notato che in entrambe le liste che ho proposto figura, oltre a Marcel Proust, Roberto Bolaño. Potresti pensare che si debba al fatto che mi piace molto, oppure al fatto che sia 2666 sia I detective selvaggi sono capolavori e «grandi romanzi massimalisti» (e quindi adatti ad aprirti i polmoni e a far accadere tutte le cose desiderabili che abbiamo descritto sopra), ed è vero pure quello, ma il motivo per cui ho messo due volte Bolaño, e per cui lo cito spesso nei miei corsi, è un altro. Bolaño rassicura, e rassicura perché è uno che ai capolavori ci è arrivato tardi, senza dare particolari segni di genio in gioventù e senza neanche avere dalla propria chissà che vantaggi pratici: esule, ha esordito a quarantuno anni, dopo una carriera da poeta, se non mediocre, soltanto buono, con un romanzo ben lontano dall’essere un capolavoro – La pista degli elefanti, riedito nel ’99 come Monsieur Pain – pubblicato dalla stamperia del Comune di Toledo, con una biografia in quarta da autore nato già dimenticato, ha continuato con altri libri decorosi, poi ne ha fatti altri davvero molto buoni e poi ha infilato due capolavori uno dietro l’altro. Subito dopo è anche morto, è vero, ma aveva già fatto più di quanto fanno quasi tutti gli scrittori. Ecco, Bolaño aveva una caratteristica che chiunque può acquisire, basta che trovi la volontà per farlo: leggeva, leggeva, leggeva. E leggendo, leggendo, leggendo, è diventato più bravo di tutti quelli che aveva intorno – di quella che lui stesso chiamava l’orda. Pensare a questo è rassicurante, e anche utile, alla faccia dei Rimbaud che bravi ci sono nati.” La scrittura non si insegnaVanni Santoniminimum fax (filigrana) altre recensioni su Vanni Santoni:Muro di casseSe fossi fuoco, arderei Firenze

copertina Fuoco al cielo di Viola di Grado
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Fuoco al cielo – Viola Di Grado – cit.

Viola Di Grado da fuoco al cielo L’ospedale dei matti era affollato e pieno di calcinacci. L’ospedale dei matti era solo un reparto dell’ospedale di tutti. I muri erano gialli. Un giallo fiacco, scrostato qua e là. Nelle corsie e nelle stanze sfilava una folla di pezzi umani abbandonati. Pezzi, solo pezzi, perché ogni pezzo aveva la sua storia diversa e perché mancavano delle cose nel corpo e nel cervello. Che cosa mancasse non sempre si capiva. Matti e malati, persone che non avevano più voce o desiderio di dire le cose. C’era odore di fenolo e liquidi corporali.L’avevano legata, drogata, ammansita come un cane. Le avevano aperto le mani e avevano trovato l’immaginetta plastificata di Gesù bambino e un pezzo di foglia rotta. Si era addormentata e si era svegliata libera, i polsi doloranti e una donna magra in camice china su di lei, i capelli rossi e le braccia piene di efelidi, che continuava a dirle: “Come va? Ora va in bagno.” Lei rispose: “Vacci tu in bagno, puttana!” La sua testa poteva anche essere proprietà dei medici ormai – ci scaricavano dentro i farmaci che volevano – ma il suo corpo era ancora suo.Solo suo. Era quello che le restava. Era la sua sacca piena e bruciante della vescica: non l’avrebbe svuotata per loro.Dopo due giorni e un’infezione urinaria smise di resistere. Ma al bagno non ci sarebbe andata mai. Per tre giorni si pisciò e cagò addosso, aspettando, sdraiata nel sudore e nel piscio e nelle feci, con un sorriso regale stampato in faccia. Aspettando che capissero il significato – il significato di dire di no a tutto, di essere vivi nel modo in cui si vuole. Fuoco al CieloLa nava di Teseo Altro su Viola Di GradoCuore cavo – (non) recensioneCuore cavo – cit.Settanta acrilico trenta lana

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Sakuraba Kazuki – Red girls – cit.

“Tōko, lo sai che in Giappone, prima dell’epoca Mejii, non c’era un termine che potesse tradurre alla perfezione l’inglese love? Questo significa che mancava il concetto stesso di amore romantico. L’amore di cui parliamo oggi arriva dai paesi occidentali!””Sì, questo lo sapevo.””Lo sapevi? Mmmh… Allora senti questa. C’è una tribù in Micronesia che non ha una parola per indicare la tristezza.””Oooh! Non lo sapevo!””Il termine che più si avvicina al concetto è fago, ma significa essere tristi per compassione, soffrire quando si vede soffrire qualcun altro. Non esiste una parola per identificare il dolore del proprio animo. Perché non serve. Sono persone gentili, non trovi? Prova a rifletterci, Tōko. Hanno una parola per esprimere l’inquietudine che deriva dal vedere la sofferenza altrui, ma non una che indichi la propria. Eppure gli essere umani sono creature ossessionate dalla propria tristezza! Voglio dire, abbiamo la tendenza a pensare che se noi stiamo bene allora va tutto bene”.”Mmmh…””Oh, e ho sentito dire che in Africa esiste una tribù in cui le donne si sposano tra loro. Vivono tra donne e fanno figli coi parenti di sesso maschile delle loro compagne. Roba da non credere, vero? Il buon senso e le norme in vigore nel mondo in cui viviamo non sono le stesse dappertutto… Prova a pensarci, non ti fa sentire meglio?”. Red girlsedizioni e/o

piccola filosofia del mare di Cécile Guerard copertina citazione
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Piccola filosofia del mare da Talete a Nietzsche – Cécile Guérard – cit.

[…] Le nostre azioni sono frenate dalle nostre idee prefabbricate, paralizzate da pensieri pronti all’uso, limitate da concetti da ritagliare seguendo le linee tratteggiate. Scambiamo le nostre idee per leggi, ci attacchiamo ad esse come a boe di salvataggio. Stiamo attenti, perché i nostri rifugi potrebbero diventare le nostre tombe. […] L’oceano spezza le certezze che idolatriamo, i preconcetti ricevuti in eredità. Esfoliante del corpo, agisce anche sul pensiero: l’oceano sconvolge l’ordine costituito, confonde le nostre frontiere mentali, polverizza i nostri pregiudizi, libera l’immaginazione: lo spirito ritrova il movimento, l’afflato, il sale. […]

socrate in giardino andre bella edizione ponte alle grazie
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Socrate in giardino – Andrée Bella – cit.

Utopie urbane: il sogno di un calicanto metropolitano […] Ecco che è riapparsa Alice. Di nuovo, con l’immaginazione, la seguiamo, stavolta non nel mondo delle meraviglie bensì nella Casa dietro lo Specchio, un mondo immaginario in cui tutto è all’incontrario. È lei che ha voluto recarvisi. È una differenza abbastanza importante. Riflettere potrebbe voler dire anche cercare di guardare alle cose come sono per immaginarsi come altro potrebbe essere, come potrebbe diventare, passando oltre lo specchio, in una realtà con altre leggi. La fantasia può diventare strategia, una strategia poetica per modificare il concreto. Del resto l’immaginario tende a diventare reale. Dunque costruire un immaginario diverso potrebbe servire davvero per costruire diverse città e diversi cittadini. Si tratterebbe di immaginare qualcosa che permetta poi di architettare, concretamente, un sogno. Combattendo, astuti e invisibili come Alice dietro lo specchio, la visione monoculare di un utilitarismo gretto. […] 

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Di goliarda e di ispirazioni

I taccuini di Goliarda furono la sua ultima spiaggia. E la sua ultima gioia, gioia di scrittrice, s’intende, quella che connota ogni artista letterario: poter scrivere. Se non può farlo si considera spiritualmente morto con le gravi conseguenze che si sanno. Non è un fato d’ispirazione, il vero narratore ignora questa parola, e un po’ lo fa sorridere. Scrivere romanzi di alcune centinaia di pagine ha poco a che vedere con la semplice ispirazione. Significa lavorare il più possibile giorno per giorno con una costanza che solo la capacità di far ordine intorno a sé può permettere, ordine nel caos di un mondo, il nostro, dominato dalla prassi di un tempo assai lontano dal lento lavoro artigianale che richiede un lungo romanzo. Che è come l’opera di un pittore di grandi affreschi, il quale se ogni volta dovesse attendere la cosiddetta ispirazione potrebbe considerarsi spacciato. Angelo Pellegrino, prefazione a “La mia parte di gioia, Taccuini 1989 – 1992” Sto leggendo tutto di Goliarda Sapienza, e tutto su Goliarda Sapienza. La sto assimilando piano piano, testo dopo testo. Ho un quaderno pieni di appunti, cerco di rintracciarla tra le pagine.

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di Neruda e di parole [cit.]

La parola. … Tutto quello che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono … Mi inchino dinanzi a loro … Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo, le frantumo … Amo tanto le parole … Quelle inaspettate …. Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finché ad un tratto cadono … Vocaboli amati … Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d’argento, sono spuma, filo, metallo, rugiada … Inseguo alcune parole … Sono tanto belle che le voglio mettere tutte nella mia poesia … Le afferro al volo, quando se ne vanno ronzando, le catturo, le pulisco, le sguscio, mi preparo davanti il piatto, le sento cristalline, vibranti, eburnee, vegetali, oleose, come frutti, come alghe, come agate, come olive … E allora le rivolto, le agito, me le bevo, me le divoro, le mastico, le vesto a festa, le libero … Le lascio come stalattiti nella mia poesia, come pezzetti di legno brunito, come carbone, come relitti di un naufragio, regali dell’onda … Tutto sta nella parola … Tutta un’idea cambia perché una parola è stata cambiata di posto, o perché un’altra si è seduta come una reginetta dentro una frase che non l’aspettava e che le obbedì … Hanno ombra, trasparenza, peso, piume, capelli, hanno tutto ciò che s’andò loro aggiungendo da tanto rotolare per il fiume, da tanto trasmigrare di patria, da tanto essere radici … Sono antichissime e recentissime … Vivono nel feretro nascosto e nel fiore appena sbocciato … Che buona lingua la mia, che buona lingua abbiamo ereditato dai biechi conquistatori … Avanzano con passo sicuro per le aspre cordilleras, per le Americhe increspate, cercando patate, salsicce, fagioli, tabacco nero, oro, mais, uova fritte, con quell’appetito vorace che non s’è più visto al mondo … Trangugiavano tutto, con religioni, piramidi, tribù, idolatrie eguali a quelle che portavano nei loro sacchi … Dovunque passassero non restava pietra su pietra … Ma ai barbari dagli stivali, dalle barbe, dagli elmi, dai ferri dei cavalli, come pietruzze, cadevano le parole luminose che rimasero qui splendenti … la lingua. Fummo sconfitti … E fummo vincitori … Si portarono via l’oro e ci lasciarono l’oro … Si portarono via tutto e ci lasciarono tutto … Ci lasciarono le parole. Pablo Neruda[Confesso che ho vissuto]