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Categoria: scrittura

Neve

– Sembra non voler finire mai. – Cosa? – Questo maledetto freddo. – Dici tutti gli anni la stessa cosa. – Non è vero. – Sì che è vero. Chiudo gli occhi, mi sforzo per non ridere. Li riapro. Fuori nevica, fuori dalla finestra che fissiamo entrambe inebetite e incredule. – Voglio dire, sarà mica normale la neve a fine marzo. – Strano, ma non impossibile. Chiudo gli occhi. Ha ragione lei. Questo inverno non vuole finire. – Hai freddo? – No. – Vuoi uscire a rotolarti nella neve? – Non saprei. – Vuoi un po’ di tè? – Meglio. Apro gli occhi mentre armeggia con il pentolino dell’acqua, la scatola del tè, le tazze. Il cielo bianco, l’aria bianca, la strada bianca. Il tempo si incrina, quando nevica. E le distanze temporali si annullano. – Potremmo provarci. – A fare che? – Ad essere felici. – E come? – Stando insieme. – Io e te? – Io e te. Anche quel giorno nevicava. Non come adesso però. Meno. E i fiocchi, i fiocchi erano più piccoli. E non era diventato tutto bianco così in fretta. Però faceva freddo, freddissimo, siamo entrate di corsa in quel pub. Chissà se esiste ancora. – A cosa pensi? – Al giorno in cui abbiamo deciso di stare insieme. – Che romanticona. – Non ti illudere. Ci pensavo solo perché anche all’ora nevicava. – Ah sì? – Sì, cinica che non sei altro. Lascio andare la finestra, volto le spalle alla neve e la guardo proprio mentre un ciuffo di capelli le scivola via da dietro l’orecchio. Bianco argento. – Quando ti deciderai ad andare dal parrucchiere? – Ancora con questa storia? – Ancora con questa storia. – Mia adorata, ho fatto a meno del parrucchiere per 80 anni. Te lo chiedo di nuovo, dammi un buon motivo per andarci adesso. – Sembri una vecchia cornacchia spennacchiata. – Vecchia, spennacchiata, ma ancora piena di fascino. Mi siedo, lascio che mi serva il tè. Lo vedo che fa fatica a stringere le dita intorno al manico della teiera, ma dirle qualcosa significherebbe solo metterla di malumore. Sarebbe capace di compiere uno sforzo insensato per stringerla meglio e scaraventarla contro il muro, la teiera, solo per dimostrarmi il contrario. Solo per provare a se stessa che può ancora prepararmi il tè, prendersi cura di me. – Comunque nevicava anche quando ci siamo trasferite qui. Anche le ciniche hanno una memoria sdolcinata. – Cosa? – Oddio, adesso sei anche sorda. – No, è che ho smesso di ascoltarti. Da anni ormai. – Segui le mie labbra. Nevicava. Quando. Siamo. Venute. A vivere. Qui. In questa casa. Lo sai dove siamo adesso? – Ma finiscila. Però ha ragione. Anche quando siamo venute a stare qui nevicava. Però faceva più caldo. O forse, magari, semplicemente, ero più giovane e meno freddolosa. Tutti quegli scatoloni. Ero convinta che non ce l’avremmo mai fatta. – Qua allora ci mettiamo il tuo studio, eh? Che ne dici? – C’è una luce bellissima, sì. – E qui, attenzione, la camera da letto! – Ti chiamerò chiodo fisso. – E lamentati anche. Senti, ho un regalo per te. – Un regalo?   Avvolgo la tazza con le mie piccole mani grinzose. L’anello che mi ha regalato quella sera sbatte contro la ceramica. Ho sempre adorato il suono degli anelli contro tazze e bicchieri. Mi viene sempre in mente quella favola che leggevo da bambina, dove una delle protagoniste scandiva il ritmo della musica con gli anelli sui bicchieri di cristallo. Com’è che si chiamava? Non mi ricordo. Dannata memoria. – Dove sei finita? – Nei ricordi. Chissà, forse è colpa della neve. – Sì, la neve. Tesoro, fattene una ragione, sei vecchia, e i vecchi rimbecilliscono. – Tu ne sai certamente qualcosa. Due vecchiette grinzose, ecco cosa siamo. Mi vede ancora bella? Io la trovo meravigliosa, come un libro antico, ingiallito, le pagine tessute di inchiostro sbiadito, che non mi stanco di leggere, e leggere, e leggere ancora. Quando mi sfiora, anche solo distrattamente, il cuore mi tremola esattamente come sessant’anni fa. I suoi baci, e le sue parole. Le sue mani doloranti, la sua forza. Il suo sorriso. La sua pelle. – Ma sai che è strano davvero. – Cosa? – Questa faccenda della neve. – Che faccenda? – Nevicava anche quando abbiamo portato a casa Annabelle dall’ospedale. Ti ricordi? Mi volto verso la finestra. Fiocchi grossi, compatti, sfilano al di là del vetro. Mi ricordo. – È bellissima. – Sì. – Anche tu sei bellissima. – Lei di più. – Sei stanca? – No. – Hai paura? – E tu?   Non ce lo siamo mai dette. Eravamo annientate dalla paura. E fiocchi grandi, proprio come questi, si abbattevano sulla macchina che procedeva lenta, incerta, esattamente come noi, che portavamo a casa Annabelle. Si alza mentre io guardo ancora la neve, e penso a tutta quanta la nostra vita. Le battaglie che abbiamo combattuto, e che abbiamo vinto. Riconosco l’impatto incerto della sua gamba sul pavimento, l’anca che cede, le succede quando sta seduta troppo a lungo. Entra nel mio campo visivo da destra, si avvicina alla finestra, le spalle leggermente curve in avanti, e quei pantaloni di flanella che prima o poi dovrò buttare via. Di nascosto. – È meglio se vado a fare un po’ di spesa, che qui non sembra aver nessuna intenzione di smettere. E resto sospesa, come un fiocco di neve. Mi volto, rintraccio la mia immagine nel riflesso del tè, e mi riconosco al di là delle rughe. Faccio schioccare l’anello sulla ceramica. – Non voglio che smetta. Mai.

Diegozzilab – compiti – Luce

Come si evince dall’immaginetta lì, in basso a destra, sto partecipando ad un corso di scrittura/sceneggiatura sul sito di Diego Cajelli. E come ogni corso che si rispetti pure a questo bisogna fare i compiti! Test finale della Fase 1. Un racconto autoconclusivo, del genere che pare a te. Lunghezza massima: 2000 battute spazi compresi. Il protagonista è il tuo Avatar. Quello della foto della tua tessera. Quello che ti ho detto di scoprire e imparare a conoscere. E’ il protagonista della storia che devi scrivere. Se è un attore o un’ attrice, puoi anche usare uno dei personaggi che ha interpretato nella sua carriera. Ecco. Il mio avatar è quella gran bella donna di Winona Ryder. Ecco. Questo è quello che sono riuscita a fare.   “LUCE” Sento il rumore delle chiavi nella toppa della porta d’ingresso. Saranno almeno le sette, non mi alzo da ore. E’ buio. Metto il video in pausa e mio marito giovane, carino e disoccupato mi osserva immobile dallo schermo. Mio marito un po’ meno carino, non più giovane, non più disoccupato, invece, lo so senza bisogno di vederlo, si sta togliendo la giacca, per poi appenderla all’attaccapanni, sfilandosi le scarpe per indossare le pantofole. Ciao amore sono a casa. – Ciao amore, sono a casa. – Ciao. Non mi alzo, non faccio niente. Quando entra in salotto, la luce acida dello schermo, nel buio, fa risaltare il doppio mento, la stanchezza e la curva del ventre sotto il cardigan che gli ho regalato. – Tesoro, che ci fai al buio? – Niente. – Ma quello sono io! Provo improvvisamente una grande, vertiginosa vergogna. Troy sorride al sé stesso più giovane di trent’anni. – Sì. Pulendo il ripostiglio mi sono ritrovata tra le mani le vecchie cassette del documentario che ho girato ai tempi dell’università. Io e Troy. E Vickie e Sammy. Dovevo semplicemente gettarle. Invece le ho inserite una alla volta, una dopo l’altra, nella vecchia apparecchiatura impolverata. Fuori è diventato buio, dentro un po’ freddo, e non ho pensato nemmeno ad accendere una luce. – Hai passato tutta la giornata così? – Sì. Si abbandona lento sul divano. – Accendi almeno una luce, Lelaina. Dovrei sedermi a parlare con lui, come ogni sera. Dei suoi alunni, del concerto di fine anno, del mio ultimo montaggio. Dovrei, semplicemente. Perché sono stata io a volere tutto questo. Io. Ma ho una domanda ferma in gola. – Troy? – Dimmi. – Sei felice? Non mi risponde subito. Si alza, si avvicina, mi si inginocchia davanti e dice: – Sì, Lelaina, sono molto, molto, felice. E mi sorride. Lo stesso, identico, meraviglioso sorriso del marito nello schermo. Riprendo a respirare, lo bacio. Accendo la luce.   Fermo, immobile per un attimo di fronte allo schermo muto e ormai cieco. Lelaina dalla cucina non può vederlo, e non sa, che il sorriso gli scivola via dalle labbra.  

Mariarosa

Sempre per la serie teniamoci in allenamento. Un po’ perché è già da tempo che ragiono sullo scollamento e da qualche parte dovevo pur cominciare. Un po’ è colpa della mia passione per l’estremismo surreale della Nothomb. E poi perché forse Mariarosa è un personaggio interessante. Buona lettura! – Come si sente oggi? – Perché mi fa sempre questa domanda? – È il mio lavoro. – E il mio è risponderle? – Se vedere le cose in questo modo la aiuta, diciamo che sì, questo è il suo, di lavoro. – Non mi aiuta. – E cosa la aiuterebbe? – Credo che sia questo il suo lavoro. – Cosa intende dire? – Trovare il modo di aiutarmi. – Vuole essere aiutata? – Non ho detto questo. – E cosa ha detto? – Credo che sia questo il suo lavoro. Trovare il modo di aiutarmi. – E lei vuole, essere aiutata? – Anche questo me lo domanda sempre. Mi domando se c’è una risposta giusta. – Giusta per chi? – È lei che l’ha chiesto. C’è qualcosa che vuole sentirsi dire? – Pensa questo? – Io non penso niente. Le mie sono ipotesi. Per questo faccio delle domande. – E invece io perché le faccio delle domande? – Perché vuole aiutarmi? – Certo che voglio aiutarla, Mariarosa. – Perché è il suo lavoro. Lo so, dottore. – Allora, Mariarosa, me lo vuole dire come sta oggi? – Sto come ieri, dottore. Sto come domani. – Mariarosa, lei sa bene perché è qui, vero? – Sono qui perché sono triste, dottore. – Lei è qui perché è depressa, non triste. Quello che lei ha, Mariarosa, si chiama depressione. – Come vuole lei, dottore. Lei può chiamarla depressione, io la chiamo tristezza. – Va bene. E se le chiedo perché è triste, mi sa dare una risposta? – Sono sempre stata triste. È la mia natura, non sono diventata triste per qualcosa che mi è successo. – Non esiste la tristezza per natura, Mariarosa. – Io esisto, dottore. E le ripeto che sono sempre stata triste. Io sono così. – I suoi familiari, quando l’hanno portata qua non ci hanno detto che è sempre stata triste. Ci hanno chiesto di aiutarla perché lo era diventata. – La mia famiglia confonde l’inizio con il momento in cui ha realizzato. Vede, non ho tutti i torti comunque, ad essere triste, se nemmeno loro si sono accorti che lo sono sempre stata. – È arrabbiata con la sua famiglia, Mariarosa? – No, dottore. Non sono arrabbiata con la mia famiglia, perché dovrei? – Ha detto che non si sono mai accorti che fosse sempre stata triste. Questa cosa la fa arrabbiare? – No. La tristezza si mangia tutto, anche la rabbia. E in fondo, penso sia una cosa positiva. – Essere triste? – No, essere triste è naturale. È positivo che quando si è tristi non si riesce ad essere contemporaneamente anche arrabbiati. – Interessante, Mariarosa. Però lei deve capire che la tristezza non è una cosa positiva. – Non lo è, dottore? – No. E deve anche capire che questa sua condizione non è irreversibile. Mariarosa, lei può e deve guarire. – Dottore, non si guarisce dalla propria natura. Forse è lei che dovrebbe capire. – Capire che cosa? Si spieghi meglio. – Che questa sono io, che questa tristezza sono io. – E se lo capissi cosa cambierebbe per lei? – Cambierebbe molto. Perché se capisce che non c’è niente da curare smette anche di volermi aiutare. – Così non le farei più domande a cui non vuole rispondere, Mariarosa? – No, dottore. Così potrei smettere di essere triste almeno per qualcosa. – Per che cosa? – Per questa cosa che lei si preoccupa per me. Che tutti vi preoccupate per me. Questo fa si che altra tristezza si appoggi sulla mia tristezza naturale. E si sa, su un terreno fertile un seme cresce florido. – Quindi, da quello che capisco, lei vorrebbe essere solo lasciata in pace. È giusto? – Queste sono parole ruvide. Preferisco pensare che mi piacerebbe essere lasciata libera di essere quello che sono. – E chi è, lei? – Una persona triste. Io sono triste. – E non le piacerebbe cambiare? – Ci ho pensato. Me lo sono chiesto molto tempo fa. – E cosa si è risposta? – Gliel’ho già detto. Non si muta la propria natura. Quando ci si conosce come mi conosco io si arriva a capire che non c’entra il desiderio. – E che cosa allora? – Accettare la propria natura. Il gioco della vita sta tutto qua. Accettare la propria natura. – E lei ha accettato la sua, Mariarosa? Ne è sicura? – Sicurissima, dottore. – E questo come la fa sentire? – Serena. – Mariarosa, si rende conto che non si può essere sereni nella depressione? – Io non sono depressa dottore, mi creda. – Come preferisce. Ma la domanda non cambia. Lei sa che non si può essere sereni nella tristezza? – E perché no? – Perché la serenità è un sentimento che si sviluppa in un contesto di soddisfazione per la propria vita, per le sicurezze che siamo riusciti a costruire dentro di noi. – Sono perfettamente d’accordo con lei. Non poteva trovare parole migliori per descrivere come mi sento. – Quindi, Mariarosa, lei mi sta dicendo che oggi si sente soddisfatta? – No, dottore. Non sto dicendo questo. – E cosa mi sta dicendo? – Le sto dicendo che sono serena, che sono sicura di me nell’accettazione della mia natura triste. – Non credo di capire. – Non mi stupisce. – Si spieghi meglio, la prego, Mariarosa. – Io sono in pace con me stessa. Io non fingo qualcosa che non c’è, io non cerco qualcosa che non desidero. Io non sono scollata. – Scollata. – Scollata da me stessa. Io non cerco di nascondere la mia natura, io seguo la mia natura. Non camuffo me stessa per trovare un posto in mezzo alle persone, non accontento gli altri,

Capelli neri

Questo l’ho scritto un po’ di tempo fa. Lo tenevo infrattato perché aspettavo di conoscerne il destino. Si chiama Capelli neri. Certo che posso raccontarle come sono andate le cose. Si vuole sedere? No? Ci penso ogni giorno a quello che è successo, agli eventi che mi hanno portata ad essere qui, oggi. Le assicuro che ci penserebbe ogni giorno anche lei. Certo, poi, cosa si prova a ripensarci dipende da come uno è. Guardi, se mi permette, le do un consiglio, venga qua, si sieda e chiuda gli occhi. Io lo faccio sempre quando ci ripenso. E rivivo tutto come fosse adesso. La prego, chiuda gli occhi. Perché è l’adesso che conta. Sempre. La macchina è parcheggiata al sole. Mi sono tinta i capelli di nero e voglio che il sole li colpisca in pieno. Riesce a vedermi? E’ importante. Sono una casalinga di trent’anni, con due figli e un marito che non mi interessa di conoscere. Mi sono svegliata una mattina, mi sono voltata verso di lui, e mi sono domandata chi fosse, chi fosse davvero, scoprendo che non mi interessava saperlo. Nessun rancore, non ci sono colpe, non ci siamo mai fatti del male, anzi. Ma il nostro è un amore tiepido, che non si è scaldato e non si è raffreddato, e siamo due corpi a sé stanti che convivono, placidamente e tiepidamente. Sono una casalinga di trent’anni, con due figli e un marito che non mi interessa di conoscere, e sto per vendere della cocaina purissima. Ho pensato che un’occasione così non mi sarebbe capitata mai più. Per questo ho tinto i capelli di nero e ho chiesto a Lélé di parcheggiare la macchina al sole. Volevo che tutto fosse perfetto. Come in un film. Perché stavo per vendere della cocaina, purissima. Almeno così mi aveva detto lui. – Signora Caterina, questa è cocaina. Ed è pura. Purissima. Io guardo Lélé, lo guardo e gli chiedo, non so nemmeno come mai mi passa nella testa, gli chiedo – Quanto vale?,  invece di dire – Oh mio dio! , oppure – Portala via di qui, ho due bambini piccoli in casa. Non è vero, lo so perché gliel’ho chiesto. Devo averci cominciato a pensare quando ho trovato il sacco nero nascosto tra le lamiere nel parcheggio del supermercato. No, non apra gli occhi, davvero, mi dia retta, si fidi. Voleva che le raccontassi come sono andate le cose io lo faccio, ma lei mi deve ascoltare, ad occhi chiusi. Michele, mio figlio, quello grande, 8 anni, non sta mai dove deve stare. Mentre carico i sacchetti della spesa in macchina, con Giovanni, quello piccolo, 6 anni, che cerca di scartare un pacchetto di caramelle, lui girella nel parcheggio. – Michele, vieni qui – gli urlo. – Mamma, c’è un sacco, con delle cose – mi risponde. – Michele vieni qui! – urlo più decisa. – Mamma, vieni a vedere – mi risponde. Prendo Giovanni per mano e vado a vedere. Come sempre. Penso che bisogna sempre andare a vedere quando tuo figlio te lo chiede. Non per viziarli, non è questo. Uno decide di fare un figlio e questo figlio ha diritto ad avere risposte e attenzioni. Così la penso. Le fa caldo? Lo so, ci vuole del tempo ad abituarsi. Dove ero rimasta? Dentro il sacco, nero, sotto le lamiere, ci sono dei pacchetti di plastica trasparente pieni di polvere bianca. – O mio dio, ma è droga – penso, mentre nella mia testa appaiono quei filmati che fanno vedere al telegiornale quando la polizia sequestra quel genere di cose. – Che cos’è, mamma? – mi chiede Giovanni. – Non lo so – rispondo, mentre mi guardo intorno, nel parcheggio deserto. Penso che a volte ai figli non gli si può dare delle risposte oneste. E’ difficile, doloroso anche, ma non si può. Almeno non quando si trova della droga. Faccio tutto senza pensare, senza riflettere. Prendo il sacco nero. Dico ai miei figli di salire in macchina. Trascino il sacco, pesa, lo metto insieme alla spesa. Guido fino a casa. Scarico la spesa, tutta. Dico ai mie figli – Scendiamo al mercato, ho dimenticato di comprare una cosa. – Ci fermiamo da Lélé? – mi chiede Michele. – Ci fermiamo da Lélé – gli rispondo. Quando gli ho chiesto se poteva salire un attimo a casa mia mi ha guardata a lungo, Lélé, mi ha guardata con quegli occhi neri orlati di bianco in mezzo a quel mare nero che è la sua pelle. Mi guarda a lungo. Finché non dico: – Lélé, ti prego. Non ho nessun altro a cui chiedere aiuto. Ed era vero, è vero. So che è difficile da capire. Comunque. Lascia la sua bancarella al vicino. Mi segue silenzioso fino al mio appartamento, fissando intensamente qualcosa a terra, probabilmente le sue scarpe. Rimane zitto, in piedi, inquieto, in mezzo al salotto. Io mando i bambini in camera loro e vado a prendere il sacco nero, lo trascino, pesa, rovescio il contenuto sul pavimento, ai piedi di Lélé, che cambia faccia. In un attimo. Si china. Apre uno dei pacchetti di plastica. E fa come nei film. Lo apre, ci mette un dito dentro e poi mette il dito in bocca. E’ stato in quel momento che ho pensato che qualunque cosa sarebbe successa doveva essere come in un film. Subito dopo dice: – Signora Caterina, questa è cocaina. Ed è pura. Purissima. E io dico, senza riflettere: – Quanto vale? Lélé si alza. Riesce a vederlo? E’ importante. – Signora Caterina, questa non è una cosa che ha a che fare con lei. E nemmeno con me. La prego. Butti via tutto. E rimane lì. – Lélé. – Non è una cosa buona. Non è per niente una cosa buona. – Lélé. – Signora Caterina. E’ una cosa più grande di lei, e di me. Butti via tutto. Io sospiro, lentamente. Sono esausta. Come se in poche ore la mia testa avesse lavorato più che in tutta la

Occhi negli occhi

[più che altro si tratta di doversi tenere in allenamento]   Il caldo gli stronca il cervello. Gli annebbia la vista. Insieme a tutta la merda che pensa. Che pesa. Se ne deve liberare, immediatamente. Stringe i pugni, si guarda le scarpe da ginnastica, sudicie e consumate, pensa ai suoi piedi bolliti mentre il tram parte rinculando dopo aver richiuso le porte su quest’afa che uccide. I capelli appiccicati alla nuca, sulla fronte, sta seduto in fondo, i finestrini sono aperti, ma entra solo aria bollente. Con tutta la merda che pensa. E di cui si deve liberare immediatamente. È solo. La ragazza seduta qualche metro più in là che legge Vanity Fair è carina, ma qualunque impulso sessuale è inghiottito dalla merda che pensa, e dall’immagine dei suoi piedi bolliti dentro le scarpe da ginnastica. Che frustrazione, mentre guarda Milano scorrere con gli occhi socchiusi. La odia. Odia tutto. Odia tutti. Anche la vecchia che gli sta seduta davanti. Odia i sacchetti della spesa afflosciati a terra, e il vestito a fiori, e gli orecchini orrendi che porta, e i lobi grinzosi a cui sono appesi. Si asciuga il sudore dalla fronte mentre il tram oltrepassa gli ultimi metri di centro prima di iniziare ad inoltrarsi verso la periferia. Odia tutti, stringe forti i pugni. Suda, e si sente a brandelli, slabbrato come le sue vecchie scarpe, come stesse per sfaldarsi in piccoli pezzi di carne sudaticcia. Apre bene gli occhi, li spalanca, bruciano, il sudore. Ondeggia insieme al tram. Si guarda intorno. La signora è scomparsa con la sua spesa, anche la ragazza con il suo Vanity Fair si è dissolta nell’afa. Alla fermata, ad aspettarla, ci sarà stato un ragazzo bello, alto e pieno di progetti e grandi prospettive. Stronzo. Stronzi tutti. Su questo tram sono tutti stronzi. Quello con la giacca e la cravatta. Stronzo. E quello in giacca senza cravatta. Stronzo pure lui. La signora, con le due belle nipotine, stronze, tutte e tre. Stronzi tutti. È colpa della merda che pensa. Che pesa. Di cui si deve liberare. Immediatamente. Adesso, con il sudore che gli cola melmoso sulla schiena. Adesso, con i piedi gonfi, bolliti nelle scarpe. Si alza, si aggrappa all’asta, la mano sudata scivola, serra le dita intorno al metallo. Fissa un punto. Deve liberarsi. Il tram sferraglia, perde l’equilibrio. Il tram frena, si aprono le porte, alla sua destra, entra l’inferno, fattosi aria putrida di smog incandescente, e nuovi passeggeri. Si siede. Ha uno scatto nervoso, una specie di tic improvviso che gli deforma la faccia. Si sente gli occhi di tutti addosso, nessuno lo guarda. Resta così, molle. Altra fermata, altra ondata di oscena aria bollente. Sale un uomo, un uomo nero, trascina due grossi sacchi di plastica blu, spuntano foulard, il manico di una borsa. È triste, immensamente triste. Nessuno si sposta per facilitargli il passaggio, esausto si ferma dov’è, davanti a lui un giacca e cravatta sbraita parole incomprensibili perfino a sé stesso dentro l’auricolare che gli spenzola dall’orecchio. È tutta una immensa cloaca di merda in cui navighiamo stretti, l’uno accanto all’altro senza neanche chiederci se sia proprio necessario continuare così, se magari non esiste un altro modo. Se magari bastasse spostarsi per facilitare l’altro. Distoglie lo sguardo, in fondo non gliene frega un cazzo. Gli importa solo della merda che pensa, che pesa, e di cui non sa più cosa farsene. Suda. Sta per esplodere. Gli stanno addosso tutti, sempre. Si alza, deve scendere. Preme il dito sudato sul bottone rosso. Prenota la fermata. Le porte si aprono, sente la pelle friggere, gli occhi colargli giù dalle orbite. Scende. Il traffico, il rumore. La solitudine. Investito. Colpito. Ferito, stordito, si incammina in una direzione qualsiasi. Con le mani in tasca e la smania di colpire. Di essere colpito. Di sanguinare. Gridare. Inginocchiarsi sul marciapiede, cacciarsi due dita in gola e vomitare. Liberarsi di tutta la merda che pensa. Che pesa. Ma invece cammina, cammina, cammina, i piedi bolliti nelle scarpe da ginnastica. Il respiro corto. La mascella serrata. L’afa. E tutti quei corpi sani, indaffarati, che gli passano accanto, diretti in un punto preciso, tutti ad un passo dalla meta. Sani. Inseriti, soddisfatti. Trincerati dietro ad un ruolo, al sicuro dentro la loro funzione sociale. Serra i pugni chiusi nelle tasche strette dei pantaloni. È una spirale senza uscita. Bar, vetrine, portoni, cemento. Tutto gli sfreccia accanto, perifericamente. Fastidio. Merda. Solo merda. E nemmeno un cane, un amico, andrebbe bene anche un estraneo per bere una birra e fare finta di niente, parlare di nulla e sentirsene pienamente soddisfatti. È un’ossessione, una girandola di schiaffi. Perché tutti, tutti, anche i più stronzi, i più inutili, stanno lì a chiedergli cose, fare domande, esigere risposte. Lo fissano, con il biasimo negli occhi e la carità nelle mani. Lo invitano, assuefatti alla velocità, a salire sulla giostra. Che prenda posto, anche un posto qualsiasi, ma che non rimanga a guardarli dal basso, per dio, e che si svesta degli abiti dell’eterno adolescente. Perché a trent’anni non si gioca più, non si scherza più, non si aspetta più di capire davvero. Stronzi, stronzi tutti. Cammina e ad ogni passo mastica rabbia. Le scarpe che si confondono con il marciapiede, fagocitano sputi e merda di cane. Il caos indistinto, pauroso. Il rumore dei suoi passi, quel cigolio di gomma usurata.   È una voragine, una spirale, questa cloaca. Un labirinto. Il fare e il non fare, l’andare e il rimanere, l’urlo e il silenzio. L’urlo o il silenzio. Il rifiuto senza alternativa. E ad ogni passo mastica rabbia. Vorticosamente. Insieme a tutta la merda che pensa. Che pesa. Se ne deve liberare, immediatamente. Il punto di rottura, la saturazione. Stringe i pugni, tossisce.   Si ferma. Si isola. Si sigilla. Sente solo la tenia che gli mangia il cervello. Sente i denti entrare nella materia grigia, le mandibole che scattano, il biascicare a bocca aperta.   Alza la testa, alza lo sguardo.   Occhi negli occhi.      

Andrea

[dal frammento.b ] Il cielo grigio incombe, preme sui vetri delle finestre. Passa un camion lungo la strada. Tutto tremola per un attimo, mentre fuori lo sciabordio dell’acqua sollevata dai pneumatici fa da controcanto al picchiettare delle gocce di pioggia. Andrea tira le maniche del maglione fino a coprirsi le mani, arriccia le dita attorno alla lana morbida, fa un sospiro. Fissa senza interesse i suoi piedi nudi aggrappati al pavimento. Immobile, e il tempo che scivola via. E nessun pensiero germoglia, nemmeno attecchiscono. Passano, non restano. La terra intanto gira intorno al sole, cambiano ombre e inclinazioni. Ginocchia al petto adesso, i talloni sulla formica sbeccata della sedia, le dita che si inarcano, antiestetiche, nello sforzo di mantenere la posizione improbabile. Una boccata d’aria, testa offuscata, molle. Il tempo scivola via, il silenzio, l’aria, dopo la momentanea apnea, che entra ed esce dal naso. Con movimenti circolari si torna sempre al punto di partenza. Ed è stallo, stasi, lunga inerme attesa. Adesso libera le mani dalla lana morbida, e due dita, della mano destra, raggiungono i capelli, ne separano una ciocca, iniziano a giocarci. Gli occhi fissi. La mente immobile, immersa nel vuoto pneumatico dell’inerzia. La pioggia aumenta, il cielo grigio si appesantisce ancora, si gonfia, preme ancora e deforma i vetri della finestra. Il tempo scivola via, in blocchi da giornate intere. La terra gira intorno al sole, ma non muta l’immobilità. Andrea abbandona la ciocca di capelli, ripone i piedi di nuovo sul pavimento, solleva il corpo, cammina. Mobili, oggetti, stanze, polvere. Apre il cassetto dei calzini, ne afferra un paio, si siede sul letto, li infila. Si volta verso la finestra, per un attimo pensa di uscire, così, in pigiama, coi calzettoni, e di mettersi sotto la pioggia. Si volta dall’altra parte, prende una sigaretta, la accende, si stende sul letto. Attende di passare oltre, di oltrepassare indenne il fiume di inerzia. Si lascia andare. Rilascia i muscoli, sblocca le giunture indolenzite. Respira piano. Arriverà, un giorno. Il giorno arriverà. Lunga attesa, mentre il tempo scivola via. Fissa il soffitto, le travi di legno, i solchi dei tarli. Usa il pavimento come posacenere. Riempie e svuota i polmoni. Spegne la sigaretta, si alza, cammina. Stanze, mobili, oggetti, polvere. L’anima in letargo. Solo un angolo resta vigile, e sorveglia. Perché c’è sempre il rischio di affogare. Nell’assenza di desiderio, nell’assenza di ricerca. Nell’assenza di voglia. C’è sempre il rischio di soccombere all’eco del silenzio. Stanze, mobili, oggetti, polvere. Andrea si siede, i piedi, avvolti nei calzettoni, aggrappati al pavimento. Immobile, e il tempo che scivola via. Con movimenti circolari si torna sempre al punto di partenza. Quando tutto si allontana restando dov’è. Andrea lo sa. Guarda di nuovo fuori dalla finestra. Ancora quel pensiero. Uscire e mettersi sotto l’acqua, in pigiama, con i calzettoni ai piedi. Appoggia la testa sulla spalla. Domani.

“Non c’è”

Arrotolo l’ennesima sigaretta, che fumerò a metà. Nauseata più dal gesto che dal sapore, o dalla sensazione di catrame aggrappato ai polmoni. È un’altra giornata senza fine, ragazza mia, un’altra giornata passata a tergiversare, attraversata cercando altro da non fare pur di non. La bottiglia è aperta, basterebbe appoggiarci le labbra, tirare indietro la testa e lasciar scivolare in gola qualcosa che conosco bene. Ma non è più tempo nemmeno per questo, la mente annebbiata e svegliarsi la mattina con il sapore del fegato sulla lingua. Spengo la sigaretta a metà. Fuori sta facendo buio. Come ieri del resto, e poi domani. Mi si spezza il fiato. Qualunque cosa io decida di fare stasera. Non c’è immagine nitida e reale di me domani, che io resti qui, ad arrotolare sigarette da fumare a metà, o che decida di alzarmi da questa sedia per uscire, per andare. Qualcosa si è rotto. Mille piccoli pezzi indistinguibili l’uno dall’altro. Mi alzo, faccio pace con la bottiglia. Sento ancora dolore. Sono stanca. Sorrido alla mia immagine riflessa nel vetro della finestra. Se sorridere è questa leggera flessione verso l’alto dell’angolo destro della mia bocca. Do un altro bacio alla bottiglia. La fracasserei contro il muro, non fossi stanca anche di questi gesti violenti che non mi lasciano più niente. I primi tempi funzionavano. Per un attimo, breve ma vitale, il corpo tornava leggero e la mente, per un attimo lucida. Libera. Libera di guidare i pensieri, di dirigerli. Libera di perdersi. Mi scuoto. Lascio andare gentilmente la bottiglia sul ripiano della cucina. Arrotolo un’altra sigaretta, apro la porta, esco in giardino. Ho deciso. Questa la fumo tutta. Un tiro alla volta. Mi siedo sul gradino di cemento, faccio una smorfia. E mi prendo la testa tra le mani, vorrei strapparmela dal collo e lanciarla lontano. Lascio la presa, infilo la sigaretta in bocca, l’accendo, aspiro, trattengo il fiato. Trattengo il fiato. Trattengo il fiato. Trattengo il fiato. Sputo aria e fumo, lentamente. Non c’è immagine nitida e reale di me domani, e nemmeno lacrime, adesso, che leniscano il dolore. Né gesti che assopiscano la rabbia, addormentino il corpo e la mente. Questa rabbia. Appoggio la tempia contro lo stipite della porta. Poi la allontano, e colpisco lo stipite. Piano. Mi scosto di nuovo, colpisco ancora lo stipite della porta. Più forte. Poi di nuovo. Ancora più forte. Resto immobile, e immagino di fracassarmi il cranio un colpo dopo l’altro. Non riesco a guidare i pensieri, non riesco nemmeno a crearli, a filarli nella mente. Potrei fracassarmi il cranio, sentire il sangue colarmi sul viso, sul collo. Riuscirei a sentire il suono secco dello schianto dell’osso prima di morire? La sigaretta si fuma da sola. Mi volto verso la cucina, verso casa. Sul tavolo il pezzo di carta e inchiostro risalta bianco in contrasto con il nero del tavolo. Mi alzo, entro in cucina, faccio un tiro e un altro po’ di catrame mi si aggrappa ai polmoni mentre afferro il piccolo pezzo di carta. Lo guardo. La calligrafia di Giulia è ordinata, come sempre. Mi domando come abbia fatto, che giri sia riuscita a scardinare per farmi ottenere queste quattro, cinque parole di inchiostro blu. Quando le ho detto che forse mi sarei sentita meglio se avessi potuto almeno ferirlo il suo viso ha fatto una pausa. Non ho aggiunto altro, ho lasciato navigare nella birra che mi aveva offerto quel laconico potessi almeno ferirlo. Ferirlo. Colpirlo. Forse. Ma sono solo pensieri. Sono solo visioni distorte. Immagini che si fanno e si disfano nella mia testa. Colpirlo. Ferirlo. Lui. Tutti. E Giulia ha capito. Due giorni fa mi ha chiamato. L’ho trovato, mi ha detto. Ho l’indirizzo, passo a lasciartelo. E io adesso devo solo fare una scelta. Cammino, avanti e indietro, poi verso destra, poi subito verso sinistra, poi di nuovo indietro. È un male senza tregua, senza cura. Vago. E il mio corpo, tutto, mani, braccia, gambe, ventre, vaga. Sbando, nessun luogo per me. Nessun luogo. Nessun domani. Dolore. Perdita. Vuoto. Assenza. Colpa. Rabbia. Qualcosa si è rotto. E il pezzo di carta è qui, accartocciato nel palmo della mia mano. Un indirizzo, una destinazione da inserire nel navigatore. Io non lo volevo neanche. Mi hai convinta tu. Tu. Non più. La bottiglia. La tocco. Il pezzo di carta. Lo stringo. In mano, cosa ho? Strazio. Infinito, interminabile strazio. Strazio, strappare, scarnificare. Sono qui. Straziata. Strappata. Scarnificata. Devo muovermi. Se resto immobile sono statua di sale. Sono vittima. Mi muovo, cambio stanza, cambio luogo. Poso lo sguardo su altri oggetti, ma mi incidono il cuore. Vorrei essere cieca. Sorda. Muta. Cambio ancora, cammino come avessi una meta. Uno scopo. Ma il mio scopo è fuori da qua. Il mio scopo è fuori da qua. Perché. Se io ti restituisco ciò che mi hai lasciato, smetto di sopravvivere e ricomincio a vivere? Se ti lego, e ti torturo, e ti ferisco, mi libero del cemento che mi pesa nel ventre? E se ti strappo le unghie, se ti spezzo le dita, se ti cavo gli occhi, io dopo. Io, dopo, posso avere un domani? Ma non è a te che penso, e nemmeno a me. Penso a lei. Lei. Lei. Occhi verdi. E se ti ammazzo, se lascio che il sangue ti scivoli via, lei non torna ma io? Io torno? Cazzo. Non riesco. Non riesco a centrare il pensiero. Morte chiama morte. È questione di equilibrio. Assenza presenza. Sono di nuovo immobile. Non me lo posso permettere. L’immobilità genera pensieri pesanti, monolitici. Che sedimentano e non permettono la giusta riflessione. So dove sei. Devo solo venirti a prendere. Venirti a prendere. Vengo a prenderti. Non te lo aspetti. Non sai. Le conseguenze del tuo gesto sono arrivate fino a dove uno come te nemmeno sospetta che si possa giungere. Questa è la prima cosa per cui verrai punito. L’ignoranza. Vengo a prenderti. Apro la porta ed esco in strada. Salgo in macchina, infilo le chiavi nel quadro, metto in moto. E

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