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Tag: vita

Annie Ernaux [cit. Gli anni]

[…] Più ancora che un modo di affrancarsi dalla miseria, gli studi le paiono lo strumento di lotta privilegiato contro quell’impantanarsi femminile che le suscita pietà, quella tentazione di perdersi in un uomo che ha già conosciuto (come nella foto del liceo di cinque anni prima) e di cui ha vergogna. Nessuna voglia di sposarsi o di avere dei figli, la maternità le pare incompatibile con la vita dello spirito. Ad ogni modo è sicura che sarebbe una pessima madre. Il suo ideale è l’unione libera di una poesia di André Breton. A volte si sente schiacciata sotto il peso delle cose che ha imparato. Ha un corpo giovane e un pensiero vecchio. Sul diario ha scritto che si sente «stomacata da idee passepartout, satura di teorie», che è «alla ricerca di un altro linguaggio» per «tornare a una purezza primigenia», sogna di scrivere in una lingua sconosciuta. Le parole le sembrano soltanto «un ricamino ai bordi di una tovaglia di notte». Altre frasi contraddicono questa stanchezza: «Sono un volere e un desiderio». Non dice quale. […] […] Ora le voci erano vibranti, aggressive, si interrompevano senza tante cerimonie. I volti esprimevano la collera, il disprezzo, il godimento. La libertà dei gesti e l’energia dei corpi bucavano lo schermo. Se di rivoluzione si trattava, era in quei cambiamenti dei modi di fare che si stava davvero compiendo, in quella nuova espansività, in quella rilassatezza, in quei corpi seduti dove e come capitava. Quando il ricomparso de Gaulle – ma da dove sbucava? lo speravamo uscito di scena definitivamente – riesumava con una smorfia di disgusto il termine chienlit per parlare di quella che ai suoi occhi era solo una pagliacciata, senza nemmeno sapere cosa volesse dire quel vocabolo desueto percepivamo tutto lo sdegno aristocratico che gli suscitava la rivolta, ridotta a una parola che richiamava alla mente escrementi e amplessi, brulicare animalesco, scatenarsi degli istinti. Non facevamo caso al fatto che non stesse emergendo nessun leader operaio. Con la loro aria paterna i dirigenti del PC e dei sindacati continuavano a determinare i bisogni e le volontà. Si precipitavano a negoziare con il governo – che tuttavia era quasi immobile – come se non si potesse ottenere niente di meglio che l’aumento del potere d’acquisto e l’innalzamento dell’età pensionabile. Guardandoli uscire dal Ministero del lavoro dopo gli accordi di Grenelle, tutti intenti a enunciare pomposi, con parole che avevamo già dimenticato da tre settimane, le «misure» alle quali il potere aveva «acconsentito», ci si sentiva venir meno. […] Annie ErnauxGli anniL’Orma Editore Altro su Annie Ernaux Annie Ernaux – L’evento – cit.

(non) recensioni di libri

L’amica geniale (quattro volumi) – Elena Ferrante – (non) recensione

Per scrivere dei quattro volumi de “L’amica geniale” di Elena Ferrante devo chiudere gli occhi, per afferrare tutto, e trattenere il fiato, per fermare le immagini, le sensazioni. Le parole. Occhi chiusi e fiato sospeso per tenere insieme la scrittura, i personaggi, la trama, le trame. Le storie. Ma tutto si mescola. Si smargina. Solo un sentire emerge e resta a galla. Il senso di appartenenza. Ma non sono questi quattro libri ad appartenermi. Sono io che appartengo a loro. E credo sia la prima volta che mi capita. Appartengo alla scrittura della Ferrante, netta e poetica, onesta, viva. Dura e delicata. Appartengo Lila e Lenù, imperfette e reali, che la narrazione mi porge vive nella loro ricerca di un posto nel mondo, nei mondi. Nel micro e nel macro, nel personale e nel politico. Appartengo alla rabbia e alla disperazione, al tagliarsi e poi ricucirsi, allo sfarsi e poi ricomporsi. Appartengo a quell’affetto profondo e a quel senso di famiglia al di là della famiglia. Ai corpi esplorati, rifiutati, cercati, odiati e amati. Appartengo allo spogliarsi e al rivestirsi. Appartengo agli amori sfibranti. A quel senso di sé sfuggevole, mutevole, in balia di dubbi e paure. Come il sali scendi della marea. Appartengo all’infanzia che resta nei gesti, nelle parole e nelle scelte. Nel bene e nel male. Appartengo al percorso di liberazione dall’approvazione dello sguardo altrui. Al desiderio incessante di dare un senso alle cose attraverso la scrittura. Alla volontà di esserci, alla paura di essere. Appartengo alla cattiveria, ai sentimenti sporchi e al tentativo di nasconderli. Appartengo alla realtà narrata nel suo fluire, senza argini, senza sconti, senza abbellimenti. Appartengo alle bugie dette per sopravvivere, alle verità urlate per non soccombere. Al perdersi e ritrovarsi. Ad occhi chiusi, con il fiato sospeso. Elena Ferrante L’amica geniale 2011 e/o p. 400 Elena Ferrante Storia del nuovo cognome, l’amica geniale volume secondo 2012 e/o p. 480 Elena Ferrante Storia di chi fugge e di chi resta, l’amica geniale volume terzo 2013 e/o p. 382 Elena Ferrante Storia della bambina perduta, l’amica geniale quarto e ultimo volume 2014 e/o p. 451

Elena Ferrante [cit. da Storia di chi fugge e di chi resta]

Tu capisci, Lenù, che cosa succede alle persone: abbiamo troppa roba dentro e questo ci gonfia, ci rompe. Va bene, gli ho detto, saremo amici, ma togliti dalla testa che puoi fare la femmina come me, tutto quello che riusciresti a essere è la femmina secondo voi maschi. Puoi copiarmi, farmi il ritratto preciso come fanno gli artisti, ma la mia merda resterà sempre la mia, e la tua la tua. Ah, Lenù, che ci succede a tutti quanti, siamo come i tubi quando l’acqua gela, che brutta cosa è la testa scontenta. Ti ricordi quello che facemmo con la mia foto di sposa? Voglio continuare per quella strada. Viene il giorno che mi riduco tutta a diagrammi, divento un nastro bucherellato e non mi trovi più. Elena Ferrante, Storia di chi fugge e di chi resta [L’amica geniale, terzo volume]

(non) recensioni di libri

Cuore cavo – Viola Di Grado – (non) recensione

Dorotea si uccide il 23 luglio 2011 alle 15.29 […] Le cose sembrano uguali ma hanno perso sostanza: il mar Ionio non è più freddo e non mi bagna, la roccia antica intorno al fiume di Cavagrande non è abbastanza dura da impedire il mio passaggio, e se nuoto posso spingermi fin dentro l’utero grigio della pietra. […] Le cose sembrano uguali ma hanno perso la parola: da viva se avvicinavo le dita al fuoco il calore diceva il dolore ai miei nervi, ora,invece ogni fiamma è muta. […] Il cuore è il primo organo a fermarsi e il primo organo ad irrigidirsi. Le pareti del cuore di Dorotea si ispessiscono, come a proteggersi da quest’ultima delusione. Inizia il viaggio. Due viaggi, in parallelo. Quello del corpo e quello dell’anima che non è arrivata a destinazione, a quell’aldilà  su cui contano tutte le religioni. Due viaggi. Quello del corpo e del suo disfacimento, inesorabile, carne in decomposizione. Quello di Dorotea, nella morte e oltre la morte, invisibile ai vivi, dentro il dolore, dentro l’abbandono. Dentro l’amore, caparbiamente. Dentro il sospeso e il non detto. Il non fatto. Una matrioska di traumi dentro una matrioska di stanze vuote. Un viaggio che come tanti viaggi è solo un cerchio da chiudere. Un abbraccio in cui fondersi. Perdonare, perdonarsi forse. In qualche modo ritrovarsi. Ricomporre, ricomporsi. Viola Di Grado ha un bel rapporto con le parole. Le sa scegliere e accostare, e manipolare per farle aderire al materiale narrativo senza strappi, senza intoppi. La narrazione è solida, niente buchi, niente margini bianchi. Ho adorato il romanzo di esordio della Di Grado, Settanta acrilico trenta lana, e avevo lo sciocco timore di sentirne la mancanza durante la lettura di Cuore cavo. Non è successo. Cuore Cavo Viola Di Grado p.166 E/O qui, la (non) recensione di Settanta acrilico trenta lana

Elena Ferrante [cit. L’amica geniale]

“Sono almeno tre decenni che mi dice di voler sparire senza lasciare traccia, e solo io so bene cosa vuole dire. Non ha mai avuto in mente una qualche fuga, un cambio di identità, il sogno di rifarsi una vita altrove. E non ha mai pensato al suicidio, disgustata com’è dall’idea che Rino abbia a che fare col suo corpo e sia costretto a occuparsene. Il suo proposito è stato sempre un altro: voleva volatilizzarsi; voleva disperdere ogni sua cellula; di lei non si doveva trovare più niente. E poiché la conosco bene, o almeno credo di conoscerla, do per scontato che abbia trovato il modo di non lasciare in questo mondo nemmeno un capello, da nessuna parte.” Elena Ferrante, L’amica geniale

Virginia Woolf [cit. da La Crociera]

«Spesso ho camminato lungo strade dove la gente vive in fila, e le case sono tutte uguali, e mi sono chiesto che diamine facessero le donne lì dentro», disse. «Ci pensi un attimo: siamo all’inizio del ventesimo secolo, e fino a qualche anno fa le donne non erano mai uscite da sole e non parlavano mai. Per migliaia e migliaia di anni questa curiosa vita di silenzio si è svolta sullo sfondo, senza che la vedessimo mai rappresentata. È ovvio che scriviamo sempre di donne: per insultarle, per deriderle, o per adorarle; ma mai che siano le donne stesse a scrivere. Io credo che ancora non sappiamo come vivono o che cosa pensano, o che cosa fanno con esattezza. Se si è uomini, le uniche confidenze che riceviamo dalle signorine riguardano le loro storie d’amore. Ma la storia delle donne di quarant’anni, delle donne che non si sono sposate, delle donne che lavorano, delle donne che hanno un negozio e tirano su i propri figli, delle donne come le sue zie o la signora Thornbury o la signorina Allan… non si sa niente di loro. Non ve lo diranno mai. Forse hanno paura, o forse hanno un modo tutto loro di trattare gli uomini. È sempre il punto di vista degli uomini che viene rappresentato. Penso ai treni: quindici vagoni per gli uomini che vogliono fumare. Non le fa ribollire il sangue? Se fossi una donna, farei saltare le cervella a qualcuno. Non ride di noi? Non pensa che sia tutta una gran montatura? Lei… insomma che effetto le fa tutto questo?» Virginia Woolf,  La Crociera (1915) altro sulla signora Woolf Buon compleanno La signora nello specchio Phyllis e Rosamund Possiedo la mia anima Tra un atto e l’altro

un racconto
notes

Quello che vorrei dire e non dico a qualcuno, a tutti, a nessuno

Solamente, penso, che forse è arrivato il momento di smettere. E con queste inutili bugie e con queste maledette ossessioni. E questo continuo scansare il mondo. Ché il mondo non è cosa che si lascia scansare, che ti lascia andare senza farti almeno una domanda. E anche le persone, quelle che incontri, magari sì, si scansano. Ma poi presentano il conto. Loro o chi per loro. Forse è arrivato il momento di smettere con questo gioco in cui nessuno vince. Davvero, ci sono delle cose che devono essere fatte. Altre cose. E non è più il momento di scansare il mondo, scansare la vita, mettere da parte l’altro, come fosse un fastidio, come fosse un intralcio, come fosse uno scalino troppo alto. Scansare l’altro se non è funzionale alla visione utilitaristica e scarsamente orginale che hai della vita. Solamente, penso, che forse è arrivato il momento delle risposte, anche se non è mai stato, per te, quello delle domande. E di guardarsi allo specchio, letteralmente, e accorgersi del disfacimento. Accorgersi dell’ombra. Scoprire e gestire la distanza tra la realtà e l’immaginazione distorta e alterata. E scoprire anche da che parte gira davvero il mondo e intorno a cosa, eventualmente. Riconoscere l’incalcolabile mole di debolezza e inadeguatezza che ti porti appreso. E l’abisso di incapacità in cui annaspi, e le lacune in cui cerchi di non affogare. Prima che la montagna di merda su cui hai costruito la tua vita si sfaccia. Prima che qualcuno si faccia male, più di quanto non sia già successo. Più di quanto non stia per succedere. Senza aspettare che sia l’altro che tu scansi, eviti e ignori a domandare, porre rimedio, risolvere. Senza costringere l’altro a benedire ed assolvere i tuoi peccati. Senza portare l’altro ad affogare nei tuoi gorghi. Senza costringere l’altro a viverti mentre tu hai sempre meno a che fare con la vita. Senza nascondersi, senza bluffare. Senza manomettere.

L'arte della gioia - Goliarda Sapienza - (non) recensione
(non) recensioni di libri

L’arte della gioia – Goliarda Sapienza – (non) recensione

L’arte della gioia – Goliarda Sapienza – (non) recensione L’arte della gioia è un libro che fa girare la testa, che lo leggi e ad ogni pausa tiri il fiato, frastornata. L’arte della gioia è un libro che bisogna leggere, ché se non lo fai ti manca un pezzo, perdi qualcosa di importante. È un torrente di parole che travolge, e ti trascina, e sei dentro al libro come sempre dovrebbe succedere. E sei con i personaggi, tutti, e vorresti conoscerli, parlarci, viverci. Sei con Modesta. Modesta che ha fame di Vita, di Parole, di Gioia, di Amore e di Libertà, e non china la testa, mastica i giorni e gli anni senza posa, cerca, trova, scarnifica gli eventi, costruisce per sé e per gli altri quello che la sua mente desidera. Applica la coerenza al pensiero che si fa azione. Scava Modesta, dentro di sé, dentro gli altri e dentro la Storia. E finisci per scavare anche tu che leggi, negli stessi posti. E di più. Modesta che si libera, spezzando una catena dopo l’altra, frantumandole alla radice. Modesta, che è nata nel 1900 ed è facile fare il conto dei suoi anni. Modesta che vive al ritmo di una musica nuova, caparbia, futuribile. Modesta. […] Ora poi che le scriveva le parole lì sul bianco della carta, nero su bianco, non le avrebbe perdute più, non le avrebbe dimenticate più. Erano sue, solo sue. Le aveva rubate, rubate a tutti quei libri per bocca di madre Leonora. […] Modesta. […] Impensatamente quell’emozione di odio – che loro dicevano peccato – mi diede una sferzata di gioia così forte che dovetti stringere i pugni e le labbra per non mettermi a cantare e a correre. […]: la odio, la odio, la odio, gridai dopo essermi assicurata che la porta fosse ben chiusa. La corazza di malinconia si staccava a pezzi dal mio corpo, il torace si allargava scosso dall’energia di quel sentimento. […] Modesta. […] Ma fissando me stessa vidi il mio futuro: presa in quel tranello, le gambe spezzate dalla trappola “d’essere qualcuno”.  Sfuggito il convento, la religiosità buttata dalla finestra rispuntava da qualche buco della mia stanza cavalcando il topo dell’estetica. […] Messaggio del mio profondo di secoli, m’avvertiva di stare in guardia da me stessa e correre al sole. Non avrei più ripreso quella ricerca di poesia finché non avessi avuto la prova da me stessa che era un gioco e solo un gioco […]. Modesta. […] Fra venti, trent’anni, non accusate l’uomo quando vi troverete a piangere nei pochi metri di una stanzetta con le mani mangiate dalla varechina. Non è l’uomo che vi ha tradite, ma queste donne ex schiave che hanno volutamente dimenticato la loro schiavitù e, rinnegandovi, si affiancano agli uomini nei veri poteri. […] Modesta. […] E state attenti perché di questo passo quando le donne si accorgeranno di come vuoi uomini di sinistra sorridete con sufficienza paternalistica ai loro discorsi, quando la tua Amalia si accorgerà di non essere ascoltata e di fare due lavori sfinendosi davanti ai fornelli e in laboratorio – perché non mi parli mai del lavoro di Amalia, eh? Perché devo sentire solo quanto è dolce, carina o gelosa? – quando si accorgeranno, la loro vendetta sarà tremenda, […] E una scrittura che non avevo letto mai. Capace di alternare prima e terza persona come non credevo si potesse fare, giocando con la prospettiva della narrazione, il guardare, il guardarsi, il lasciarsi guardare, entrare e uscire da sé, e di muoversi tra passato presente futuro con una fluidità che da al testo la forza dell’annullamento del qui e ora dando vita ad una narrazione elastica e totale che abbraccia il ricordo, il momento presente e il futuro possibile. Una scrittura libera, anarchica, che l’autrice è stata capace di seguire senza scivolare, senza smarririsi lavorando sul materiale narrarivo e sulla struttura che lo contiene, la sola e unica possibile per racchiudere la marea montante di personaggi, pensieri ed eventi, senza mai perdere di vista la narrazione. Un capolavoro. L’arte della gioia Goliarda Sapienza Einaudi p. 492 (e-book) 

Neve

– Sembra non voler finire mai. – Cosa? – Questo maledetto freddo. – Dici tutti gli anni la stessa cosa. – Non è vero. – Sì che è vero. Chiudo gli occhi, mi sforzo per non ridere. Li riapro. Fuori nevica, fuori dalla finestra che fissiamo entrambe inebetite e incredule. – Voglio dire, sarà mica normale la neve a fine marzo. – Strano, ma non impossibile. Chiudo gli occhi. Ha ragione lei. Questo inverno non vuole finire. – Hai freddo? – No. – Vuoi uscire a rotolarti nella neve? – Non saprei. – Vuoi un po’ di tè? – Meglio. Apro gli occhi mentre armeggia con il pentolino dell’acqua, la scatola del tè, le tazze. Il cielo bianco, l’aria bianca, la strada bianca. Il tempo si incrina, quando nevica. E le distanze temporali si annullano. – Potremmo provarci. – A fare che? – Ad essere felici. – E come? – Stando insieme. – Io e te? – Io e te. Anche quel giorno nevicava. Non come adesso però. Meno. E i fiocchi, i fiocchi erano più piccoli. E non era diventato tutto bianco così in fretta. Però faceva freddo, freddissimo, siamo entrate di corsa in quel pub. Chissà se esiste ancora. – A cosa pensi? – Al giorno in cui abbiamo deciso di stare insieme. – Che romanticona. – Non ti illudere. Ci pensavo solo perché anche all’ora nevicava. – Ah sì? – Sì, cinica che non sei altro. Lascio andare la finestra, volto le spalle alla neve e la guardo proprio mentre un ciuffo di capelli le scivola via da dietro l’orecchio. Bianco argento. – Quando ti deciderai ad andare dal parrucchiere? – Ancora con questa storia? – Ancora con questa storia. – Mia adorata, ho fatto a meno del parrucchiere per 80 anni. Te lo chiedo di nuovo, dammi un buon motivo per andarci adesso. – Sembri una vecchia cornacchia spennacchiata. – Vecchia, spennacchiata, ma ancora piena di fascino. Mi siedo, lascio che mi serva il tè. Lo vedo che fa fatica a stringere le dita intorno al manico della teiera, ma dirle qualcosa significherebbe solo metterla di malumore. Sarebbe capace di compiere uno sforzo insensato per stringerla meglio e scaraventarla contro il muro, la teiera, solo per dimostrarmi il contrario. Solo per provare a se stessa che può ancora prepararmi il tè, prendersi cura di me. – Comunque nevicava anche quando ci siamo trasferite qui. Anche le ciniche hanno una memoria sdolcinata. – Cosa? – Oddio, adesso sei anche sorda. – No, è che ho smesso di ascoltarti. Da anni ormai. – Segui le mie labbra. Nevicava. Quando. Siamo. Venute. A vivere. Qui. In questa casa. Lo sai dove siamo adesso? – Ma finiscila. Però ha ragione. Anche quando siamo venute a stare qui nevicava. Però faceva più caldo. O forse, magari, semplicemente, ero più giovane e meno freddolosa. Tutti quegli scatoloni. Ero convinta che non ce l’avremmo mai fatta. – Qua allora ci mettiamo il tuo studio, eh? Che ne dici? – C’è una luce bellissima, sì. – E qui, attenzione, la camera da letto! – Ti chiamerò chiodo fisso. – E lamentati anche. Senti, ho un regalo per te. – Un regalo?   Avvolgo la tazza con le mie piccole mani grinzose. L’anello che mi ha regalato quella sera sbatte contro la ceramica. Ho sempre adorato il suono degli anelli contro tazze e bicchieri. Mi viene sempre in mente quella favola che leggevo da bambina, dove una delle protagoniste scandiva il ritmo della musica con gli anelli sui bicchieri di cristallo. Com’è che si chiamava? Non mi ricordo. Dannata memoria. – Dove sei finita? – Nei ricordi. Chissà, forse è colpa della neve. – Sì, la neve. Tesoro, fattene una ragione, sei vecchia, e i vecchi rimbecilliscono. – Tu ne sai certamente qualcosa. Due vecchiette grinzose, ecco cosa siamo. Mi vede ancora bella? Io la trovo meravigliosa, come un libro antico, ingiallito, le pagine tessute di inchiostro sbiadito, che non mi stanco di leggere, e leggere, e leggere ancora. Quando mi sfiora, anche solo distrattamente, il cuore mi tremola esattamente come sessant’anni fa. I suoi baci, e le sue parole. Le sue mani doloranti, la sua forza. Il suo sorriso. La sua pelle. – Ma sai che è strano davvero. – Cosa? – Questa faccenda della neve. – Che faccenda? – Nevicava anche quando abbiamo portato a casa Annabelle dall’ospedale. Ti ricordi? Mi volto verso la finestra. Fiocchi grossi, compatti, sfilano al di là del vetro. Mi ricordo. – È bellissima. – Sì. – Anche tu sei bellissima. – Lei di più. – Sei stanca? – No. – Hai paura? – E tu?   Non ce lo siamo mai dette. Eravamo annientate dalla paura. E fiocchi grandi, proprio come questi, si abbattevano sulla macchina che procedeva lenta, incerta, esattamente come noi, che portavamo a casa Annabelle. Si alza mentre io guardo ancora la neve, e penso a tutta quanta la nostra vita. Le battaglie che abbiamo combattuto, e che abbiamo vinto. Riconosco l’impatto incerto della sua gamba sul pavimento, l’anca che cede, le succede quando sta seduta troppo a lungo. Entra nel mio campo visivo da destra, si avvicina alla finestra, le spalle leggermente curve in avanti, e quei pantaloni di flanella che prima o poi dovrò buttare via. Di nascosto. – È meglio se vado a fare un po’ di spesa, che qui non sembra aver nessuna intenzione di smettere. E resto sospesa, come un fiocco di neve. Mi volto, rintraccio la mia immagine nel riflesso del tè, e mi riconosco al di là delle rughe. Faccio schioccare l’anello sulla ceramica. – Non voglio che smetta. Mai.

In mezzo

In mezzo agli strascichi sentimentali di un natale anomalo, ai rimasugli di una fine d’anno silenziosa e discreta, quasi non avesse voluto farsi vedere. Al coniglio con l’ascesso, con la faccia gonfia come vito corleone, ma solo a sinistra, che ti guarda dubbioso quando ti avvicini con la siringa piena di antibiotico. In mezzo al lavoro ritrovato, noioso come quando lo si è lasciato ad aspettare. In mezzo ai buoni propositi, sempre gli stessi, dalla lista di libri da leggere all’elenco delle mostre da visitare, dall’impeto egoistico del più tempo per me allo slancio altruista del più tempo per gli altri. In mezzo ai pensieri, agli stimoli, in mezzo alle domande, ai sorrisi, in mezzo alle incazzature. In mezzo ai vorrei e in mezzo ai ti ricordi di. In mezzo alla quotidianità, stendi i panni, metti su l’acqua della pasta, pulisci il bagno, apri le finestre. In mezzo a tutta la vita intera, c’è che ho ripreso a scrivere a mano. Biro e blocco grande a quadretti. Bello.

Capelli neri

Questo l’ho scritto un po’ di tempo fa. Lo tenevo infrattato perché aspettavo di conoscerne il destino. Si chiama Capelli neri. Certo che posso raccontarle come sono andate le cose. Si vuole sedere? No? Ci penso ogni giorno a quello che è successo, agli eventi che mi hanno portata ad essere qui, oggi. Le assicuro che ci penserebbe ogni giorno anche lei. Certo, poi, cosa si prova a ripensarci dipende da come uno è. Guardi, se mi permette, le do un consiglio, venga qua, si sieda e chiuda gli occhi. Io lo faccio sempre quando ci ripenso. E rivivo tutto come fosse adesso. La prego, chiuda gli occhi. Perché è l’adesso che conta. Sempre. La macchina è parcheggiata al sole. Mi sono tinta i capelli di nero e voglio che il sole li colpisca in pieno. Riesce a vedermi? E’ importante. Sono una casalinga di trent’anni, con due figli e un marito che non mi interessa di conoscere. Mi sono svegliata una mattina, mi sono voltata verso di lui, e mi sono domandata chi fosse, chi fosse davvero, scoprendo che non mi interessava saperlo. Nessun rancore, non ci sono colpe, non ci siamo mai fatti del male, anzi. Ma il nostro è un amore tiepido, che non si è scaldato e non si è raffreddato, e siamo due corpi a sé stanti che convivono, placidamente e tiepidamente. Sono una casalinga di trent’anni, con due figli e un marito che non mi interessa di conoscere, e sto per vendere della cocaina purissima. Ho pensato che un’occasione così non mi sarebbe capitata mai più. Per questo ho tinto i capelli di nero e ho chiesto a Lélé di parcheggiare la macchina al sole. Volevo che tutto fosse perfetto. Come in un film. Perché stavo per vendere della cocaina, purissima. Almeno così mi aveva detto lui. – Signora Caterina, questa è cocaina. Ed è pura. Purissima. Io guardo Lélé, lo guardo e gli chiedo, non so nemmeno come mai mi passa nella testa, gli chiedo – Quanto vale?,  invece di dire – Oh mio dio! , oppure – Portala via di qui, ho due bambini piccoli in casa. Non è vero, lo so perché gliel’ho chiesto. Devo averci cominciato a pensare quando ho trovato il sacco nero nascosto tra le lamiere nel parcheggio del supermercato. No, non apra gli occhi, davvero, mi dia retta, si fidi. Voleva che le raccontassi come sono andate le cose io lo faccio, ma lei mi deve ascoltare, ad occhi chiusi. Michele, mio figlio, quello grande, 8 anni, non sta mai dove deve stare. Mentre carico i sacchetti della spesa in macchina, con Giovanni, quello piccolo, 6 anni, che cerca di scartare un pacchetto di caramelle, lui girella nel parcheggio. – Michele, vieni qui – gli urlo. – Mamma, c’è un sacco, con delle cose – mi risponde. – Michele vieni qui! – urlo più decisa. – Mamma, vieni a vedere – mi risponde. Prendo Giovanni per mano e vado a vedere. Come sempre. Penso che bisogna sempre andare a vedere quando tuo figlio te lo chiede. Non per viziarli, non è questo. Uno decide di fare un figlio e questo figlio ha diritto ad avere risposte e attenzioni. Così la penso. Le fa caldo? Lo so, ci vuole del tempo ad abituarsi. Dove ero rimasta? Dentro il sacco, nero, sotto le lamiere, ci sono dei pacchetti di plastica trasparente pieni di polvere bianca. – O mio dio, ma è droga – penso, mentre nella mia testa appaiono quei filmati che fanno vedere al telegiornale quando la polizia sequestra quel genere di cose. – Che cos’è, mamma? – mi chiede Giovanni. – Non lo so – rispondo, mentre mi guardo intorno, nel parcheggio deserto. Penso che a volte ai figli non gli si può dare delle risposte oneste. E’ difficile, doloroso anche, ma non si può. Almeno non quando si trova della droga. Faccio tutto senza pensare, senza riflettere. Prendo il sacco nero. Dico ai miei figli di salire in macchina. Trascino il sacco, pesa, lo metto insieme alla spesa. Guido fino a casa. Scarico la spesa, tutta. Dico ai mie figli – Scendiamo al mercato, ho dimenticato di comprare una cosa. – Ci fermiamo da Lélé? – mi chiede Michele. – Ci fermiamo da Lélé – gli rispondo. Quando gli ho chiesto se poteva salire un attimo a casa mia mi ha guardata a lungo, Lélé, mi ha guardata con quegli occhi neri orlati di bianco in mezzo a quel mare nero che è la sua pelle. Mi guarda a lungo. Finché non dico: – Lélé, ti prego. Non ho nessun altro a cui chiedere aiuto. Ed era vero, è vero. So che è difficile da capire. Comunque. Lascia la sua bancarella al vicino. Mi segue silenzioso fino al mio appartamento, fissando intensamente qualcosa a terra, probabilmente le sue scarpe. Rimane zitto, in piedi, inquieto, in mezzo al salotto. Io mando i bambini in camera loro e vado a prendere il sacco nero, lo trascino, pesa, rovescio il contenuto sul pavimento, ai piedi di Lélé, che cambia faccia. In un attimo. Si china. Apre uno dei pacchetti di plastica. E fa come nei film. Lo apre, ci mette un dito dentro e poi mette il dito in bocca. E’ stato in quel momento che ho pensato che qualunque cosa sarebbe successa doveva essere come in un film. Subito dopo dice: – Signora Caterina, questa è cocaina. Ed è pura. Purissima. E io dico, senza riflettere: – Quanto vale? Lélé si alza. Riesce a vederlo? E’ importante. – Signora Caterina, questa non è una cosa che ha a che fare con lei. E nemmeno con me. La prego. Butti via tutto. E rimane lì. – Lélé. – Non è una cosa buona. Non è per niente una cosa buona. – Lélé. – Signora Caterina. E’ una cosa più grande di lei, e di me. Butti via tutto. Io sospiro, lentamente. Sono esausta. Come se in poche ore la mia testa avesse lavorato più che in tutta la

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