Arrotolo l’ennesima sigaretta, che fumerò a metà. Nauseata più dal gesto che dal sapore, o dalla sensazione di catrame aggrappato ai polmoni. È un’altra giornata senza fine, ragazza mia, un’altra giornata passata a tergiversare, attraversata cercando altro da non fare pur di non. La bottiglia è aperta, basterebbe appoggiarci le labbra, tirare indietro la testa e lasciar scivolare in gola qualcosa che conosco bene. Ma non è più tempo nemmeno per questo, la mente annebbiata e svegliarsi la mattina con il sapore del fegato sulla lingua. Spengo la sigaretta a metà. Fuori sta facendo buio. Come ieri del resto, e poi domani. Mi si spezza il fiato. Qualunque cosa io decida di fare stasera. Non c’è immagine nitida e reale di me domani, che io resti qui, ad arrotolare sigarette da fumare a metà, o che decida di alzarmi da questa sedia per uscire, per andare. Qualcosa si è rotto. Mille piccoli pezzi indistinguibili l’uno dall’altro. Mi alzo, faccio pace con la bottiglia. Sento ancora dolore. Sono stanca. Sorrido alla mia immagine riflessa nel vetro della finestra. Se sorridere è questa leggera flessione verso l’alto dell’angolo destro della mia bocca. Do un altro bacio alla bottiglia. La fracasserei contro il muro, non fossi stanca anche di questi gesti violenti che non mi lasciano più niente. I primi tempi funzionavano. Per un attimo, breve ma vitale, il corpo tornava leggero e la mente, per un attimo lucida. Libera. Libera di guidare i pensieri, di dirigerli. Libera di perdersi. Mi scuoto. Lascio andare gentilmente la bottiglia sul ripiano della cucina. Arrotolo un’altra sigaretta, apro la porta, esco in giardino. Ho deciso. Questa la fumo tutta. Un tiro alla volta. Mi siedo sul gradino di cemento, faccio una smorfia. E mi prendo la testa tra le mani, vorrei strapparmela dal collo e lanciarla lontano. Lascio la presa, infilo la sigaretta in bocca, l’accendo, aspiro, trattengo il fiato. Trattengo il fiato. Trattengo il fiato. Trattengo il fiato. Sputo aria e fumo, lentamente. Non c’è immagine nitida e reale di me domani, e nemmeno lacrime, adesso, che leniscano il dolore. Né gesti che assopiscano la rabbia, addormentino il corpo e la mente. Questa rabbia. Appoggio la tempia contro lo stipite della porta. Poi la allontano, e colpisco lo stipite. Piano. Mi scosto di nuovo, colpisco ancora lo stipite della porta. Più forte. Poi di nuovo. Ancora più forte. Resto immobile, e immagino di fracassarmi il cranio un colpo dopo l’altro. Non riesco a guidare i pensieri, non riesco nemmeno a crearli, a filarli nella mente. Potrei fracassarmi il cranio, sentire il sangue colarmi sul viso, sul collo. Riuscirei a sentire il suono secco dello schianto dell’osso prima di morire? La sigaretta si fuma da sola. Mi volto verso la cucina, verso casa. Sul tavolo il pezzo di carta e inchiostro risalta bianco in contrasto con il nero del tavolo. Mi alzo, entro in cucina, faccio un tiro e un altro po’ di catrame mi si aggrappa ai polmoni mentre afferro il piccolo pezzo di carta. Lo guardo. La calligrafia di Giulia è ordinata, come sempre. Mi domando come abbia fatto, che giri sia riuscita a scardinare per farmi ottenere queste quattro, cinque parole di inchiostro blu. Quando le ho detto che forse mi sarei sentita meglio se avessi potuto almeno ferirlo il suo viso ha fatto una pausa. Non ho aggiunto altro, ho lasciato navigare nella birra che mi aveva offerto quel laconico potessi almeno ferirlo. Ferirlo. Colpirlo. Forse. Ma sono solo pensieri. Sono solo visioni distorte. Immagini che si fanno e si disfano nella mia testa. Colpirlo. Ferirlo. Lui. Tutti. E Giulia ha capito. Due giorni fa mi ha chiamato. L’ho trovato, mi ha detto. Ho l’indirizzo, passo a lasciartelo. E io adesso devo solo fare una scelta. Cammino, avanti e indietro, poi verso destra, poi subito verso sinistra, poi di nuovo indietro. È un male senza tregua, senza cura. Vago. E il mio corpo, tutto, mani, braccia, gambe, ventre, vaga. Sbando, nessun luogo per me. Nessun luogo. Nessun domani. Dolore. Perdita. Vuoto. Assenza. Colpa. Rabbia. Qualcosa si è rotto. E il pezzo di carta è qui, accartocciato nel palmo della mia mano. Un indirizzo, una destinazione da inserire nel navigatore. Io non lo volevo neanche. Mi hai convinta tu. Tu. Non più. La bottiglia. La tocco. Il pezzo di carta. Lo stringo. In mano, cosa ho? Strazio. Infinito, interminabile strazio. Strazio, strappare, scarnificare. Sono qui. Straziata. Strappata. Scarnificata. Devo muovermi. Se resto immobile sono statua di sale. Sono vittima. Mi muovo, cambio stanza, cambio luogo. Poso lo sguardo su altri oggetti, ma mi incidono il cuore. Vorrei essere cieca. Sorda. Muta. Cambio ancora, cammino come avessi una meta. Uno scopo. Ma il mio scopo è fuori da qua. Il mio scopo è fuori da qua. Perché. Se io ti restituisco ciò che mi hai lasciato, smetto di sopravvivere e ricomincio a vivere? Se ti lego, e ti torturo, e ti ferisco, mi libero del cemento che mi pesa nel ventre? E se ti strappo le unghie, se ti spezzo le dita, se ti cavo gli occhi, io dopo. Io, dopo, posso avere un domani? Ma non è a te che penso, e nemmeno a me. Penso a lei. Lei. Lei. Occhi verdi. E se ti ammazzo, se lascio che il sangue ti scivoli via, lei non torna ma io? Io torno? Cazzo. Non riesco. Non riesco a centrare il pensiero. Morte chiama morte. È questione di equilibrio. Assenza presenza. Sono di nuovo immobile. Non me lo posso permettere. L’immobilità genera pensieri pesanti, monolitici. Che sedimentano e non permettono la giusta riflessione. So dove sei. Devo solo venirti a prendere. Venirti a prendere. Vengo a prenderti. Non te lo aspetti. Non sai. Le conseguenze del tuo gesto sono arrivate fino a dove uno come te nemmeno sospetta che si possa giungere. Questa è la prima cosa per cui verrai punito. L’ignoranza. Vengo a prenderti. Apro la porta ed esco in strada. Salgo in macchina, infilo le chiavi nel quadro, metto in moto. E