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Tag: dolore

come piombo

vuoto solido compatto piombo nebbia umida melmosa rete inciampo cado non mi alzo inutili schegge flebili non riesco più posso solo ricordare stanze e strade e persone movimenti desideri visioni costruzioni per poi restare senza fiato e male alle mani male al cuore e la paura non vedermi più con quello sguardo quel respiro quella gioia quel sentirmi sulla cima quel sentirmi in mezzo al mare barcollo non penso non posso pensare se penso sbatto contro il vuoto solido compatto come piombo faccio un passo so farlo so fare anche quello dopo ma poi trovo il vuoto solido compatto piombo respiro mi dico va bene mi dico doveva andare così ma non doveva andare così non sono capace sono stata capace non sono capace abbastanza dove ho sbagliato cosa ho sbagliato faccio un passo faccio un pensiero non respiro blocca aria blocca corpo sono ferma immobile senza memoria senza come si fa paura cosa amo come si fa riconoscersi caos codifica come si fa mi salta un battito salto mi scattano i nervi scuoto la testa le gambe le braccia nebbia silenzio spasmi dolore buio silenzio spasmi dolore buio silenzio spasmi dolore buio silenzio spasmi dolore buio silenzio spasmi dolore buio lascio andare cancello non penso muscoli contratti corti atrofizzati incapaci incapace le ho perse non le ho tenute strette sono scivolare nella nebbia melmosa rete acido ovatta spilli sotto le unghie fatica ossessione perdita se allungassi una mano se smettessi di pensare respirare guardare assaggiare sognare gesti interrotti pensieri ignobili fallimento pigrizia parole senza parola silenzio vuoto solido compatto piombo nebbia umida melmosa rete inciampo cado non mi alzo di nuovo un’altra volta non esco non si esce non si può uscire stessa strada avanti indietro febbre delirio apnea isterica trottola scarica pietosa impietosa disperata cercare sassi biglie pietre un luccichio una finestra una luce una parola uno sguardo una frase un colore un odore come prima come sempre come sarebbe dovuto essere mi aggrappo sorrido parlo vivo cerco non trovo insisto mi ignoro passo oltre passo altrove ballo vivo cerco non pensare non pensare non pensare lascia andare non è niente sassi biglie pietre un luccichio una finestra una luce una parola uno sguardo una frase un colore un odore come prima come sempre come sarebbe dovuto essere non questo vuoto solido compatto piombo

Come un corpo che sparisce e lascia i vestiti accasciati a terra.

Questo. La fitta di dolore che mi toglie il fiato. Lo schiaffo ripetuto, quando meno me lo aspetto, che mi fa lacrimare. La sensazione che mi stacca da me, che fa saltare in aria la stabilità. Che mi fa morire di paura. Che mi impedisce il movimento, il pensiero, il semplice ragionamento quotidiano. Questo. Come un corpo che sparisce e lascia i vestiti accasciati a terra. Da qualche parte, ad un certo punto, devo aver commesso un errore. L’errore. Lo sbaglio.

(non) recensioni di libri

Stati di grazia – Davide Orecchio – una (non) recensione

[…] È colpa dei soprusi, della guerra per la vita, dell’ozio negato, della penuria, dell’insussistenza, dello squallore, dei rapporti di forza, delle classi, dei dipartiti che bussano sulla memoria oppure la scorticano. Quanto pesano fatica e schiavitù? Perché ha viaggiato fin qui, se ora prende nuovi ordini? In Sicilia era servo sottoterra, adesso lo è sotto il sole: cambia la luce e nient’altro. Spiegami cosa sarebbe questa felicità si domanda e risponde: Non «cosa», ma «dove»: abita con noi, striscia nell’orto, dorme sotto la brace. È qui, l’abbiamo portata assieme a tavolo e brande. Non la vedi? Non la vede. Resta triste. Non si fa una ragione e odia tutto quel vero. Odia il dominio, le angosce nel corpo. Tiene lo sguardo tra i rovi. Non è diverso da quello che era. […] Stati di grazia di Davide Orecchio, pubblicato da ilSaggiatore, è molto ma molto di più di questa citazione. Molto ma molto di più. Quella scritta qua sopra è solo una goccia, è solo una delle mille parti di questo libro che avrei potuto scegliere come inizio di questa (non) recensione. Stati di grazia è scrittura e Scrittura, una storia e una Storia. La Storia. Anche, in un certo senso. Stati di grazia è un viaggio per mano alle protagoniste e ai protagonisti, un viaggio che non saprei definire perché in fondo sto scrivendo di questo libro ma mi mancano le parole per farlo. Forse perché di parole, belle, giuste, precise, dosate, scagliate, appoggiate, urlate, sussurrate, scelte, allineate, compatte, giù come un’onda anomala inarrestabile questo libro ne è pieno, pieno zeppo. Pieno di parole, di virgole e di punti. Punti, soprattutto. Un’onda anomala potentissima e dolcissima, spaventosa e reale. Dicevo, un viaggio. Un viaggio umano e doloroso. Un viaggio forte e rabbioso. Come è la Storia, umana, dolorosa, forte e rabbiosa quando la si guarda da dentro, quando la si guarda per mano a qualcuno. Ma mi fermo qua, perché in fondo sto scrivendo di questo libro ma mi mancano le parole per farlo. Mi mancano sempre, le parole, quando un libro me ne regala così tante. Stati di grazia Davide Orecchio ilSaggiatore p. 309 collana La cultura

Inchiostro nero

Dolore, occhi. Sapore amaro, cecità dei sensi. Persa. La noia, la solitudine. Smarriti, i punti di riferimento. Sospiri, sospiri. Immagini, l’inafferrabilità. La noia, il rumore del mare assente. Lontano. Ansia, nei passi incerti. Confusione, sovrapposizione. Dolore, le ossa. La porta, la chiave. Alla cieca, movimenti. Ansia, desiderio. Dormire nell’inchiostro nero. Il senso perso della continuità. Smarrimento, assenza. Dolore. Strati. Spifferi, malattia. Parole, disordine. Ferite aperte, cicatrici. Il pensiero occluso. Freddo. Luce artificiale sul foglio. Inchiostro nero, dita, mano, corpo. La strada in salita. Vado avanti, le scale. Il nulla. Freddo sotto i vestiti. Freddo, nella pancia. Sospiri, assenza. Parole di inchiostro nero, nel freddo e nel grigio dell’assenza, nel vuoto che si crea. Nel dolore dell’ansia. Nell’ansia della confusione. Impasto, misto. Freddo, viscido. Il senso, la direzione. Parole sbagliate, concentrazione vertiginosa. Aria nei polmoni, freddo nella pancia, sotto i vestiti, nell’inchiostro nero sul foglio bianco, nelle parole sbagliate. Nell’ansia dell’assenza, nell’assenza di direzione. Nella perdita del senso. Parole. Parole. Granito, cemento, pesante il corpo. Freddo, sulle dita intorno alla penna che sputa inchiostro nero per colmare l’assenza, per riempire la distanza. Il vuoto vertiginoso. La cecità dell’anima nella luce artificiale, nell’ansia grigia. Attimi. Ripristino. Ricerca. Procedimento a spirale, labirinto vertiginoso. Inchiostro nero come briciole, nastri rossi legati ai rami. Uscire dal labirinto, tra gli applausi.