inQuiete, festival di scrittrici a Roma 2020

Sabato 24 e domenica 25 ottobre 2020, al cinema Avorio e in diretta streaming, si è svolto inQuiete, festival di scrittrici a Roma. Quest’anno in edizione speciale, con il titolo Corpi e Spazi.
Un’edizione speciale, un’edizione immersa nella pandemia.

Ho seguito dallo schermo del mio computer, sigarette, caffè, cuffie, un po’ sul divano, un po’ alla scrivania, prendendo appunti, tutti gli appuntamenti che uno dopo l’altro hanno costruito questo momento di condivisione e riflessione. Nonostante la distanza, nonostante lo schermo. Nonostante la consapevolezza che quel cinema, in quei due giorni, non avesse un pubblico in presenza.

Non mi ero resa conto di quanto avessi bisogno di un’immersione in un immaginario di parole e in una sguardo femminista finché domenica sera, alla fine dell’ultimo appuntamento, non ho spento tutta quanta la tecnologia e mi sono ritrovata a tirare un lunghissimo, liberatorio, inaspettato, sospiro di sollievo.
Quindi, prima di tutto, grazie. Alle organizzatrici, alle ospiti, e a tuttǝ quellǝ che hanno reso possibile l’edizione 2020 di questo Festival.

Corpi, Spazio. Corpi nello spazio della pandemia.

Alcune suggestioni, in ordine più o meno sparso. Quelle che seguono non sono parole parole mie, sono le parole inQuiete che mi sono rimaste più impresse. Perché non ci avevo pensato e mi hanno aperto una porta, perché le pensavo ed è bello sentirle dire anche da altre. Perché mi hanno fatto sorridere, perché mi hanno presentato artiste che non conoscevo.

Si è parlato di cura, della tossicità che può assumere quando declinata esclusivamente al femminile, quando le donne si trovano costrette a ri-diventare solo madri, all’interno delle mura domestiche, rinunciando al fuori, che sia un fuori lavorativo o un fuori di relazioni.
E del rischio del vuoto lasciato da queste relazioni fisiche che restano chiuse fuori dalla porta di casa.

Di questa pandemia che ha palesato quanto ci sia bisogno di questa invocata cura, e dell’inadeguatezza del sistema politico che non è stato in grado di rispondere.

Si è parlato di corpi che diventano confini, di corpi vulnerabili non tutelati nel contesto pubblico, nel contesto di un semplice viaggio da una città ad un’altra.

Della vulnerabilità e della fragilità.
Dell’oblio della vulnerabilità, della tendenza a nasconderla e a rimuoverla che ci ha portati qui e ora in questa nuova e complessa realtà.
Della necessità di affrontare questa complessità e di trasformala, anche attraverso l’attenzione al linguaggio, alle sue trasformazioni e all’uso che se ne fa. E conservare quello buono e rigettare quello cattivo.

Durante inQuiete si è parlato di desiderio, di editoria, di scrittura, dello sfondare muri e soffitti di cristallo, di territori selvaggi e distopie estranianti, di forme di pecorino e cammini di Santiago sentimentali, di Virginia Woolf, di Margaret Bourke White, e il domandarsi se il ritirarsi e il non dire non siano comunque una forma di posizionamento. Di Maria Lai e Simone de Beauvoir. Di calze di cotone e di senso di responsabilità. E di tantissime altre cose, tantissime altre suggestioni e traiettorie. E in collegamento con il Canada, il Cile e il Messico.

Potete rivedere gli incontri sul sito di inQuiete a questo link, oppure sul canale yuotube del festival a questo link.

Fatelo, date retta a me. Che vi fa bene.

inQuiete

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