Elogio del margine – bell hooks – cit.

[…] Aspetto che siano loro a svelarmi la natura e l’intensità della loro resistenza e a spiegarmi come siano riusciti a rinunciare al potere di agire come colonizzatori. Aspetto che diventino testimoni, capaci di raccontare. Affermano che il discorso sulla marginalità, sulla differenza, è andato oltre la discussione sul «noi e loro». Ma non dicono come ciò sia accaduto. Questo scritto è una risposta dallo spazio radicale della mia marginalità. Uno spazio di resistenza. Uno spazio che ho scelto.

Aspetto che smettano di parlare dell’«Altro» e che la finiscano di ripetere quanto sia importante parlare di differenza. Importante non è soltanto ciò di cui parliamo, ma anche come e perché decidiamo di parlare. Spesso questo discorso sull’«Altro» è anche una maschera, un parlare oppressivo che nasconde vuoti e assenze, quello spazio dove le nostre parole prenderebbero corpo se fossimo noi a parlare, se intorno a noi ci fosse silenzio e soprattutto se noi ci fossimo. Questo «noi-soggetto» è quel «noi-oggetto» nei margini del «noi e loro», quel «noi-soggetto» che abita lo spazio del margine inteso non come luogo di dominio, ma di resistenza. Entrate in quello spazio. Spesso questo discorso sull’«Altro» annulla, cancella:

«Non c’è bisogno di sentire la tua voce, quando posso parlare di te meglio di quanto possa fare tu. Non c’è bisogno di sentire la tua voce. Raccontami solo del tuo dolore. Voglio sapere la tua storia. Poi te la ri-racconterò in una nuova versione. Ti ri-racconterò la tua storia come se fosse diventata mia, la mia storia. Sono pur sempre autore, autorità. Io  sono  il colonizzatore, il soggetto parlante, e tu ora sei al centro del mio discorso».

Stop. Noi vi celebriamo come liberatori. Questo «noi-soggetto» è quel «noi-oggetto» nei margini del «noi e loro», quel «noi-soggetto» che abita lo spazio del margine inteso non come luogo di dominio, ma di resistenza. Entrate in quello spazio. Il mio è un invito deciso. Vi scrivo, vi parlo, da un luogo ai margini, un luogo dove io sono diversa, dove vedo le cose in modo differente. Sto parlando di ciò che vedo.

Parlare dai margini, parlare nella resistenza. Apro un libro. Nella quarta di copertina leggo: mai più nell’ombra. Un libro che suggerisce la possibilità di parlare da liberatori. Solo chi parla e chi rimane in silenzio. Solo chi vive nell’ombra – ombra in un corridoio, spazio in cui le immagini delle donne nere sembrano non aver voce, spazio in cui le nostre parole sono invocate per servire e aiutare, spazio della nostra assenza. Solo fragili echi di protesta.

Noi siamo state ri-scritte. Siamo «Altro». Siamo il margine. Chi parla e a chi. Dove collochiamo noi stesse e i nostri compagni.

Costretti al silenzio. Temiamo chi parla di noi, chi non parla a noi e con noi. Sappiamo che cosa significa essere costretti al silenzio. Certo, sappiamo che le forze che  ci hanno fatto tacere, poiché non hanno mai voluto farci parlare, sono ben diverse dalle forze che dicono: parla, raccontami la tua storia. Unica condizione: non parlare con la voce della resistenza. Parla soltanto da quello spazio al margine, che è segno di privazione, ferita, desiderio insoddisfatto. Racconta solo del tuo dolore.

Elogio del margine-Scrivere al buio
bell hooks, Maria Nadotti
TAMU EDIZIONI

Elogio del margine - bell hooks
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