di personaggi e letteratura

Di personaggi e letteratura


La tartaruga Clementina. Avevo sei anni, mi ha insegnato la libertà e l’autodeterminazione. Credo sia l’inizio della mia strada femminista attraverso i femminismi.
Jo March, la soffitta e il suo manoscritto.
Clara del Valle Trueba, quei quaderni. E quel suo silenzio.
Guido Laremi, perché rompe il vetro.
Q, perché è immenso.
Modesta. Con lei ho nominato parti di me che erano rimaste senza nome. E ho visto frammenti del mio futuro.
Mia, la sirena. La mia parte feroce.

La moglie del medico. Il principe Lev Nikolàevič Myškin. Josefina la cantante. Bernadette Bernardin.

Potrei andare avanti all’infinito.
Sgranare uno dopo l’altro i nomi e le sfumature dei protagonisti e delle protagoniste dei libri che ho letto. Ma anche dei personaggi secondari, ammesso e non concesso che lo siano, secondari.

I personaggi dei libri che abbiamo letto.
Costruiamo delle relazioni con loro.  A volte eterne. A volte di amore, a volte di odio, a volte di distanza, di fascinazione.
Parlano, si muovono, vivono. Inciampano. Vincono, perdono. Non partecipano. Camminano, amano. Restano, resistono. Attraversano mondi e universi. Gridano.
Incarnano idee, trame intere.
Una sola parola può stare e vivere e respirare in un personaggio.
Li seguiamo. Ridiamo con loro, piangiamo con loro. Sentiamo caldo e freddo. Li guardiamo per trovarci qualcosa di noi, li guardiamo perché non siamo noi. Li cerchiamo perché potremmo essere noi. Li guardiamo perché parlano di una parte di noi che non vogliamo né vedere né nominare. Impariamo da loro. Viviamo in loro. Ci sfamiamo con i loro appetiti. Veniamo travolti, investiti, spaventati, affascinati dalle loro follie. Vediamo i loro difetti, le loro presunte deviazioni. Le loro presunte perfezioni. Sono quello che vorremmo essere, sono quello che abbiamo paura di essere. Danno un corpo e un respiro alla mediocrità, al coraggio, alla forza, alla potenza, al desiderio, alla cattiveria, alla passione. Ci mostrano i lati ammaccati e per questo amabili dell’essere umano. L’anomalia, il difettoso. Sono veri, sono vere. Reali. Ci spaventano. Sono la gioia, sono il dolore, sono la paura, sono la perdita. Vanno a scavare lì dove noi non riusciamo ad andare. Provano emozioni lì dove noi abbiamo solo silenzio.
Dicono cose che non sapevamo di pensare, dicono cose che ci eravamo dimenticati di pensare. Dicono cose a cui non vorremmo più pensare. Spalancano mondi sconosciuti. Ci prendono per mano. Ci accarezzano, ci sussurrano segreti all’orecchio. Ci spintonano. Ci rifiutano, ci graffiano. Ci fanno ribrezzo, ci portano sull’orlo dell’osceno. Disturbanti. Ci confortano, ci consolano. Rimangono impressi nella memoria e a volte non sappiamo neanche perché. Pensiamo di averli dimenticati. Ma sono lì. Riaffiorano. Perché li abbiamo incrociati, conosciuti. Vissuti. E ci hanno cambiato. Li attraversiamo quasi fosse una catarsi. Li piangiamo se muoiono. Li detestiamo quando si allontanano. Ci mancano quando non tornano. Per l’ampiezza di un romanzo russo o il battito di un paio di pagine di un racconto. Ma esistono. Li abbiamo visti, le abbiamo viste. Esistono, ci abbiamo parlato.
Abbiamo imparato che non possiamo restare in un guscio, nel guscio che qualcun altro ha costruito per noi. Abbiamo intravisto il nostro più grande desiderio. Sappiamo mantenere le promesse, soprattuto quelle fatte a noi stesse. Abbiamo rotto il vetro e capito quanto sia fondamentale farlo. Abbiamo toccato l’animo umano possibile. Ci siamo viste in un futuro costruito sulla decostruzione del presente. Ci siamo salvate strappando la carne.

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in ordine di apparizione,

– Arturo e Clementina, Adela Turin e Nella Bosnia (dalla parte delle bambine)
– Piccole donne, Louisa May Alcott
– La casa degli spiriti, Isabel Allende
– Due di due, Andrea De Carlo
– Q, Luther Blissett
L’arte della gioia, Goliarda Sapienza
– Sirene, Laura Pugno– Cecità, José Saramago
– L’idiota, Fëdor Dostoevskij
– Josefine la cantante, o Il popolo dei topi, Franz Kafka
Le catilinarie, Amélie Nothomb



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