Altra – un racconto

Questo testo è lo specchio di Ghita. Come Ghita e Rita fa parte del famoso testo a cui sto lavorando.

So, in un secondo, che è di vitale importanza che il mio sguardo resti nel suo sguardo. Non sbatto le palpebre, non cambio espressione. Sto nel suo sguardo, ci precipito dentro. So, in un secondo, che quello che devo fare è restare. Qui e ora, nel suo sguardo.
Resisto all’impulso, di uscire, precipitarmi sulle scale, precipitarmi in strada, sfondare la porta, trascinarla fuori. I muscoli si fanno cemento per trattenere lo scatto. Resto. In primo piano mentre lo sfondo si sfalda, sto. Nel suo sguardo, che mi si aggrappa al petto, mi scivola fino alla pianta dei piedi, radicati al pavimento.
So, che all’improvviso il suo viso si contrare. So, che volta di scatto la testa, che chiude la tenda.
So, che mi lascio andare sul pavimento, che torna lo sfondo mentre il mio corpo precipita a terra, il cemento si fa segatura. So, che rimango sfatta sul pavimento. Molle, sfinita.

C’è una parola che possa descrivere uno sguardo che non è paura e che non è angoscia, che non è resa e che non è assenza, che non è dolore e non è vergogna, che non è rabbia e non è odio ma è tutte queste cose insieme?
E c’è una parola che possa descrivere il restare in uno sguardo che è tutte queste cose insieme?
Mi alzo, apro la finestra. Come quella sera. Fa caldo, anche stasera come un anno fa. Faccio entrare l’aria fresca. Come quella sera. Faceva caldo e volevo aria fresca, su di me sulla casa sudata.
Torno sdraiata su letto, le mani intorno all’ombelico che si alza e si abbassa.
Ci sono storie che devono essere raccontate.
Chiudo gli occhi.
Esistono quelle parole?
Apro gli occhi, fisso il soffitto e guardo oltre.
Narrare uno sguardo senza poterlo nominare, narrare lo stare in quello sguardo senza poterlo nominare.

So, che quando riesco ad alzarmi dal pavimento il tempo è scivolato sotto la porta della mia camera senza fare rumore. Vado in bagno, metto i polsi sotto all’acqua fredda. Non mi guardo nello specchio, non ho spazio per guardarmi, parlarmi e non riconoscermi.
So che vado a letto, affronto le lenzuola in uno stato di disordine che sbatte contro le tempie. Mi addormento.
So che quando mi sveglio la mattina dopo sono dentro al suo sguardo, sono dentro al disordine. Mi alzo, vado alla finestra, lei non c’è. So che incrocio le braccia, che scuoto la testa per mescolare i pensieri e gettarli sul tavolo in una nuova combinazione. E poi un’altra, poi un’altra ancora. Il cellulare squilla sul comodino, mi muovo. È mia madre, allora rispondo. Ciao mamma. Ciao tesoro. Silenzio. Non hai ancora bevuto il caffè? No. Allora ti richiamo dopo, o magari ti chiama papà. Va bene. Ciao. Ciao. E poi sono di nuovo alla finestra, e lei non c’è. I muscoli si fanno nuovamente cemento. Resisto all’impulso. Scuoto la testa. Una volta, due volte, un’altra volta.
Precipito in quello che ho visto.
Ma vedere non è il verbo giusto.
Chiudo gli occhi.
So, che devo muovermi piano.

Sdraiata sul letto, intreccio le dita delle mani. Guardo ancora oltre il soffitto.
Non credo che esistano quelle parole. Né l’una, né l’altra.
Mi ricordo tutto, però, in ogni più piccolo è trascurabile dettaglio.
Per questo, forse, devo raccontare questa storia. In ogni suo più piccolo e trascurabile dettaglio. Partendo da quello sguardo. Dal precipitare in quello sguardo. Anche se non so come si dice né l’uno né l’altro.
Perché so che non sarò mai più come ero prima. E forse anche per questo devo raccontare questa storia.
Perché ci sono storie che devono essere raccontate, in un modo o nell’altro.
E questa è una di quelle.
Tutto quello che è successo, tutto quello che ci è successo. Come due pesci in un acquario, ognuna dietro alla sua finestra.
Il suo sguardo, io che ci precipito dentro.
E che scelgo. Io che so senza sapere come.
Io che so, che è di vitale importanza muoversi piano. Io, che l’ho vista, un’ombra, distrattamente, perifericamente l’ho visto entrare e sparire nel portone un attimo prima.
Io, che scelgo.

So che devo muovermi piano. Ho portato la poltrona dal salotto alla mia camera dal letto. L’ho messa vicino alla finestra, insieme al comodino. Ho chiamato in ufficio. Mi prendo qualche giorno di ferie. Tutto bene? Sì, ho delle urgenze familiari da gestire. Se abbiamo bisogno posso farti fare delle cose da casa? Certo. Grazie. Ciao. Ciao.
Poi mi siedo. Appoggio la testa contro la poltrona, sento il mio corpo. Aspetto. Mi lego i capelli. Mi alzo, mi faccio un caffè. Leggo un libro. L’ultima volta che alzo la testa e guardo fuori dalla finestra convinta di non vederla, come tutte le altre volte, lei è lì.
Mi alzo, la guardo. Mi guarda. Bevo un sorso di caffè. Ormai è freddo. Quasi non respiro. Piano. Inclino la testa, leggermente. Anche lei lo fa. Sorrido, piano. Anche lei sorride, sospesa. Incerta. Il viso immerso in un mare infinito di espressioni interrotte.
So, che devo muovermi piano. Muovo le braccia, le mani. Apri la finestra. Scuote la testa. Sorrido. Non importa. Mi dispiace. Non importa. Possiamo parlare? No. Resto qui? Sì. Così? Sì.
Tutto il suo corpo mi investe, mi si schianta addosso. L’indicibile peso di un corpo intrappolato. Pelle, ossa, sangue. Uno schianto. Precipito. Nell’urgenza, nella totalità. Senza un inizio e senza una fine. Tutto il suo corpo parla. E quello che dice è un fracasso assordante. Un battere e un pulsare, ripetutamente. Resto. Lo posso sopportare. È lei, non sono io.
Resto.

Sciolgo le dita delle mani intrecciate. Mi guardo le dita dei piedi. Nudi appoggiati sulle lenzuola. Ascoltare un simile fracasso muta il tuo essere in punti in cui non credevi si potesse accedere. Ascoltare un simile fracasso riscrive le certezze e le illusioni. Riscrive il senso profondo di quello che pensi di sapere. Un simile fracasso può sfondarti i timpani e lasciarti sorda. Ascoltare un simile fracasso strattona il tuo corpo e lo posiziona al centro esatto del conflitto.
Mi metto seduta e appoggio i piedi sul pavimento.
L’ho capito dopo, che al centro di quel conflitto c’ero sempre stata.

Di notte, a letto, il suo corpo mi schiaccia, mi schiaccia contro al materasso. La sua fronte sulla mia fronte, il suo seno contro il mio seno. La sua pancia respira contro la mia pancia. Le sue cosce contro le mie cosce. La sogno. Sono lei dietro una finestra chiusa. Dietro la tenda. Sono lei, sono io. C’è lei. Siamo noi due. Accanto, in piedi, non ci tocchiamo ma la sento respirare. Voglio parlare ma qualcosa mi chiude la bocca. Voglio muovermi ma qualcosa mi tiene le caviglie, e i polsi. Immobili, immerse. Vive. Vorrei voltarmi a guardarla ma qualcosa mi tiene la testa. Non voglio stare dietro questa tenda. Non dobbiamo stare dietro questo vetro. Voglio parlare ma qualcosa mi mastica la lingua. Voglio pensare ma qualcosa mi strangola il cervello. Voglio piangere ma qualcosa mi asciuga gli occhi. Mi muovo nel letto, stringo i pugni. Siamo io e lei.
La mattina dopo mi affaccio alla finestra e lei è già lì. Mi guarda, la guardo. Alza la mano, stringe una tazza, riesco a vedere il filo della bustina di tè penzolare da un lato. Le dico aspetta. Quando torno alzo la mia tazza. Appoggio la fronte al vetro. Mi guarda. Stai male? La guardo. Sto male. Mi dispiace. Anche a me. Dovresti provare a farti una doccia. Lui è fuori? Sì. Vieni qua. Non posso. Io sono qui. Lo so. Restiamo così ancora un po’. Sì.

Mi alzo, vado verso l’armadio e lo apro. Lo conservo, non so neanche perché. Una mattina sono uscita e sono andata a comprare un quaderno. Lo apro. E dentro c’è lui. Tutti i suoi movimenti. L’ora in cui usciva di casa la mattino, i giorni in cui rientrava a pranzo e quelli in cui non tornava neanche a cena. I giorni in cui usciva con la borsa della palestra. Avevo cominciato a cercare uno schema. Tutti hanno uno schema.
Anche lei ne aveva uno. Il giovedì mattina va a fare la spesa. Il sabato mattina dal parrucchiere.
Quando escono insieme lui la tiene stretta, il braccio intorno alla vita.
Rimetto il quaderno al suo posto. Torno a letto.
Sento tutto, ricordo tutto in ogni più piccolo e trascurabile dettaglio.

Un pomeriggio mi volto verso la finestra e lei è lì che mi guarda. Ride. Non so da quanto tempo è lì. Ma ride. Da un’ora mi sto provando tutti i vestiti che ho nell’armadio. È il compleanno di mio padre, ci porta a mangiare fuori, a me, mia madre e mio fratello. Non so cosa mettermi. È una cosa così stupida. Ma lei sta ridendo. Apro la finestra, prendo due paia di pantaloni, quelli su cui sono più indecisa. Li porto alla finestra, li tengo in alto, cerco di farli entrare tutte e due nel suo spazio visivo. Non ci mette molto a decidere. Mi indica quelli che tengo nella mano destra, sono di lino, blu. Larghi, freschi, comodi.
La guardo.
Mi guarda.
Sorride.

L’ho capito dopo che al centro di quel conflitto c’ero sempre stata. Ci siamo sempre. Anche quando non ce ne rendiamo conto, anche quando facciamo finta di niente. Anche quando ci diciamo io no. Anche quando non siamo noi, siamo sempre e comunque anche noi. Al centro del conflitto. Anche quando pensiamo di essere sane salve, anche quando diciamo io no. Nei passi, nei gesti. Negli sguardi. Nelle scelte. Anche quando non siamo noi a sanguinare, anche quando non siamo a non poter scegliere. Ci siamo sempre. Quando diciamo non è grave. Quando diciamo non importa. Quando sorridiamo perché qualcuno ce lo chiede. Quando non parliamo per non disturbare. Ci siamo sempre. Quando arretriamo. Anche quando ci diciamo e diciamo io no. Anche quando non siamo noi ad essere colpite, anche quando non siamo noi ad avere paura di respirare. Quando ci spiegano dove sbagliamo. Quando ci ignorano. Ci siamo sempre. Quando non restiamo nello sguardo. Quando ignoriamo il fracasso per non diventare sorde.

Quella mattina mi sveglio presto, prima del suono caldo della sveglia. Apro gli occhi e fuori non è ancora giorno.
Il mio è un movimento unico lento continuo ininterrotto.
Mi alzo non accendo la luce cammino scalza fino alla finestra la apro e poi apro le persiane. Quella sghemba e quella sana.
Il cielo è rosa, il celo è celeste scuro.
E lei è lì.
Io sono qui.
La guardo.
Mi guarda.
Mi tocco l’occhio destro.
Si tocca il livido.
Mi tocco la bocca.
Si tocca il labbro gonfio.
Mi tocco il collo.
Si tocca l’ombra scura delle dita di lui.

Chiudiamo gli occhi solo per un attimo.

Quando arriva da me non capisco nemmeno se posso toccarla. Stringe la sua valigia. Non riesco a pensare a niente. Mi avvicino, le dico ciao. Mi dice ciao. Le dico di mettere la valigia lì, sul divano. Le dico, dopo lo apriamo e facciamo il letto. Si siede accanto alla valigia, sfiora le lenzuola piegate con sopra il cuscino senza federa. Mi guarda, la guardo. Penso che mi devo muovere piano. Penso che a tutto il resto possiamo pensarci domani.

Muovo la gamba e con le dita dei piedi nudi sfioro i fogli e le buste.
Ghita mi scrive, mi scrive spesso.
È viva. E sta bene.

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