La Storia di Elsa Morante – (non) recensione

La Storia di Elsa Morante è un romanzo in cui si affonda, ad ogni pagina, sempre più giù, fino in fondo, possiamo toccarlo il fondo, insieme ai resti di un’umanità che è un coro, un grido, un lamento, rabbia, frustrazione, resa, coraggio, amore, voglia di vivere, desiderio, orrore. Coerenza, orgoglio. Carezze e bacetti.

È una mano che allarga la ferita aperta e mostra la carne viva, sangue, muscoli, tendini. E manifesta l’illusione perpetua delle rivoluzioni. È la descrizione del potere che alimenta, difende e replica se stesso.

La Storia di Elsa Morante è la denuncia spietata di uno scandalo che dura da diecimila anni.

È un oceano che si muove, che ribolle, che si placa e poi di nuovo si alza, si gonfia e sbatte. E lascia sul margine tra sabbia e acqua una verità e con questa verità la possibilità, e la necessità, di una scelta. Una soltanto, tra l’essere complice e il non esserlo.

La storia di Elsa Morante

È i corpi corrotti, sconci. La corruzione brutale. E gli sguardi, gli occhi in cui si imprime l’orrore.

È curioso come certi occhi serbino visibilmente l’ombra di chi sa quali immagini, già impresse, chi sa quando e dove, nella rètina, a modo di una scrittura incancellabile che gli altri non sanno leggere – e spesso non vogliono.

Le risate oscene. Il delirio che a volte circonda i disperati.

È Useppe, che arrivò addirittura a riconoscere una ttella in uno sputo.

Quell’essere minimo e disarmato non conosceva la paura, ma un’unica, spontanea confidenza. Sembrava che per lui non esistessero sconosciuti, ma solo gente sua di famiglia, di ritorno dopo qualche assenza, e che lui riconosceva a prima vista.

È Mariulina. E Santina, la fame che fa cadere i denti, la bruttezza, lo sfruttamento, la ricchezza e la povertà, l’ignoranza e la stupidità… per lei non sono né giustizia né ingiustizia. Sono semplici necessità infallibili, delle quali non è data ragione. Eppetondo. Quattropunte. I Mille e i Marrocco. Blitz, e Bella che possedeva una specie di memoria matta, errante e millenaria, che d’un tratto le faceva fiutare in un fiume l’Oceano Indiano. E Scimó, che da grande farà il ciclista.

I corpi senza nome, la folla, il brusio, le voci. Le strade di Roma, i colori e gli odori.

I sogni che salvano, i sogni che accecano, i sogni che confondono, i sogni che diventano troppo intensi. E la promessa di viaggio in America, con l’aeroplano. La sopravvivenza tra le macerie. La paura, atavica, endemica. Il ghetto, i partigiani, la resistenza. E la luna fresca, e nuda, come dopo un bagno. E una domanda, A ma’… pecché?.

È Nino, Ninnuzzo, Ninnarieddu, “i caporioni fra di loro se la intendono, sono tutti compari. E a me me fanno ride! Io sono il re dell’anarchia! Io sono il bandito fuorilegge! Io le sbanco le loro banche ahò! e i caporioni basta! io l’impero glielo sfondo alla faccia loro… Loro non lo sanno, a’ ma’, quant’è bella la vita!

E che me lo dài, un bacetto, a’ Usè?

La Storia di Elsa Morante è Ida Ramundo, vedova Mancuso.

Nei suo occhi a mandorla scuri c’era una dolcezza passiva, di una barbarie profondissima e incurabile, che somigliava ad una precognizione.

E i ricchi si nutrivano a spese dei poveri, i quali poi tendevano, a loro volta, a pigliare il posto dei ricchi, secondo la regola generale. Ma né fra tali ricchi, né fra tali poveri, aveva posto Iduzza Ramundo, la quale apparteneva, invero, a una terza specie. È una specie che esiste (forse, in via di estinzione?) e passa, né se ne dà notizia, se non a volte, eventualmente, nella cronaca nera.

È Davide Segre, intrappolato nell’inadeguatezza, nell’impossibilità, nella sconfitta inaccettabile. Nella lacerazione insanabile di fronte al ripetersi inquinato della Storia. Al riprodursi, all’infinito, del Sistema.

… per definizione è razzista… E per definizione deve produrse e consumarse e riprodurse attraverso le oppressioni e le aggressioni e le invasioni e le guerre varie… non può sortire da questo giro… E le sue pretese «rivoluzioni» si possono intendere solo nel senso astronomico della parola che significa: moto dei corpi intorno a un centro di gravità. Il quale centro di gravità, sempre lo stesso, qua è: il Potere. Sempre uno: il POTERE.

La Storia
Elsa Morante
Einaudi, 1974
pp. 667

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