blockmianotes

Tag: note di scrittura

sono fatta di piccole cose
notes

Sono fatta di piccole cose

Sono fatta di piccole cose. E questo, a volte, non aiuta. Mi piace bere grandi tazze di caffè mentre guardo fuori, magari con la fronte che ogni tanto si appoggia al vetro.Mi piace affondare il viso nel cuscino quando mi sveglio la mattina. Mi piace fumare in silenzio, senza fare altro, con i piedi appoggiati sulla scrivania. Mi piace annusare l’odore dell’inverno. Mi piace tenere le luci basse quando cucino, e mi piace la condensa che si forma sui vetri. Mi piacciono le penne con la punta fine e l’inchiostro nero. Mi piace piegare la biancheria e lasciarla impignata per un po’ sul letto. Mi piace annaffiare le mie piante grasse. Mi piace tirare fuori i libri dalle librerie e spolverarli con un pennello. Mi piace guardare mio padre quando legge e si arriccia i baffi con il pollice e l’indice. Mi piace il rumore che fa il lapis quando sottolineo le frasi di un libro. Mi piace come si appoggia una luce particolare, nel pomeriggio, sul pavimento e che risale fin sopra al divano.Mi piace camminare piano. Mi piace impastare l’acqua con la farina, senza uova, solo acqua e farina. Mi piace mettere a seccare i fiori e le foglie tra le pagine dei quaderni. Non dei libri, ma dei quaderni. Mi piacciono i dettagli. Mi piacciono le cose piccole. Mi piace la lentezza. Mi piace il pensiero senza una meta. Sono fatta di piccole cose. E questo, a volte, non aiuta. Perché là fuori, fuori dal mio piccolo mondo minuto, i dettagli sfuggono. E le piccole cose non trovano spazio. E nemmeno io.

note sul tempo
notes

Note sul tempo.

Immobile nel tempo. Nello scorrere implacabile. Snocciola i minuti che passano. Spalanca la finestra. I minuti scivolano per strada, sbattono contro gli alberi, rotolano sull’asfalto. Inesorabili. Vanno. Immobile di fronte all’inondazione. Sopraffatta. Ingoia la saliva, nel silenzio immobile incantata inerme. Se solo li potesse fermare, se solo potesse fermare l’inondazione. Fermare il tempo. Per dire tutto quello che non dice. Per gridare tutto quello che tace. Con i piedi a mollo nei minuti, salgono fino alle caviglie. Non si possono arginare.

scrittura
notes

fallimento

Fallimento. Indaga la parola con la punta della lingua, ne valuta il sapore. È sorpresa, non è amara come aveva sempre pensato. La parola fallimento è acida. L’annusa, ricorda qualcosa che è stato dimenticato ed ha iniziato a fermentare. Non a marcire. A fermentare. Cerca una corrispondenza, l’eventualità di una correlazione emotiva. Tocca l’idea con la dita, è molle. Umida. Sgradevole. La solleva, ne valuta il peso, la sposta dalla mano sinistra a quella destra. La lascia andare, la osserva. Si allontana, in apnea. Poi lascia andare anche il respiro, con più forza di quanto non si aspettasse.Fallĕre. Si volta a guardare i ricordi, nella memoria. Ingannare, ingannarsi, sbagliare.È andata così? Si tratta di questo?Cos’altro?Non riuscire, mancare d’effetto.Mancare il colpo.Potrebbe, sì. Potrebbe essere questo il punto. Ma non sa se le importa, non sa se le serve. Sapere, capire, spiegare. Spiegarsi. Trovare una corrispondenza emotiva. Dare un nome alla cosa. Alle cose. Ché forse non le importa più. Perché forse non le importa più pensare. Perché forse sta nel pensare l’inganno, lo sbaglio. È nel pensare che è iniziata la fermentazione, il fallimento. Perché forse il pensiero può ingannare. Allontanare. Manipolare.Perché forse il pensiero accudisce, e lenisce il conflitto. Lo sfibra, lo depotenzia. Perché forse pensare disarma il conflitto. E allontana la risposta. La manipola.Ma la risposta è lì.Perché forse il pensare ha solo prodotto pensieri consolatori e assolutori.Trattiene il fiato, gonfia le guance. Arriccia le labbra e soffia, soffia via tutto.Si lascia andare, all’indietro. Sul pavimento, immobile. Sprofonda, il corpo pesante lascia l’impronta.Immobile nell’impronta nel pavimento.Nel pensare per darsi ragione la cosa ha cominciato a fermentare.L’errore irrimediabile, l’inganno senza perdono. Il pensare che mente e disarticola la riflessione.Sprofonda, il corpo pesante. L’impronta sul pavimento.Il pensare che aggiusta l’orlo del vestito per non inciampare. E non chiama le cose con il loro nome. Criceto nella ruota. Passi in superficie senza mai affondare. Assoluzioni sommarie. E il tempo è andato perso, assoluzione dopo assoluzione, rimozione dopo rimozione. Criceto nella ruota. Passi in superficie senza mai affondare. Il corpo pesante nell’impronta sul pavimento sprofonda.E un pensiero si scarta, affonda il passo, si scuote, urla, preme. Cerca la profondità. Si divincola, scatta in avanti. Affonda il passo, cerca la profondità.Ma il corpo si alza, e non c’è impronta sul pavimento.L’inganno senza perdono.È andata così? Si tratta di questo? Altro in notes Si vede. Si guarda.Dovrei in questo strano momento.

scrittura
notes

Si vede. Si guarda.

Si vede. Si guarda. Vede come fa scivolare via i giorni rifiutandosi di dargli un senso, una prospettiva. Li lascia andare senza una traiettoria. Li accumula in un passato che si riverserà in un non luogo. Si guarda, mentre resiste alla quotidianità, mentre compie gesti automatici che sa essere funzionali ad un’aderenza alle cose appresa, automatica ed automatizzata. Si vede. Si guarda. Vede come attraversa i minuti senza pensarli, o pesarli in relazione alle ore. Vede come attraversa il tempo senza sapere come guardarlo, usarlo, sezionarlo. Assimilarlo. Ci passa attraverso, ad occhi chiusi. E non le resta niente addosso, tra i capelli, sulle dita. Lo attraversa.Si vede. Si guarda. Capisce che inizia a non riconoscermi, sospesa in superficie.Sulla superficie di questo tempo che si ripete senza proiezioni, senza aspettative.Senza immaginazione.Ecco.Si vede. Si guarda. In assenza di immaginazione, vede come attraversa il tempo senza corpo, consistenza. Senza peso, desideri. E il pensiero immobile, che non si proietta oltre l’ostacolo.Vede, le parole galleggiare. Sparpagliate, senza uno schema.Parole in assenza di immagini come corpi in assenza di gravità.Fa scivolare i giorni, ci passa attraverso. In assenza di architetture plausibili. In assenza di prospettive calcolabili. Verificabili. Immaginabili.Si vede. Si guarda.Ma non si parlo.In assenza di dialogo, senza corpo e consistenza procede in avanti.Aggrappata all’istinto. Altro in notes La mia scrittura in lockdown.Dovrei in questo strano momento.

scrittura
notes

La mia scrittura in lockdown

La mia scrittura in lockdown.La scrittura, la mia, che non riesce a seguire il pensiero. Il pensiero si è fatto scostante, irrequieto e mutevole. Il pensiero segue un tempo elastico, che si dilata e si contrae, in perpetuo movimento. Il pensiero è in perpetuo movimento, perpetuo mutamento. Non si riesce a fermarlo, non si riesce ad afferrarlo. Per poterlo osservare, per poterlo comprendere, per poterlo seguire.La scrittura, la mia, in questo tempo eccezionale, si è ritirata, in attesa.Perché il pensiero è troppo. Troppo irrisolto, troppo confuso, troppo sospeso, strappato, condensato, allargato.Troppo.Scrivere significa andare a fondo, immergersi e scavare, scavare sul fondo. Ma il pensiero si è fatto cavità insondabile.Rischio di rimanere senza ossigeno, cercando di raccontare questo tempo. Questo tempo folle, scandito dalle assenze, dalle sospensioni.Le parole si affollano, spingono. Le frasi si formano e si sfanno. Crollano a terra, tintinnano.Riuscire a narrare questo tempo eccezionale. Nell’assenza. Nel troppo pieno, nel troppo vuoto. Nella mancanza di immaginazione, di costruzione possibile. Le parole si affollano. Scappano, sfuggono. Urlano, digrignano i denti. Le frasi formano e si sfanno. Crollano a terra, tintinnano. Frammenti, disordinati e dispersi, si nascondono.Narrare questo tempo eccezionale, in quale forma, con quale voce. Con che registro. Con quali parole.Rabbia. Frustrazione.Desiderio. Frenetico. Implacabile. E corpo irrequieto. Intrappolato.La scrittura in lockdown. Il pensiero intrappolato. Il corpo intrappolato.Il tempo in lockdown.Attraversare i giorni, metterli insieme cercando un senso. Cercando il senso. Una direzione possibile, una possibile traiettoria.Di fuga. Di uscita. Di azione possibile.Di azioni possibili, gesti, percorsi, istanze.Ma il pensiero si sforma. Si dilata, si contrae. Si contorce, si dibatte sul fondo della cavità insondabile. Irrequieto e mutevole, in perpetuo movimento. In perpetuo mutamento. Altro in notes pensieri in quarantenaaltri pensieri in quarantena, altro giro altra corsa

quarantena
notes

altri pensieri in quarantena altro giro altra corsa

altri pensieri in quarantena altro giro altra corsa Venerdì 18 giugno 2010 Pensare, pensare Penso che nella società di oggi manchi la filosofia. La filosofia come spazio, luogo, metodo di riflessione, che potrebbe non avere un obiettivo specifico, come la scienza, che avanza per raggiungere gli obiettivi. Ci manca la riflessione, il pensiero, abbiamo bisogno del lavoro del pensiero e mi sembra che, senza idee, non stiamo andando da nessuna parte. José Saramago Oggi parto da questo.  Dalla necessità di articolare un pensiero che provi ad uscire da questo tempo in stallo, da questa immobilità fisica e sociale. Da questa immobilità politica. Ragionare, articolare il pensiero, porsi in modo critico rispetto a questa gestione calata dall’alto non significa negare l’esistenza dell’emergenza sanitaria.  Significa non affidarsi ciecamente al potere, significa restare vigili, significa cercare pratiche per agire sul presente, significa cercare pratiche per agire sul futuro, significa individuare, valutare, prevenire, evitare ed arginare i danni. Significa non lasciare indietro nessun*. Significa pensare alla collettività, molto più di quanto non lo sia affermare con prepotenza che adesso è il momento di fare tutti il nostro dovere, di rispettare le regole che ci sono state imposte per la nostra sicurezza.  Dubitare di queste regole, della loro utilità e della loro ragionevolezza non significa negare l’esistenza di questo virus, non significa negare i lutti. Non significa negare la necessità di avere delle regole (postilla personale, mai avrei pensato di scrivere una frase simile), significa che c’è bisogno che queste regole siano non solo realmente funzionali ma soprattutto che non siano dannose. Criticare il sistema e dubitare della sua buona fede e della sua efficacia, sempre e a maggior ragione adesso, significa andare al di là del proprio lockdown, significa portare al centro del dibattito le istanze proprie e quelle di chi sappiamo essere in situazioni di difficoltà non solo in questo presente eccezionale ma che saranno in difficoltà in quel futuro che sebbene possa essere difficoltoso immaginare, potrebbe non essere così difficile da delineare. In un senso e nell’altro.Non tutti i lockdown sono uguali. E nessun* deve essere lasciat* indietro. Abdicare con tanta facilità  su libertà individuali e collettive è un rischio che non ci possiamo permettere di sottovalutare. Accettare senza senso critico la gestione di questa emergenza, non dubitare che ci sia una scelta che preferisce la linea della paura e non quella della considerazione di quelle che sono le diverse realtà coinvolte, non dubitare che ci saranno delle conseguenze, alcune endemiche ed altre fortissimamente volute, quando tutto questo sarà finito, è dannoso tanto quanto decidere che questo virus non esiste o continuare a comportarsi come se non fosse pericoloso.Zittire con fare paternalistico chi cerca di costruire un dissenso ragionato e ragionevole su un discorso che riguarda tutt* non serve a nessun*.Non guardare dentro al #iorestoacasa significa ignorare i corpi reali che vivono, subiscono e attraversano questo mantra che ci viene ripetuto da ogni altezza, da ogni direzione. Mantra che diventa unica ossessiva via di salvezza, mantra assorbito acriticamente che diventa bolla sospesa di immobilità, lì dove non arriva la delazione, in cui rifiutarsi categoricamente di interrogarsi, non dico opporsi ma almeno interrogarsi, sull’utilità e la ragionevolezza di un controllo dei carabinieri effettuato tra persone che, nel rispetto della distanza e dell’utilizzo della mascherina, trasgrediscono al mantra. Bolla in cui rifiutarsi categoricamente di contemplare la possibilità, e la ragionevolezza, della necessità, per qualcun*, per molt*, per tutt*, di uscire dal perimetro claustrofobico, quando non pericoloso, fisicamente e mentalmente, della propria abitazione.Bolla in cui rifiutarsi categoricamente di pensare a tutt* quell* che non trasgrediscono al mantra accumulando danni, fisici e non, che andranno smaltiti, lì dove possibile se possibile. In cui rifiutarsi di pensare che quelli che impongono regole dovrebbero anche offrire soluzioni, organizzare alternative e non essere assolti da un è un caso eccezionale, non era mai successo, intanto non usciamo, poi si vedrà, qualcosa faranno. Bolla in cui rifiutarsi categoricamente di esercitare il dubbio. Bolla in cui rifiutarsi categoricamente di chiedersi su cosa, domani, saremo incapaci di interrogarci. A cosa, domani, saremo incapaci di opporci. Pensare (pensare) non è facile. Restare lucid* quando lo spazio fisico comprime lo spazio mentale, quando il perimetro si restringe, quando la paura annebbia il respiro. Quando non si è abituat*. Non è facile. Ma è necessario. Sempre. Pensare (pensare). Oggi parto da questo. 

pensieri in quarantena

Ci sono giorni buoni e giorni meno buoni. L’andamento del tempo, dilatato ma contratto. Cerco un finale, di delinearne i contorni al di là di questo presente di cui non riconosco quasi niente. Cerco di mantenere un ritmo, il mio ritmo. Ma comunque cerco costantemente un finale. Non una fine. Un finale. Cosa ci sarà alla fine di questo presente saltato per aria? Cosa saremo diventati e diventate alla fine di questo presente faticoso, asfittico, claustrofobico, controllato, spiato?Ci sono giorni buoni e giorni meno buoni, ma comunque cerco un finale per questa distopia, cerco di prevedere ed anticipare. Penso, anche se forse non dovrei. Dall’esterno, i segnali non sono buoni. “Siamo un paese di fascisti”, questo mi ha sempre detto mia nonna, classe 1924.Siamo un paese di delatori frustrati. Questo lo dico io, classe 1978. Ma quante storie positive, di successo, ci sono la fuori? Quanti e quante stanno sperimentando la complicità e la solidarietà? Quante e quanti stanno imparando che sicurezza e controllo sono formule false? Viviamo giorni sospesi, viviamo giorni eccezionali. E allora, quali mutamenti emotivi e sociali sono in atto? Quali pensieri si stanno muovendo? Quali ragionamenti si stanno delineando, ora dopo ora, giorno dopo giorno, privazione dopo privazione, difficoltà dopo difficoltà? In questo presente saltato per aria, fatto di numeri non verificabili, di decreti, di problemi reali, di parole spesso inutili, di parole spesso violente, di parole spesso incontrollate e incontrollabili, cosa siamo in grado di vedere? Cosa siamo in grado di imparare? Quali meccanismi si sono inceppati e quali si sono innescati? Fino a dove metteremo finalmente in discussione il sistema? Su quanta libertà, quanta autonomia, quanta autodeterminazione saremo disposte e disposti a cedere? Quanto spazio decideremo di occupare, quanto cose decideremo di riprenderci? Quali rivoluzioni ci aspettano? Quante insurrezioni? Quanta rabbia saremo in grado di incanalare e trasformare? Ci sono giorni buoni e meno buoni.

scrittura
notes

dovrei in questo strano momento

Dovrei in questo strano momento Dovrei scrivere qualcosa? Scrivere qualcosa su questo strano momento? Dei pensieri che si affollano e poi spariscono, o che faccio sparire forzando la distrazione, forzando l’assenza di pensiero? Scrivere qualcosa. In fondo scrivere è quello che faccio. Ci mantengo la rotta, con le parole. Ma io non so cosa accade là fuori. Tutta la tecnologia che ho a disposizione non è in grado di narrarmi quello che sta accadendo realmente là fuori. Tutta la rete di relazioni sintetiche che mi passa sotto i polpastrelli non è in grado di raccontarmi, realmente, le dinamiche in atto e le conseguenze di questo strano momento. Quindi, di cosa dovrei scrivere? Con quali parole dovrei provare a mantenere la rotta? Quello che so. So che sono lontana dalla mia famiglia, non di qualche metro, o di un paio di quartieri. Sono lontana. Di una distanza dilatata dall’impossibilità di essere percorsa. E mi pesa. È alienante. È un pensiero, uno di quei pensieri di cui forzo l’assenza.So che sono una privilegiata. Dal punto di vista economico, dal punto delle relazioni sociali. Perfino dal punto di vista abitativo. Ho un giardino. Ho la possibilità di uscire a camminare lungo un fiume.So che ho deciso di provare a proteggere le persone che amo e quelle di cui non conosco il nome e la storia prima che un decreto me lo imponesse. Non avevo bisogno delle regole calate dall’alto prima, non ne ho bisogno adesso.Non avevo bisogno prima che qualcuno mi spiegasse come gira il mondo, non ne ho bisogno adesso.Ho scelto di provare a proteggere le persone che amo e tutte le altre da qualcosa che non so realmente cos’è.So che là fuori, a pagare le conseguenze incalcolabili di questo strano momento sono, e saranno, sempre e comunque le persone che già stanno, e stavano, pagando le conseguenze di un sistema che era malato da prima, che è malato da sempre.So che da parole come emergenza, controllo, militarizzazione, coprifuoco non ci si può e non ci si deve aspettare niente di buono. So che ho sospeso il pensiero, perché non ho gli strumenti e gli elementi necessari per fare o dire qualcosa di diverso da questo muoversi piano, con cautela, senza farmi trascinare né in una direzione né in un’altra. So che mi ripeto che devo restare lucida. So che mi ripeto di procedere a passi lenti e ben distesi.Per non farmi cogliere impreparata domani. Navigo a vista. Esercito il dubbio.

notes

Scrivere

Scrivere è difficile. Aggrapparsi alla parola, non perdere il senso della narrazione. Il senso di quella scheggia che si è staccata dal mosaico mondo. Il senso di quella scheggia che si è andata a conficcare lì dove iniziano a formarsi le storie. In un punto imprecisato tra cuore, stomaco e cervello.Aggrapparsi a quella parola. Tremare quasi, con il terrore di vederla disfarsi, liquefarsi, sparire. Il senso profondo. Perderlo tra le cose tangibili e reali della vita fuori dal foglio e non trovarla mai più.Scrivere è difficile. Darsi ogni giorno quell’autorevolezza necessaria per affermare nero su bianco questo e non quello. Per incidere nero su bianco parole, universi, mondi, emozioni, immagini. Sospendere tutto il resto e scrivere, narrare. Sentire il suono di quello che si scrive, sentirne l’andare, l’andamento. L’equilibrio. Sapere dove mettere quel punto. Quella virgola. Quella parola e non un’altra. Non perdere il suono, l’andare, il divenire lo scivolare della narrazione.Costruire qualcosa che prima non c’era. Dove prima non c’era adesso c’è. Un mondo, un’immagine, un’idea. Qualcosa, qualcuno. Tutto nelle tue mani. Credere. Come un atto di fede. Perdersi. Isolare il concetto. Lasciarlo nudo in mezzo al tavolo. Osservarlo da ogni angolazione possibile. Sentire, decidere. Chi, cosa, dove, come, quando.Perché.Creare. Nella dilatazione esponenziale del tempo. Lavorio della mente. E la consapevolezza che la creazione non si vede ad occhio nudo. Non la si può misurare. Che quel movimento di costruzione avviene da qualche parte ma non qui. In un tempo che è semplicemente fuori dal tempo. Incalcolabile.La scheggia che si stacca dal mosaico mondo. L’idea. La parola. Il senso profondo. Quello che devo dire, quello che voglio dire. Che si conficca in un punto imprecisato tra cuore, stomaco e cervello. Sedimenta. Si muove, pulsa. Ossessiona. Esiste. Materia aliena di cui si cerca di interpretare il movimento, il suono. Si aggrappa, cresce. Cola. In un tempo che è semplicemente fuori dal tempo.Costruire. Creare. Scrivere qualcosa che prima non c’era. Decidere, crederci.Affermare nero su bianco questo e non quello. Aggrapparsi alla parola, quella parola, farla scivolare sotto le porte, chiuderla in uno scarabocchio. Aggirarla, assediarla. Interrogarla. Nella paura di perderla.Con il terrore di vederla disfarsi, liquefarsi, sparire.Il panico.Il coraggio di scendere in profondità. Contemplare l’idea di non piacersi. Farsi carico del possibile fallimento. Sostenere l’immobilità.Accettare che la creazione non si vede ad occhio nudo, e che sta altrove. Lontanissima nel tempo e nello spazio dal momento in cui ci siede a scrivere la prima parola.

Di personaggi e letteratura la tartaruga clementina sulla rive di un fiume
notes

di personaggi e letteratura

Di personaggi e letteratura La tartaruga Clementina. Avevo sei anni, mi ha insegnato la libertà e l’autodeterminazione. Credo sia l’inizio della mia strada femminista attraverso i femminismi.Jo March, la soffitta e il suo manoscritto.Clara del Valle Trueba, quei quaderni. E quel suo silenzio.Guido Laremi, perché rompe il vetro.Q, perché è immenso.Modesta. Con lei ho nominato parti di me che erano rimaste senza nome. E ho visto frammenti del mio futuro.Mia, la sirena. La mia parte feroce. La moglie del medico. Il principe Lev Nikolàevič Myškin. Josefina la cantante. Bernadette Bernardin. Potrei andare avanti all’infinito.Sgranare uno dopo l’altro i nomi e le sfumature dei protagonisti e delle protagoniste dei libri che ho letto. Ma anche dei personaggi secondari, ammesso e non concesso che lo siano, secondari. I personaggi dei libri che abbiamo letto.Costruiamo delle relazioni con loro.  A volte eterne. A volte di amore, a volte di odio, a volte di distanza, di fascinazione.Parlano, si muovono, vivono. Inciampano. Vincono, perdono. Non partecipano. Camminano, amano. Restano, resistono. Attraversano mondi e universi. Gridano.Incarnano idee, trame intere.Una sola parola può stare e vivere e respirare in un personaggio.Li seguiamo. Ridiamo con loro, piangiamo con loro. Sentiamo caldo e freddo. Li guardiamo per trovarci qualcosa di noi, li guardiamo perché non siamo noi. Li cerchiamo perché potremmo essere noi. Li guardiamo perché parlano di una parte di noi che non vogliamo né vedere né nominare. Impariamo da loro. Viviamo in loro. Ci sfamiamo con i loro appetiti. Veniamo travolti, investiti, spaventati, affascinati dalle loro follie. Vediamo i loro difetti, le loro presunte deviazioni. Le loro presunte perfezioni. Sono quello che vorremmo essere, sono quello che abbiamo paura di essere. Danno un corpo e un respiro alla mediocrità, al coraggio, alla forza, alla potenza, al desiderio, alla cattiveria, alla passione. Ci mostrano i lati ammaccati e per questo amabili dell’essere umano. L’anomalia, il difettoso. Sono veri, sono vere. Reali. Ci spaventano. Sono la gioia, sono il dolore, sono la paura, sono la perdita. Vanno a scavare lì dove noi non riusciamo ad andare. Provano emozioni lì dove noi abbiamo solo silenzio.Dicono cose che non sapevamo di pensare, dicono cose che ci eravamo dimenticati di pensare. Dicono cose a cui non vorremmo più pensare. Spalancano mondi sconosciuti. Ci prendono per mano. Ci accarezzano, ci sussurrano segreti all’orecchio. Ci spintonano. Ci rifiutano, ci graffiano. Ci fanno ribrezzo, ci portano sull’orlo dell’osceno. Disturbanti. Ci confortano, ci consolano. Rimangono impressi nella memoria e a volte non sappiamo neanche perché. Pensiamo di averli dimenticati. Ma sono lì. Riaffiorano. Perché li abbiamo incrociati, conosciuti. Vissuti. E ci hanno cambiato. Li attraversiamo quasi fosse una catarsi. Li piangiamo se muoiono. Li detestiamo quando si allontanano. Ci mancano quando non tornano. Per l’ampiezza di un romanzo russo o il battito di un paio di pagine di un racconto. Ma esistono. Li abbiamo visti, le abbiamo viste. Esistono, ci abbiamo parlato.Abbiamo imparato che non possiamo restare in un guscio, nel guscio che qualcun altro ha costruito per noi. Abbiamo intravisto il nostro più grande desiderio. Sappiamo mantenere le promesse, soprattuto quelle fatte a noi stesse. Abbiamo rotto il vetro e capito quanto sia fondamentale farlo. Abbiamo toccato l’animo umano possibile. Ci siamo viste in un futuro costruito sulla decostruzione del presente. Ci siamo salvate strappando la carne. ——– in ordine di apparizione, – Arturo e Clementina, Adela Turin e Nella Bosnia (dalla parte delle bambine)– Piccole donne, Louisa May Alcott– La casa degli spiriti, Isabel Allende– Due di due, Andrea De Carlo– Q, Luther Blissett– L’arte della gioia, Goliarda Sapienza– Sirene, Laura Pugno– Cecità, José Saramago– L’idiota, Fëdor Dostoevskij– Josefine la cantante, o Il popolo dei topi, Franz Kafka– Le catilinarie, Amélie Nothomb Di personaggi e letteratura.

notes

Del mantenere la rotta

Del mantenere la rotta. So che sto per accendermi un’altra sigaretta. Lo so, come so che resterò a fissare il cielo grigio scuro che sputa acqua da tre giorni finché non avrò finito questa grande tazza di caffè. So che non penserò a qualcosa di risolutivo e definitivo, qualcosa che mi farà pensare di non aver attraversato un’altra giornata sotto voce. Non penserò qualcosa che varrà la pena di continuare a pensare domani, che varrà la pena di provare a fare dopodomani.Mantenere lo rotta è cosa assai complessa. La cambusa è piena e i piedi sono asciutti, ma la rotta.Sarebbe più facile poter restare nell’immobilità, nel non fare alcunché. Come fissare il cielo che sputa acqua da tre giorni bevendo una grande tazza di caffè e fumando tante sigarette quante ce ne possono stare nel tempo dilatato dell’immobilità. Del non fare alcunché.Perché mantenere la rotta è cosa assai complessa. Restare salde, i piedi ben radicati. Oscillare senza cadere. Sobbalzare senza scivolare.Alle volte. Penso a tutte quelle volte.Lo sapevo, mi accendo una sigaretta. Guardo il cielo grigio scuro vomitare acqua e penso.Penso a tutte le volte in cui ho pensato di mollare il timone. Allentare la presa, aprire le mani, alzare le braccia. A tutte quelle volte in cui la sensazione di navigare nell’oceano vasto ed infinito in solitaria solitudine assumeva contorni così netti e invalicabili da rendermi difficile anche quel gesto semplice e naturale ed essenziale del tirare il fiato per il respiro successivo. A tutte quelle volte in cui muovermi fuori tempo non mi è sembrato inevitabile e gustoso. A tutte quelle volte in cui essere fuori luogo non mi è sembrato gestibile. Allentare la presa, aprire le mani, alzare le braccia.Il cielo grigio scuro continua a vomitare acqua. Il mondo si muove, le persone agiscono, fanno cose importanti, partecipano. Interagiscono. Costruiscono, progettano. Io fumo sigarette e bevo caffè. E penso.Penso a tutte le volte che ho cambiato rotta, a tutte le volte in cui sono finita altrove. Perdendo il senso profondo delle cose. Delle mie cose. Del mio sentire, del mio volere. Del mio pensare. Del mio desiderare. In tempi non miei, in luoghi non miei. In oceani grandi come vasche da bagno. Senza neanche un’onda. In cui è facilissimo annegare.Il cielo grigio scuro vomita acqua, io fumo e bevo caffè. E penso. Con i piedi ben radicati e le mani sul timone.

notes

della vita che fa come le pare

Ho visto per la prima volta Barcellona nel gennaio del 2003. Avevo 25 anni, avevo bisogno di allontanarmi dall’Italia. Dalla mia vita. Da un insieme di sentimenti. Da uno stato d’animo tossico da cui rischiavo di non uscire. Sapevo tutto della Guerra Civile del 1936. Barcellona era il mio sogno. Il castellano una lingua conosciuta, il catalano una lingua da scoprire. Ci sono stata un mese. Barcellona è diventata la parola casa. D’istinto. La parola casa pronunciata in modo diverso. Le strade, i colori, gli odori. I corpi delle persone, il loro modo di occupare lo spazio, il modo di condividere, compartir, una delle parole in castellano che preferisco. Il senso profondo e forse un po’ banale del sentirsi nel posto giusto nel momento giusto. Sono tornata in Italia per sistemare quello che avevo lasciato in sospeso così da poter tornare a casa. Niente, capita. La vita fa come le pare, e sono rimasta in Italia. Non sono più voluta neanche passare da Barcelona. Non ci sono tornata per sedici anni. Niente, capita. La vita fa come le pare e a luglio decidiamo di regalare ad un’amica  un viaggio a Barcellona. Attraverso un momento di grandi cambiamenti, di mutamento. Mi faceva sorridere l’idea di tornare a casa in un momento così, diverso ma simile a quello del 2003. Ho deciso di tornare. E dato che la vita fa come le pare prenotiamo la partenza per il 17 ottobre. Tre giorni dopo la sentenza del processo agli indipendentisti. Adoro la vita quando fa così. Adoro la vita quando mi fa tornare a Barcelona per vedere la sua gente in strada a difendere la loro libertà. E forse un po’ anche la nostra. Ma non è un post di analisi politica questo. Ho trovato una Barcellona cambiata. Ma non è un post sulla gentrificazione e le sue terribili conseguenze questo. Quando sono uscita dalle porte di El Prat mi sono sentita come se stessi per incontrare il grande amore della mia vita dopo anni di distanza e separazione. Ho camminato per le strade di una città che ho riconosciuto all’istante. Ho camminato per le strade di una città che avrebbe potuto essere la mia città. Ho camminato in quella che avrebbe potuto essere l’altra mia vita. Ho parlato una lingua che mi scivola sulla lingua. Ho ritrovato il senso dell’orientamento attraverso il Raval, il Barri Gòtic, la Gràcia. Ho pianto, lo confesso. Con una mezcla di nostalgia e gioia difficili da slegare l’una dall’altra. I suoi marciapiedi, i palazzi, i suoi lampioni. Quel colore, quel colore per strada la notte che è solo suo. Barcellona mi toglie i dubbi, Barcellona mi fa sentire sicura. Mi alleggerisce, mi solleva. Mi proietta nell’istante successivo senza strappi. Barcellona mi fa sorridere, e ridere. Barcellona, in un senso profondo e forse un po’ banale, mi fa sentire felice.

di parole e di promesse - blocco di fogli bianchi, con sopra una penna, appoggiati su una scrivania di legno
notes

di parole e promesse

Quando mi sono detta ‘non scriverai mai più, le parole se ne sono andate’ ho pensato che sarei morta. Morta in modo irreale, surreale. Come se mi fossi potuta dissolvere, così. Schiantata, con un botto o uno schiocco secco. Non ho scritto niente, una frase, una parola, qualcosa che assomigliasse al raccontare una storia per quasi cinque anni. Sono tanti. È stato orribile. E faticoso. Imparare a vivere senza le parole. Guardare il mondo senza le parole. Cercare di capire le cose senza le parole. Orribile e faticoso. Per mesi ho sbagliato le misure dei sentimenti, andavo a sbattere contro le cose e le persone. Soprattutto contro le persone. Pensavo che mi sarei dissolta, o schiantata. Non è accaduto, ma sono stati lo stesso cinque anni di merda. Cinque anni assenti, annacquati, con il volume al minimo. Il silenzio è stata la cosa più difficile. Il silenzio nella testa. Niente storie, niente personaggi, niente immagini, niente di niente. Orribile. Ho smesso di scrivere perché. Ho smesso di scrivere perché lavorare a Ni una más. Ho smesso di scrivere perché lavorare a Ni una más mi ha lasciata sgonfia, molle. Perché sono affondata nel sangue e nel dolore delle donne. Perché poi ho dovuto affrontare le dinamiche del mondo reale e la mia scrittura, la scrittura di un testo estremamente politico, non era completamente sotto il mio controllo. Perché tecnicamente avevo raggiunto un livello da cui non potevo scendere ma da cui non sapevo come proseguire. Ho smesso di scrivere perché non mi piacevano più gli esseri umani. Mi erano sempre piaciuti gli essere umani. Scrivere delle loro scintille, delle loro insurrezioni. Guardavo le persone e non vedevo scintille. Di cosa mai avrei potuto scrivere senza le scintille? Ho smesso di scrivere perché volevo di più. Volevo che qualcuno mi vedesse. Volevo che qualcuno si rendesse conto di quanto fossi dannatamente brava. Volevo i lettori e le lettrici, volevo autorevolezza, volevo un posto nel mondo. Non scrivevo più. Mettevo insieme le parole e le frasi cercando qualcosa che andava oltre la scrittura. Scrivevo cercando un riconoscimento. Ho smesso perché non sarebbe mai arrivato, e raccontare storie aveva perso senso. Il mio senso. Ne aveva un altro con cui non potevo e non riuscivo e non volevo avere a che fare. Ho smesso di scrivere perché non sono stata in grado di difendere la mia scrittura, la mia creatività. L’ho messa al secondo posto, dietro tutto il resto. E la scrittura deve essere messa al primo posto. Ho speso molte energie per perdonarmi per questo. E non son sicura di averlo ancora fatto del tutto. Cinque anni di silenzio. Ho smesso di pensarci, ho smesso di cercarle. Non so se ho smesso di aspettarle, ma non credo. Quando sono tornate mi sono spaventata. Quando sono tornate, come una slavina, ho vomitato. Sono tornate, nuove. Nuove e diverse. La mia scrittura è diversa. Mi piace molto. Mi piace molto lei e mi piace imparare a conoscerla, entrare con calma in questo ritmo nuovo, in questo suono nuovo. Stiamo andando da qualche parte, non ci siamo ancora dette dove ma in questo momento non importa. Ci penseremo quando sarà, quel momento. Per adesso va bene cosi. Con la promessa, a me stessa, non di metterla mai più per nessuna ragione per nessuna persona al secondo posto.

in fondo non me ne sono mai andata

Non riuscivo neanche a trovare le chiavi per aprire la porta. Quanti anni sono che non vengo qua? Non lo so. Non ho letto la data di pubblicazione dell’ultimo post. Va bene cosi. La vita e le parole fanno cose, alti e bassi, si va e si viene. Si resta e si parte e poi, magari a volte, si torna. Ora devo solo dare un bella pulita e rimettere a posto qualche libro scivolato dagli scaffali. In fondo non me ne sono mai andata.

se manco da un po’

aggiornamento, L’Osteria L’arte della gioia ha chiuso i battenti il 19 dicembre del 2018 🙂 è perché sono qua … facebook.com/osterialol/